Genova G8
19 Luglio 2001
Siamo partiti che il sole era alto nel cielo, caldo afoso di una giornata di piena estate. Gli anziani ci avevano avvertiti, ma noi avevamo dato poco peso ai loro consigli, limitandoci a mettere limoni nello zaino e a trascinarci dietro i pesanti caschi dei motorini. Il TG aveva riportato le raccapriccianti immagini di Napoli, quel giorno eravamo corsi tutti nella fumosa sede di partito e, tremanti di rabbia, eravamo rimasti tutti davanti al televisore, senza che una sola parola trovasse la forza di scalare la gola, appoggiarsi sulla lingua e uscire dalle labbra. Le canzoni, anch'esse, raccontavano di omicidi di Stato e polizia, ma noi avevamo 17 anni, di morte conoscevamo solo quella gelida di frigo dei nostri nonni. Il treno era rosso, il treno veniva dal mare, il treno era lungo da sembrare quasi infinito, stracarico di persone gioiose i cui occhi non avevano visto riposo durante la notte. A Bologna la stazione sembrava un piccolo accampamento. Io avevo comprato il vino e le bibite, qualcosa da mangiare e avevo trovato i compagni grazie a F. e A. che si sporgevano per metà dal finestrino, cercandomi.
Poi ore e ore fermi in campagna, sempre lo stesso panorama dal finestrino. Ore che passano e scorte d'acqua che finiscono. Finalmente la scogliera, affascinante e inquietante al tempo stesso, piccole immagini veloci fra una stretta galleria e l'altra, e infine l'arrivo a Genova, grossa metropoli per noi; la città e i suoi abitanti imprigionati da alti cancelli di ferro, lo stadio che ci accoglie. Una grossa tenda bianca a far da madre a sterminate tendine da campeggio, di tutti i colori. I ragazzi dell'organizzazione che fanno quello che possono per farci sistemare, riposare, ristorare dopo la deportazione. Dormire tutti insieme, come una piccola famiglia sognatrice.
La mattina e la prima gioiosa manifestazione, musica - visi sorridenti riflessi sui tromboni tirati a lucido per la festa - amicizie spontanee, numeri circensi, vecchie canzoni, tanta allegria e partecipazione, il sentire di far parte della storia.
Dopo un caldo pomeriggio, la notte, che stende un velo sullo stadio e sulla nostra fiducia. Siamo circondati. Delle ragazze che sono uscite per andare in bagno sono state portate via. Notizie di pestaggi fra le vie del centro.
20 Luglio 2001
Ci si alza presto, si lavora frenetici fra la polvere del campo da gioco nel preparare armature che, con arbitrario atto di forza, le tute bianche ci portano via. Ci si accontenta di giubbotti di salvataggio per parare le botte sussurrateci dai fatti della notte.
Negli autobus stracarichi la gente di Genova ci guarda incuriosita, senza diffidenza, forse sente nell'aria la paura che ci blocca il passo lungo la strada costeggiata dalla ferrovia. Qualcuno non se la sente e rimane indietro. I più bardati o coraggiosi vengono spinti avanti.
Il sogno, l'adolescenza e la fiducia muoiono al primo attacco, su zona concordata, senza che ci fosse stato il benché minimo disordine. Colpi e stavolta non solo di lacrimogeni. Gas che attacca la gola, barilotti che piovono dal cielo e lasciano segni pesanti sui caschi. B. si sente male. "Limoni, limoni, per favore dateci dei limoni!" La calca, la paura spinge. Il gas attacca la gola. Non si riesce più a respirare, la bocca tira aria che non scende ai polmoni e se scende li rende urticanti. Un ragazzo sviene, rischia di essere schiacciato, lo trascinano. Dal camion incitano a resistere, ma non si può, che significa? Perché? Una ragazza sanguina, colpita da un barilotto. Un'ambulanza! Una via laterale, come un'utopia, nella strettoia dove ci hanno teso l'agguato. Corriamo, ci siamo persi di vista. Mi fermo un attimo a riprendere quel fiato che non si decide a ricominciare a rifluire nella mia trachea. Vedo L. che urla. "Scappa, scappa!" Corro nonostante l'asma provocatami dal gas. Dietro di lui i celerini. Ci inseguono a manganelli spianati. Qualcuno fa in tempo a rovesciare dei cassonetti, pochi secondi guadagnati agli inseguitori che ci permettono di capire quello che sta succedendo, avere il tempo di costringere il corpo sfinito a fare un ultimo sforzo. Altri non ce la fanno. Li buttano a terra e li bastonano. A sangue. Tirano giù i feriti dalle ambulanze.
Solo alcuni di noi ce l'hanno fatta, non c'è nessuna consolazione in questo. Buttiamo i nostri giubbotti di salvataggio e, d'ora in poi, ci fidiamo solo delle nostre gambe. Sappiamo di dover evitare soccorsi, ambulanze, ospedali a qualsiasi costo. Correre il più veloce possibile senza impacci. Sappiamo che possiamo essere attaccati dovunque, in qualsiasi momento. Il fiato ancora non torna, gli occhi bruciano. All'improvviso non vedo più niente. Dopo la necessità della fuga la paura attacca le mie gambe. Cado. Mi soccorrono dei turisti tedeschi. Mi lavano gli occhi, mi aiutano a respirare.
Due di noi mancano.
Ci ritroviamo in gruppo con altri ragazzi. Compaiono dal nulla i famosi black block e si buttano in mezzo a noi, altri spaccano vetrine, incendiano macchine. Qualcuno cerca di impedirglielo ma arrivano i celerini. Si buttano anch'essi in mezzo a noi picchiando, insultando, facendo gesti osceni. Nessun black block viene disturbato in quello che sta facendo. Altri di noi restano sanguinanti sulla strada.
Si alzano colonne di fumo ed elicotteri, macchine vengono incendiate.
Riusciamo a tornare allo stadio, ci chiudono dentro senza più niente da mangiare.
Squilla il cellulare: è C.
C.: "chiamate l'avvocato, non mi fanno fare altra telefonata, mi stanno picchiando, ho paura, chiamate l'avvocato" e B gli dice: "ma dicci almeno dove sei, dove sei?" C.:" non posso dirlo, mi picchiano, per favore, aiutatemi".
Cala il silenzio, B. piange. Ci giunge voce che una ragazza è stata uccisa, no è un ragazzo, sembra sui vent'anni. A. non regge più. Esplode tutta la tensione. La rabbia e la paura si sono trasformati in odio, un sentimento che credevamo non avremmo mai conosciuto. Butta tutto all'aria e grida. Dobbiamo immobilizzarlo per evitare che si faccia male.
Ragazzi si lanciano contro la rete urlando: "Assassini!"
La notte non ci concede riposo. Un violento acquazzone ci costringe a scavare canali nel fango per salvare la poca roba che ci siamo portati dietro. Tutti gli oggetti, i saccapeli, gli abiti, si ammucchiano al centro della grande tenda collettiva, nessuno può dormire.
Torna G., D. lo insulta per lo spavento, altri lo abbracciano, tutti gli raccontiamo di C. Lui ci dice di esser stato salvato da alcuni genovesi che gli hanno aperto il portone. Altre case sono state devastate dai celerini che hanno fatto in tempo ad entrare.
21 Luglio 2001
Tutti i negozi sono chiusi, da ventiquattro ore non mangiamo. La gente, che il giorno prima colpita dalla furia della polizia ci aveva aperto i portoni per salvarci, ci getta acqua e merendine dalle finestre, il cuore si riempie di nuovo con tanta solidarietà, ricominciamo a credere che qualcuno si sia reso conto di cosa sia successo e sia dalla nostra parte. Ci sono tante famiglie, bambini e anziani: oggi non può succedere niente. Riesco a chiamare per un minuto a casa, per tranquillizzarli, la linea è stata momentaneamente riattivata. Mi dicono che non fanno vedere quello che sta succedendo. Io gli spiego che i giornalisti vengono massacrati più di tutti, i filmati e le foto vengono distrutte.
Poi dalla caserma e dalle camionette vediamo scendere poliziotti in borghese che si mischiano alla folla e spaccano qualsiasi cosa sia alla loro portata. Ora sappiamo chi erano in realtà i black block del giorno precedente. I celerini in divisa salgono in piedi sui tetti delle camionette urlandoci "figli di puttana, morirete tutti". Facciamo cordoni di sicurezza, chiunque sia armato di bastoni viene allontanato. Di nuovo subiamo attacchi coi lacrimogeni. Qualcuno comincia a rispondere tirando sassi o ritirando indietro i barilotti ancora fumanti, permettendo così di creare fra i manifestanti e i celerini un vuoto che fa sì che gli anziani, le famiglie, i bambini non si trovino direttamente sotto l'attacco. Negli occhi della gente si vede la rabbia per l'omicidio, per i colpi misteriosi sparati a decine e i bussolotti dei proiettili ritrovati per terra, per la gente che non si trova più, per la distruzione della città ad opera dei finti black block, le percosse e gli insulti. Ci copriamo la bocca con i passamontagna bagnati di acqua e succo di limone, chi ne è sprovvisto anche solo con dei fazzoletti. Un anziano sanguina alla testa e una donna gli sta facendo bere dell'acqua; un bambino non trova più i suoi genitori, qualcuno gli tende la mano e lo rassicura. Il corteo arriva alla fine del percorso, ma il palco per noi è troppo lontano. Decidiamo di andarcene. Un gruppo di circa cinquanta persone si stacca dalla massa e si allontana per una via laterale, cercando di tornare allo stadio. I celerini ci trovano, ci attaccano. I pacifisti si siedono con le mani bianche tese verso il cielo. Vengono picchiati e portati via. Noi riusciamo a scappare. Ci spingono sempre più su, sempre più su, finché l'intera città è sotto i nostri piedi. Siamo sfiniti, capiamo che dobbiamo organizzarci. Con l'ultima energia delle batterie scariche dei cellulari riusciamo a chiamare il comune di Genova, gli supplichiamo di salvarci. Arrivano prestissimo degli autobus di linea vuoti. I celerini se ne sono andati, riusciamo a tornare allo stadio. Dai finestrini uno scenario di guerra, pensiamo ad un colpo di stato.
Non pensiamo ad altro che a tornare a casa. Raduniamo le nostre poche cose e cerchiamo di raggiungere la stazione. I miei compagni riescono a prendere un treno per Ancona: l'ultimo. Ordini dall'alto bloccano la stazione. Celerini entrano e dall'altro binario minacciano di ucciderci. Siamo tanti tutti pigiati sul binario, io mi accorgo di star piangendo. Le gambe mi vengono meno, qualcuno che non conosco mi sorregge. Arriva la voce dei pestaggi alla Diaz, vogliamo tornare indietro, ma non ci è possibile. Un muro di cani affamati di sangue spinge. Insultiamo il capotreno, lo intimiamo di partire. Ci dicono che l'unico treno va solo a Rimini e che a Rimini ci avrebbero scortato in questura. Pur di scappare ai cani rabbiosi saliamo. Non ci stiamo, ma la gente si mette persino al posto dei bagagli pur di andarsene. A La spezia tiriamo il freno di emergenza e scappiamo dai finestrini nella campagna, nella notte.
Sul piccolo treno diretto a Parma il controllore ci guarda e non ha la forza di chiederci i biglietti, che non avevamo, ci permette di arrivare a casa senza altri traumi.
Le prime parole che mi sono sentita dire, finalmente arrivata a casa all'alba, da un DS sono state: "fosse per me avrei sparato sulla folla ammazzandone il più possibile".
Dopo troppi giorni
Il padre di C. , un rettore di un'università, ritrova suo figlio, volontario in croce rossa, solo perché un parlamentare in visita ad un carcere di una città del Nord ne ha fatto una descrizione su un giornale. Quando lo vede è talmente pieno di escoriazioni che non lo riconosce. La mandibola è stata spostata dal suo asse e dovrà essere operato. E' traumatizzato.
Non riesce a raccontare per tanto tempo la notte intera a braccia alte, i corridoi di persone in cui eri obbligato a passare e in cui ti picchiavano, gli insulti, i baci obbligati alle foto di Mussolini. E' stato preso perché aveva dato il suo casco ad una ragazza che ne era sprovvista e un lacrimogeno, colpendolo in testa, l'aveva fatto svenire. Lo avevano picchiato mentre era in terra svenuto con quel colpo alla mandibola e avevano continuato il pestaggio, le minacce in caserma.
Nessuno si azzardi a dire: "ma anche fra di voi c'erano delle teste calde", non lo tollero, mi limiterò a cancellare qualsiasi commento del genere.
Scusate gli errori, non riesco a rileggerlo.
http://www.youtube.com/watch?v=bpfLMvLYFgg
19 luglio 2007
Sei anni fa, per noi soltanto ieri.
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16 luglio 2007
Piccola cronaca di un piccolo viaggio.

Avrei potuto scrivere un post lunghissimo ma vi riporto una vacanza di dettagli, le stesse foto hanno cercato di essere tetti, visi, particolari, semplicemente, il più semplicemente possibile.
L'itinerario si è modificato per una serie inaspettata di guai... che fanno parte del viaggio.
A Praga un uomo sporco che disegna con un carboncino pesante su fogli spessi e macchiati, mentre turisti frettolosi gli passano intorno senza accorgersene.
Il castello, la cui proiezione ha tormentato l'immaginazione di Kafka, di notte, oltre il ponte, sopra la città.
Le vie strette della città vecchia e i negozietti dove piccole matrioske libere da matrioske più grandi si contendono l'attenzione dei passanti.
Il quartiere ebraico con la sua luce soffusa, raggi rapiti dalle tante nuvole di passaggio, che filtra appena a far risplendere l'oro della sinagoga spagnola, a trovare uno spiraglio fra le foglie per appoggiarsi su un sasso a fermare un pensiero, sulle lapidi disordinate del cimitero ebraico.
A Český Krumlov, la Moldova che abbraccia le case, costringendo gli uomini a costruire ponti. Il sapore di una trota e la pioggia incessante a rendere il cielo bianco e il castello, patrimonio dell'UNESCO, ancora più sfarzoso e colorato. Una soffitta con le sue travi di legno dove raccogliere pensieri e sensazioni, progettare un viaggio che continua, riposarsi e lasciarsi coccolare da una colazione "a conduzione familiare".
A Lubiana il mercatino della frutta, nonne e nipoti, piccoli banchi con poca frutta appena colta da mani callose e nere in minuscoli orti. Passeggiate tranquille a seguire il fiume, bancarelle di libri usati, il sole che torna a splendere.
E per finire due consigli: A Lubiana Gostilna Vodnikov Hram, a Český Krumlov pensione Rosa.
Qui ho pubblicato le foto, divise nelle tre principali località che abbiamo visitato.
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01 luglio 2007
Siempre, presidente!
Ascoltando vecchi LP degli Inti-Illimani, fra copertine sgualcite da tante mani che le hanno accarezzate con tenerezza, cuori che ci si sono appoggiati con passione, fra il fruscio della testina del vecchio giradischi comprato con grandi sacrifici, ho ritrovato questa frase che mi ha tramortita, riportando subito la memoria a quei fatti vissuti solo nel grande schermo e alla bandiera del Cile cucita da me che non so cucire, punto per punto, e che riposa nel cassetto del mio studio fino al prossimo 11 settembre, quando, di nuovo, verrà esposta oltre la finestra, oltre la casa, oltre una corta memoria revisionista.
"...Sono pronto a resistere con ogni mezzo, anche a costo della vita, in modo che ciò possa costituire una lezione nella storia ignominiosa di coloro che hanno la forza ma non la ragione".
SALVADOR ALLENDE, 11 Settembre 1973 (giorno del golpe e della sua morte)
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28 giugno 2007
Un giorno qualunque in un posto speciale
E' proprio bello tornare nel paesino, anche se salire in collina non aiuta la bassa padana che è la mia pressione in questi giorni: 50 - 90 e il fiatone anche solo ad alzarsi dal letto. Un grazie grande alla meglio gioventù di Agugliano, ridente località in tipica edilizia del periodo della peggiore democrazia cristiana, ma incastonata in una zona che è una perla. Bella serata con loro e bella serata a Cingoli (o meglio Cinguli in provincia de Majerata) dove toccava quasi indossare il golfino, sul balcone delle Marche, mentre la pancia ringraziava per l'ottima grigliata (con la crescia) e le chiacchiere ad accompagnare un rosso tranquillo. Grazie anche allo scacciaspiriti che mia mamma ha deciso di attaccare all'albero in giardino, ogni folata di vento è un piccolo concerto simpatico e allegro. Tanti gufetti di terracotta e foglioline musicali. Poi quintali di prugne del nostro piccolo orticello, che è stato la felicità di tanti golosi anconetani (nonna in prima fila che si è tenuta anche la borsa di violacei frutti preparata per la sua gentile vicina!). Peccato solo che l'estate ci ha rubato il mare.
Giovedì, se tutto va bene, si parte ancora, non smetto di ringraziare il periodo propizio che ha fatto di ogni nuova stagione una meta diversa. Stavolta siamo certi di raggiungere, facendo il bis, Praga e poi Budapest e poi chissà. Proprio come una piccola carovana riempiamo i sedili posteriori di attrezzatura da campeggio e, piccola chiocchiolina infaticabile, maciniamo strada.
Non vedo l'ora di portarvi un cesto di parole disordinate e sensazioni impresse sulla carta stampata. Quest'anno niente mare tranne quello di casa, abbiamo scelto di inoltrarci nella terra finché potremo ricavare tempo, seguiremo l'odore del gulash e poi, a ritroso, torneremo a casa come se anche noi stessimo migrando spinti da quell'infausto destino che costringe le popolazioni nomadi a scappare sempre più a ovest.
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22 giugno 2007
18 giugno 2007
Mondo piccolo
Oggi ho qualcosa da raccontare.
Ieri ho attraversato la pianura padana, una pianura senza orizzonte, un orizzonte nascosto dalle distese di granturco, un granturco che dalle sponde dell'America ci è venuto a togliere l'orizzonte. Tutto è più grande in America, il grano, invece, non ruba agli occhi un pezzo di cielo. Ho comprato orecchini che suonano ai miei passi, e che forse hanno suonato ai passi di chissà chi altro, in un mercatino di cose vecchie intorno ad un castello con un fossato di acqua scura, mentre donne contrattavano sul prezzo. Mi sono lasciata catturare dalla strada inseguendo alcune note svanite di blues. Sono arrivata in un parco e alcuni anziani stavano giocando ad un vecchio gioco quasi del tutto dimenticato: alla morra. Tre! Cinque! Sette! Quattro! Battevano i pugni sul tavolo con mani forti di calli, si complimentavano e insultavano a vicenda. Vicino al monumento ai caduti della prima guerra mondiale (con aggiunta della seconda) c'era un piccolo ristorante giallo, ravioli in riduzione di Fortana, la vecchia, le crostate, il Rosso Conero: pallido riflesso di casa. Le due donne che lo gestivano erano scappate dalla città e si godevano quella campagna disturbata solo dal ronzio delle zanzare. Ci siamo arrampicati sull'argine del fiume, dove il Taro si getta nel Po, abbiamo visto appese le reti dei pescatori, vicino alla porta i loro stivali infangati di fatica.
E Maria è riuscita a comprarsi una cantina dove vivere, ci darà le chiavi, nel caso le succeda qualcosa. Nel fresco della sera, davanti a quella porta finalmente sua, ci ha regalato un pezzo della sua vita:
Dovevano andare dalla partoriente ma li avevano avvertiti che c'erano i fascisti nel paese attraversato dalla via che stavano percorrendo. I fascisti chiedevano i documenti. Si erano inerpicati per le colline ed erano riusciti a girarci intorno senza che nessuno se ne accorgesse, tranne qualche pastore. Erano arrivati alla casa al tramonto e Maria aveva visto le ombre allungarsi, la notte abbracciare le mura tremanti di freddo. Non c'era luna e, vicino alla donna, era appoggiato l'unico lume. Il padre aspettava nella stanza accanto, senza poter leggere né bestemmiare. Hanno bussato i militari. L'uomo, con l'unico lume, è andato ad aprire ai bersaglieri. Il bambino nel frattempo nasceva. Mentre i militari entravano nella luce, il bambino nasceva al buio.
Infine abbiamo scoperto una lapide a testimonianza, prima che la memoria cancelli il ricordo, della strage ad opera dei bombardamenti americani. Quel ronzio e quegli scoppi raramente distruggevano ponti, più spesso vite e case. E mai hanno distrutto binari a senso unico.
A presto, torno a vendere libri e giornali sotto un cielo nuvoloso mentre rondini cacciano nel vento appena sopra la pieve.
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12 giugno 2007
Maria Cervi
Ieri, a Gattatico, è mancata all'affetto dei suoi cari e di noi tutti Maria Cervi, figlia di Antenore, bambina di nove anni che ha assistito all'orrore che ha stroncato il cuore di sua nonna e che le ha portato via per sempre il papà e i suoi sei zii.
Stiamo preparando un telegramma da inviare al museo Cervi, ente per il quale era attivissima, sempre pronta a tener viva la memoria e la battaglia. Fate altrettanto anche voi e facciamo sentire a chi faceva a tutti gli effetti parte della sua famiglia che la memoria resterà viva e che l'enorme lavoro di Maria, soprattutto coi giovani, nel museo e per la costituzione, non è stato inutile.
Vorrei poter esprimere a parole la gratitudine per questa donna coraggiosa e forte, ma anche dolce e potervi far sentire quanto sono sinceramente, profondamente commossa. Anche se sono ancora fiduciosa nel futuro, con lei ci è venuto a mancare qualcosa di immenso che ci sta scivolando silenziosamente fra le dita senza che quasi ce ne accorgiamo. Un triste evento che dovrebbe ricordarci il tesoro di cui generosamente ci fanno partecipi i nostri anziani, il doloroso ricordo che decidono di condividere con noi, la preziosa saggezza di cui sono portatori.
La notizia. Oggi la camera ardente, domani i funerali.
Museo fratelli Cervi
Via Fratelli Cervi 9, 42043 Gattatico (Reggio Emilia)
Tel 0522 678356
Fax 0522 477491
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11 giugno 2007
A pieni polmoni.
Bene, dell'esame è rimasto solo il maldipancia. Scrittotuttoattaccato perché davvero stamattina il male e la mia pancia erano una cosa sola.
Respiro e faccio progetti. Mi aspettano un'intervista-statistica, due settimane in edicola, cene con amici, un altro esame, compiti delle vacanze delle elementari e delle superiori, un viaggio e poi la fabbrica, come tutte le stagioni del pomodoro (preoccupata comincio a veder passare camion targati Rodolfi Mansueto). Per affrontare, infine, l'ultimo anno da studentessa. Già mi sento il fiato sul collo dell'attimo limite, quello del peggior trapasso, ovvero il momento in cui (almeno si spera) inizierò a lavorare in modo serio. Senza nulla togliere alle ustioni da passata, i malefici tappi delle scatolette di metallo, la cernita dei pomodori marci come pure la cultura, o meglio l'amore per la cultura, che cerco di trasmettere ai miei bimbi o meno bimbi allievi. Incredibile sentirsi chiamare maestra in un attimo di confusione. Maestra io che ho tutto ancora davanti da imparare.
Unica impressione degna di questi giorni il ricordo delle note del concerto omaggio ai Pink Floyd (Segno sul taccuino: Non snobbare i Bermuda acoustic trio, perchè sono veramente ottimi interpreti), la prima sagra della stagione, quell'incredibile corista che ci ha avvolti (meravigliati, eccitati) con la sua voce, musica che vorrei mi avesse raggiunto adesso, mentre mi raccolgo in un attimo di pura intimità interiore.
Ho aperto il blog per gioco eppure ero dispiaciuta di non aver tempo per scrivere.
Volevo passare a salutarvi prima di buttarmi nel vento e andare a giocare una partita a carte immaginaria con gli anziani del bar, che spio dai vetri dell'edicola e saluto sempre volentieri. Magari mi verrà a trovare ancora la piccolissima nipotina del barista, Sara, come me, che mi ha tolto il primato di più bella ragazza del borgo, come mi ripete suo nonno ;)
Un bacio a tutti, vado a godermi il paese, con tutte le sue interessanti contraddizioni.
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07 giugno 2007
02 giugno 2007
Misticanza
Pioggia dolce e temperatura che è scesa ai 10 gradi. Cerco di consolarmi in questo nuovo ottobre che mi mette addosso voglia di coccole (vi faccio notare che ho scritto che ho voglia di coccole) e poesia. Entro nella nebbia in montagna, con due nuovi amici, vedo la luna oltre il grigio che illumina il cielo. Piccole goccioline scivolano sul tettuccio trasparente e le osservo aspettando di essere abbastanza in quota da far sì che la nuvola in cui siamo finiti si diradi e mi lasci intravedere le cime delle montagne che diventano appena una linea. Su queste montagne straniere c'è un posto che ti fa sentire a casa: un vecchio fienile riscaldato da una grande stufa di ghiaia. Mi riscopro carnivora e addento una fiorentina da 1kg e 600g, solo dopo aver assaggiato gli ultimi prugnoli di una stagione fungaiola infelice. Al vino si mischiano parole e musica a volume di cortesia. Un limoncello fatto in casa talmente buono da non crederlo possibile in questa terra dove i limoni sono solo una parvenza di agrumi. Una lepre coi suoi piccoli. Non piove più ma si sente che è solo un'attesa di nuovi acquazzoni come la mia attesa di un altro viaggio che comincia a tracciare una linea immaginaria su un atlante che ritrovo aperto al mio ritorno a casa. Ho riempito il cuore di umanità ancora per qualche giorno e le occhiaie sono sparite nonostante le poche ore di sogni.
Come si fa a non amare la pioggia?
Ho ricevuto dal mio dolce bibliofilo "Il mangialibri" di Klaas Huizing e un cofanetto straordinario con le poesie d'amore di Apollinaire. Mi ci tuffo abbandonando per un attimo i libri che viaggiano ogni giorno dal mio comodino alla mia borsa.
Avete tempo fino a Domenica per correre a Pennabilli, nelle Marche, da me!
Piove, è vero, ma io ve lo consiglio lo stesso e insieme ci metto l'"Adele H." di Truffaut che ho scoperto solo in questi giorni e di cui mi dispiace di non avere, ora, il tempo di parlare.
Ma google con quella bandierina d'Italia? E lo pagano il grafico? Comunque se a Roma è come da noi... oggi sfilano solo i lagunari!
Approfitto di questa bordata di nazionalismo per proseguire sui tortelli della suocera... Verdi di erbetta, bianchi di patate, rossi di zucca!
Un bacio e buon appetito!
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26 maggio 2007
Chiedo scusa e racconto altro.
Chiedo scusa a chi aveva già commentato perché ho soppresso, insieme alle mie parole, anche la vostra libertà di espressione e a chi non l'aveva ancora letto perché, chissà, forse ci avrebbe trovato qualcosa. Qui c'era un post, anzi c'era un racconto. Ma è una cosa troppo intima che deve ancora crescere. Semplicemente non ce la facevo a vederlo lì, non era il suo posto. Senza considerare che sotto i vari strati di lettura (trasparenti) ero nuda, proprio io che odio anche il costume o i pantaloni corti.
Ho poche cose da dire di questi giorni: nonostante l'ennesima disgustosa conoscenza, l'umanità non riesce ancora a schifirmi del tutto, la amo, forse perché sono così poco capace di amare me stessa. Con la scrittura, carne di carta, ho riscoperto il treno e vi ho reincontrato un vecchio poeta, condannato all'indifferenza.
Domani voto e, dopo dieci anni di fiducia incondizionata, seppure turbata, credo che non voterò il mio partito.
Ne approfitto ancora una volta per salutarvi tutti dalla mia Ancona. Accettate questa lettera virtuale e collettiva. Qua piove e l'odore dell'erba è quasi una sensazione mistica; le spiagge si spopolano e il mare torna ad essere un ottimo compagno. Osservo curiosa le poche cose che conservo ancora in questa cameretta in cui ho vissuto troppo poco; vivo ancora una volta sensazioni troppo forti per dividerle fra due luoghi: il cuore un battito pulsa e un battito va a vuoto. La sera, prima di dormire, mi lascio deliziare dal femminismo (o la femminilità?) di Virginia Woolf, di giorno affronto pagine di semiotica del testo. Scopro e riscopro che è quello che vorrei fare della mia vita: studiare, crescere, osservare, cercare di capire e poi condividere.
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22 maggio 2007
Filosofia del mattino in mercato
Fra peperoni, tendaggi, galline, abiti tarocchi al mio orecchio stamattina è giunta questa perla di saggezza, alla faccia del prete e del suo giro di benedizioni. Lo scrivo come si legge, perdonate la mia ignoranza linguistica parmigiana.
Trattasi di un cliente (direi abituale) del banco dei salumi che risponde alla moglie che lo rimprovera perché, nonostante il colesterolo, lo scova a comprarsi un bel pezzettone di lardo.
Dammi qua, dammi qua...
...El cosi bonni a ia magn d'ed chi, el cosi grami a ia les per d'ed là.
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18 maggio 2007
Le 25 canzoni
Bene, ormai ci sono stata tirata dentro da quel simpaticone di ed e, anche se credevo di esserne miracolosamente immune, l'epidemia delle catene bloggose ha infettato anche me...
Dunque... devo trovare le 25 canzoni della mia vita... della mia vita... avendo 24 anni potrei quasi arrischiarmi a trovarne una per anno e ci si infilerebbero inevitabilmente: "sei come la mia moto" cantata a squarciagola nel vecchio ducato bianco di famiglia nelle innumerevoli vacanze e trasferte europee, "i puffi", "dolce Lassie" (ve la ricordate? Sei tu, bau, bau, mia Lassie tenerissima) e naturalmente quelle che mi cantavano i nonni: "vecchio scarpone", "papaveri e papere", "Montagne verdi", "vola colomba".
Nelle manifestazioni mi hanno poi accompagnato "El pueblo unido jamas serà vencido", "Per i morti di Reggio Emilia", "Fischia il vento", Bella ciao", "I treni per Reggio Calabria".
E, anche se viene sempre voglia di censurarle, "Ti sento vivere", "Nobody Else", "La canzone del sole"... e, ovviamente, "Sara" (svegliati è primavera, odiosi, in quanti me l'avete cantata!)
Ma sarò seria, perlomeno ci proverò.
Adoro la musica ma non è il mio campo, sarebbe stato più facile col cinema o con la letteratura.
Inoltre devo riuscire a caratterizzarle come fondamentali per la mia vita, anche a rischio di tirare fuori dei titoli banali. Poi farmi scegliere fra i titoli di Guccini o De Andrè è da sadici ma va bhè, vediamo un pò...
Scirocco, Guccini
La città vecchia, De Andrè
Stranamore, Vecchioni
Prospettiva Nevski, Battiato
Africa, Toto
Venceremos, Inti-Illimani
Contessa, Pietrangeli
Alfama, Madredeus
Inno, Mia Martini
God save the queen, Sex pistols
Gadjo Dilo, Nora Luca
La banda del sogno interrotto, Modena city ramblers
Pablo, De Gregori
Comunista, Lucio Dalla
Sultans of Swing, Dire Straits
San Luisera, Compay Segundo
Kalashinkov, Bregovic
Goodbye Macedonia, Kočani Orkestar
Losing my religion, R.E.M.
Wish You Were Here, Pink Floyd
The fountain of salmacis, Genesis
Ballata del piccolo an, Ivan della Mea
Borghesia, Lolli
Giochi proibiti, Anonimo
A woman left lonely, Janis Joplin
Mamma quanto devo crescere musicalmente... capperi quante altre ne avrei messe volentieri... ma dai, su, in fondo sono abbastanza soddisfatta! Stavolta coinvolgo Gianfranco, gloutchov, kaiserfranz, Choppa, Marco.
Ma solo cinque ne posso coinvolgere? Io a dirla tutta vorrei sapere i titoli di tutti i miei amici blogghettari, vedete voi, a vostra pazienza ;)
Per esempio Radiant se ci sei che ne dici di farla anche tu? :P
E la bella Carlotta che si è rovinata con le sue mani ;)
Anche Spina ormai è coinvolto ufficialmente! Azzi suoi! :D
Si aggiunge un'altra bella: Feowyn
Fate un salto anche da Princeps, mi raccomando!
Che bello barare apertamente alle regole!
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La bella emiliana morbida.

Bologna non è una città, Bologna è una donna. Bologna è una donna dai seni grandi, dai fianchi morbidi e perfettamente rotondi. Bologna è una campagnola inurbata, una nobile bottegaia. Guccini la canta con sapore di romagna. Bologna è romagnola nei gesti, nei sorrisi, nella vitalità, ma non nel vestire. Bologna non porta vestaglie a fiori per coprire il costume e non sta ore in spiaggia. Bologna non è senza colli e strade d'acciottolato. Non è senza i riflessi nella fontana del Nettuno, senza la sua ombra, con cui, chissà, si potrebbe scovarla a fare l'amore, magari nascosta nella penombra di un palchetto del comunale o fra i giardini di S.Luca, quella falsa romantica che ha bisogno di stelle per pronunciare rare parole d'amore.
Scoprire Bologna di notte, fra infinite coppie che ballano una musica immaginaria davanti palazzo D'Accursio, è sempre squisitamente intimo. Appoggiarsi al suono dell'acqua che si tuffa in altra acqua, l'acqua dei tanti canali nascosti.
Passare per piazza S.Stefano, ricordare i frati neri in veste bianca che si muovono silenziosi fra splendidi chiostri, sedersi un momento ad un tavolino, mentre comincia a farsi fresco.
Parlare soprattutto. Parlare piano di cose normali fra sensazioni che si vestono di poesia. Scoprire chiuso il pesante portone dell'università, chiuso sull'ultimo esame dato, tenere lontani gli impegni e le incertezze. Veder passare un vecchio professore che torna a casa pensieroso e le ultime serrande che, rumorosamente, si chiudono su un'altra giornata.
Trovare, seguendo i portici, l'osteria dé poeti e sedersi in una stanza dal profumo di cose vere, davanti ad un caminetto spento, ascoltare, oltre il muro, una musica.
Accompagnati da una candela, fra le righe di carta, scegliere insieme sapori e profumi, cordialità. Accarezzare piano il piatto per non finire mai.
Poi, improvvisa, ritrovare la fretta, la fretta di vivere, di vedere. Uscire quasi di corsa e tuffarsi di nuovo in una passeggiata morbida. Indossare sulla pelle d'oca la maglia appena comprata e stare vicini per non sentire uno strano freddo di Maggio. Emozionarsi persino alle luci dell'autostrada, una lunga via diritta e deserta di cui non si vede la fine e che viene sempre voglia di continuare a percorrere.
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16 maggio 2007
Unibo(h) 2
Ho la tremarella, vorrei che fosse già sera, guardo fuori dalla finestra sospirando e agognando libertà.
Ho distrutto tutte le penne a portata di mano.
Ho guardato Gabriele con occhi disperati e l'ho costretto a ripetermi: "Lo sai, stai tranquilla che lo sai"
Allora, per non decidermi ad andare a prendere il treno, ma avere ancora un momento prima di tuffarmi nell'incubo, sono andata a contarli recuperando la fotocopia del vecchio libretto della triennale: questo è il mio ventinovesimo esame.
Ma non ci si abitua mai?
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07 maggio 2007
Il cinema non è immune dal tempo né dalla malattia.
Mai pensato all'aspetto materiale del film, alla pellicola cinematografica?
Affascinante questo paragone del declino di una pellicola al nitrato con la peste. Del corpo-cinema col corpo umano. Del restauratore cinematografico come medico, o forse, ancora, come stregone.
Da studiosa di cinema ed ex-proiezionista riporto (perché difficilmente si pensa al cinema in toto, ma più spesso solo all'atto del film proiettato sullo schermo):
Michele Canosa, Per una teoria del restauro cinematografico in Gian Piero Brunetta, Storia del cinema mondiale, Torino, Einaudi, vol. V
[Le Théâtre et la peste di Antonin Artaud]
...il corpo si ricopre di macchie rosse di cui l'ammalato s'accorge improvvisamente solo quando incominciano ad annerire. (...) Al centro di ogni macchia si formano punti più infuocati, intorno ai quali la pelle si solleva in vesciche, come bolle d'aria sotto l'epidermide di una lava, e queste bolle sono attorniate da cerchi, l'ultimo dei quali, come l'anello di Saturno intorno all'astro incandescente, indica il limite estremo di un bubbone.
[Rapporto della Fiaf redatto nel 1965 da Herbert Volkmann]
L'immagine argentata si decolora, diventa brunastra e appassisce. Le spire della pellicola cominciano a diventare molli e danno luogo alla formazione di una sostanza gelatinosa. Appaiono delle bolle e si sviluppa un odore pungente. L'intera pellicola comincia a coagularsi in un'unica massa compatta. Il supporto si disintegra in una polvere bruna e l'odore si fa acre. Quando la pellicola tocca uno dei suoi ultimi stadi diventa esplosiva e assai pericolosa, dunque dev'essere bruciata.
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05 maggio 2007
Amsterdam e il compleanno della regina
Per cominciare alla grande il racconto di questi quattro giorni olandesi qui sotto potete vederci con le cuffiette del rijks museum in crisi nel tentativo di inviare a casa un video messaggio di saluti :)
Le 11 ore di automobile le abbiamo trascorse ripassando il mio libro di "Organizzazione di eventi culturali e audiovisivi". Gabry leggeva, io guidavo, studiavo, mangiavo... una ricerca scientifica ha stabilito che le donne riescono a fare più cose contemporaneamente, cosa la quale gli ometti non riescono a fare :P
Il paesaggio svizzero, come sempre, sulle prime stupisce, poi diventa ripetitivo. In Germania si può spingere un pochettino in più sull'acceleratore ma l'autostrada è circondata per tutto il tragitto da piante. Siamo riforniti per benino di dolcetti, stuzzichini, succhi di frutta.
Arriviamo in un parcheggio non troppo lontano dal centro, uno dei P+R che ci permette di lasciare la macchina coperta e custodita a 16 € circa per tre giorni, offerta incredibile perché i parcheggi di Amsterdam sono risaputamente costosi. Ci omaggiano persino di due biglietti del tram che non si spiega il perché ma dobbiamo riportare timbrati (dobbiamo dimostrare di averli usati?). Tram che usiamo poco nel solito tentativo di distruggerci i piedi mordendo metro per metro tutta la città con le sole nostre forze, ma che sono veramente comodi e frequentissimi.
L'approccio con l'albergo non è dei migliori. Anche i due stelle sono carissimi, per di più siamo capitati in coincidenza con l'evento nazionale: il compleanno della regina. Ci fanno pagare prima e poi ci chiedono una caparra, cosa che veramente non ci va giù nonostante gli zainettoni da viaggiatori pedestri e la carta di credito che fa le bizze. Unica nota degna di un sorriso di piacere il fatto che all'albergo sono i benvenuti gay e lesbiche.
Dopo la doccia si comincia e, distrutti dal viaggio, ci limitiamo ad un giretto per il centro. Primo impatto con coffee shops e vetrinette di signorine a cui gli olandesi sono talmente abituati da costringerle ad appendere cartelli appena sotto la luce rossa con su scritto: "vietato l'ingresso alle guide turistiche" (!!!)
La diversità etnica è davvero impressionante, noto tantissime coppie miste. L'integrazione con le diversità più estreme sembra davvero riuscita e arricchisce la città di varietà e curiosità. Gli stessi olandesi sono diversissimi fra loro in mille stili differenti e badano poco all'eleganza. Non ci si fa scrupoli ad uscire in ciabatte e tuta. Si respira freschezza e spontaneità. Il vento spira deciso e non ci abbandona mai, nonostante questo la città ha un unico odore: marijuana. Occorre prestare tantissima attenzione a dove si cammina perché le numerosissime piste ciclabili sono patria esclusiva di migliaia di ciclisti (pochissime macchine per le strade anche se ci troviamo in una metropoli) che ad Amsterdam hanno sempre ragione. Anche le biciclette spaziano fra mille usi, mille addobbi più che altro floreali e mille ritocchi utili al trasporto di bimbi, cani, fidanzate e oggetti dei più disparati, fra cui, ovviamente, i vasi per i tulipani che gli olandesi amano acquistare ogni fine settimana. Si trova da mangiare veramente di tutto anche se trionfano ristoranti italiani e argentini, più difficoltosa è la ricerca di cucina olandese. Per cercare qualcosa di tipico ci si può comunque sedere in uno dei tanti bar che offrono anche pranzo e cena.
Sprofondiamo in un letto morbidissimo e, il giorno dopo, ci tuffiamo nei festeggiamenti. La città il 30 Aprile si veste di arancione. Ci sono migliaia e migliaia di persone. Concerti, musica, birra. Nonostante l'incredibile folla e il desiderio di divertirsi nessun disordine. Poliziotti che placano piccole risse fra gang di quartiere senza usare il manganello e in gruppi di due, massimo tre agenti (tanto per fare un pò di sana polemica). La gente gira indossando la maschera che riproduce il viso della regina e con l'abbigliamento più strano (ovviamente arancione), centinaia di bandierine olandesi svolazzano quasi fosse la finale del campionato del mondo. La città si copre di rifiuti che tutti prendono a calci ma il giorno seguente, prontamente, schiere di operai comunali ripristinano la famosa precisione nordica. A seconda della zona della città gruppi etnici festeggiano con il loro cibo e la loro musica. Resta pulito solo il ricco quartiere ebraico.
Visitiamo il museo Van Gogh e il Rijks. Entrambi ci affascinano ma da entrambi ci aspettavamo di più. Di retrospettive vangogghiane ne abbiamo viste parecchie e forse migliori. Il Rijks non è enorme come dicono e non presenta le opere migliori dei maggiori artisti olandesi. Evitiamo la casa di Anna Frank.
Proviamo l'atmosfera fumosa di un coffee shop sotto la vecchia chiesa, in una piazzetta caratteristica, circondati da specchi e poster di Bob Marley. Ai turisti offrono canne già rullate, i locali si siedono e cominciano il rituale lento e preciso.
Mentre a Bologna, in piazza Verdi, la sovrintendenza non lascia montare un palco per le feste estive, troviamo piazza Dam, davanti al palazzo reale, piena di giostre, colori, casino. Nonostante la pessima esperienza pizzosa danese, assaggiamo la pizza più buona mai provata prima all'estero in concorrenza solo con la fettona ai wurstel di Trogir. Il mio pezzo "hawaii" con l'ananas che avevo scambiato per patate. I dolci tipici li paghiamo a peso d'oro ma la squisitezza rende al palato ciò che è stato rubato al portafoglio. Per il resto troviamo insalatone, fritto fino a schifirsi e strani pasticci di verdura.
Da bravi turisti non ci lasciamo scappare il mercatino dei fiori e compriamo bulbi di tulipani coloratissimi da portare a casa ai parenti!
Per i canali navigano imbarcazioni-discoteca, imbarcazioni-grigliata, imbarcazioni-appartamento-con-giardino, imbarcazioni-traina-ubriachi-in-canoa.
Amsterdam è bella di giorno e affascinante di notte.
Ultima immagine da conservare e portare via, anche se banale, la luna piena e le luci che si riflettono sui tanti canali, le persone che si godono i primi caldi sulle scale davanti casa e che è possibile osservare muoversi dentro gli appartamenti.
Una grandinata da paura ci ha accolto al nostro rientro in Italia e il primo pensiero è stato passare il confine per tuffarci su una bollente pastasciutta.
Passato un altro esame torno al solito tran tran con questa strana pioggia in sottofondo che dà sollievo al Po e alimenta la mia dolce nostalgia.
Foto pubblicate qui.
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26 aprile 2007
Racconti di Bosnia
Curiosare fra bancarelle di libri usati o invenduti da anni, nel profumo di fogli ingialliti, fra visi curiosi ed appassionati, molto spesso porta ad una crescita culturale e umana inaspettata. Ti può capitare di ritrovarti fra le mani un libro di Ivo Andrić, premio nobel 1961 per la letteratura.
A doverlo descrivere la prima parola che viene in mente, la prima facile definizione è che si tratta di un "libro vero". Amo profondamente il neorealismo e quelle espressioni artistiche che davvero hanno saputo indagare il reale (i tanti reali) cercando di mantenerne l'autenticità, senza pretesa di rendere accattivante il discorso con facili sfoggi eruditi. Andrić usa quasi parole dimesse, dure e spoglie come la terra che le ha ospitate e ispirate. Parla di una terra sofferente, sfruttata, conquistata, sporcata da innumerevoli padroni stranieri di violenza e sangue, di fame. Parla di un'umanità dolente, superstiziosa, assetata. Usa metafore tangibili, ponti bianchi e perfetti ma fuori contesto che uniscono confessioni in equilibrio precario sempre sull'orlo del baratro dell'intolleranza reciproca. Sono storie senza inizio e senza fine. Spesso, dopo il fatto particolare, tutto ritorna come era partito. Non ci si deve aspettare il finale a sorpresa a cercare il lettore.
Con questo libro, di cui mi aveva conquistato il titolo prima di ogni altra cosa, sono tornata per l'ennesima volta in Bosnia, a Sarajevo, una città che amo come fosse casa, una guerra, solo l'ultima di quella regione sfortunata, che vedevo oltre il mare, per cui ho iniziato a soffrire, che ha formato la mia coscienza. Ho rivisto i segni delle granate, la natura ostile, un mare che è una burla, i problemi in frontiera, i soldati che pattugliano strade, i fuoripista mortali, ma anche la voglia di rinascita, il senso dell'ospitalità, la musica, la meravigliosa e viva cultura dell'est, i sapori speziati, il mio primo contatto con l'oriente, la voce che dal minareto s'infila nei vicoli. Ma di questo ho già scritto nel blog e non vi annoio oltre. Se avete voglia di un libro sincero, di una realtà tremenda che si concede anche l'attimo di ironia, di un'umanità ponte fra mondi analizzata a fondo con strumenti perfetti, un non luogo di incredibile varietà, provate a leggerlo. Io in questa nottata di studio, di fusa e rincontro con la mia casa fornovese avevo voglia di consigliarvelo e di provare a passarvi la partecipazione con la quale ho affrontato quelle pagine così diverse dalla nostra comune sensibilità letteraria.
E domenica partiamo per Amsterdam; porto indietro fotografie, rubo scorci di realtà olandese. Ormai lo sapete che sono una vagabonda, non posso farne a meno!
E allora latcho drom guccia! E a rivederci al 5 Maggio cari amici.
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25 aprile 2007
25 Aprile 2007

Appena sveglia guardo il calendario per avere conferma dei sentimenti che provo: 25 Aprile 2007.
Orgoglio e sconforto.
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18 aprile 2007
S.Anna di Stazzema

A Sant'Anna siamo arrivati dal mare. Ci siamo inerpicati per strette stradine di montagna che ci hanno fatto rapidamente scalare 600 metri di dislivello. Ma il mare non lo abbiamo mai lasciato, continuava a guardarci dal fondovalle. Dopo gli ultimi tornanti un paesino di quattro, cinque case, una piazza dove non giocano più bambini, un tabacchi che ha ricavato 3.50 € con una decina di turisti, una legnaia e una chiesa. Posti belli da togliere il fiato. Poi si arriva. Appena scendi dalla macchina la prima cosa che ti colpisce è il silenzio. Non il silenzio dei posti tranquilli, immersi nella natura e isolati, ma un silenzio veramente assordante, il silenzio che lascia la guerra, la follia, l'odio. Li senti quegli scarponi di cuoio nero che rincorrono piedi scalzi, li senti gli spari, le grida in tedesco e quelle in italiano: non solo SS come vogliono farci credere, ma anche fascisti, italiani che torturavano e uccidevano altri italiani. Più volte si è cercato di nascondere in particolar modo questa verità, ma a Sant'Anna è scritta con parole di ferro che resteranno per le generazioni a venire.
Anche i fiori su questo monte faticano a sbocciare, si aggrappano alla terra che li risucchia come ha risucchiato 560 vite, ma poi sbocciano ancora con più forza ed escono al cielo di viola e di giallo intensi.
La vita dei superstiti rimasta bloccata al 1944.
Un sentiero ripido fino a 560 nomi iscritti nel marmo, tutto quello che rimane di quelle vite. Nessuna parola, commozione e (secondo noi) nessun possibile perdono. Memoria.


Come sempre, altre foto qui.
Per riuscire a leggere cliccarci sopra.
Come sempre sono tutti miei scatti, ma le foto di visi di anziani che si trovavano in esposizione nel museo fanno parte del lavoro di Oliviero Toscani "Sant'Anna di Stazzema 12 Agosto 1944. I bambini ricordano". Libro che vi consiglio.
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15 aprile 2007
Il nostro locale preferito: pequeño mundo, casa.
Su risa se fue en los ojos de un guitarrero andador
la guitarrera que toca tiene labios sin color:
El rojo se fue en la boca de un guitarrero cantor.
Sullo sfondo di una così dolce serata il nuovo album degli Inti-illimani, musica lieve e profonda, testo pura poesia. Nuova strada comunque testimone di un passato non pietrificato.
Poi...
Labbra spente; un lieve e deciso profumo di vino sul sughero; colore.
Una fiamma leggera; odore di cera bruciata; sottile filo di fumo.
Passi di danza; tonfo secco su tavole di legno perso nel ricordo.
Pallido riflesso di luna; morbidezza di pelle bianca al tatto leggero di una carezza.
Una promessa.
Fissare un momento a parole mentre già ti sfugge fra le dita.
Amarone della Valpolicella
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13 aprile 2007
Petizione pro ricerca e iniziativa pro cinema
Permettetevi di scocciarvi ancora con una petizione e una segnalazione.
1) La petizione: Mille euro ai ricercatori.
Riguarda lo stipendio dei dottori universitari. Si può vivere con 800 € al mese dopo aver studiato anni e anni? Anzi, si può vivere con 800 € al mese? Non sarebbe ora di cominciare a tenersi da parte questi famosi cervelli in fuga? Per loro e per lo sviluppo del nostro paese. Ho trovato la notizia sul blog di Radiant e vi rimando direttamente al sito che ospita l'iniziativa http://www.dottorato.it/milleeuro/ dove trovate tutto il necessario per regalare questa importante firma.
2) La segnalazione: Selfcinema.
Ieri sera, mentre cucinavo, ho sentito una voce conosciuta provenire dalla televisione, accesa sul TG regionale. Dalla bocca di Manzoli apprendo che si sta organizzando una splendida iniziativa: adottare film di qualità che non arrivano nelle nostre sale, sia perché sperimentali sia perché, pur essendo rivolti al pubblico, sono penalizzati dalle strettoie del sistema distributivo. In pratica si tratta di comprare il biglietto in anticipo per garantire l'incasso ad alcune sale che accettano di proiettarlo e poi, se il film merita, prosegue la sua strada da solo. I donatori sarebbero avvertiti sulla data della serata e, in caso la proiezione non si riuscisse ad organizzare, verrebbero restituiti i soldi. 6 € per aiutare un potenziale capolavoro. Trovate tutte le spiegazioni necessarie e le città coinvolte in questo sito: http://www.selfcinema.it/home.html
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11 aprile 2007
Pasqua al Museo Fratelli Cervi

C'eravamo già stati, ma il museo fratelli Cervi, visitato una volta, diventa casa. Immerso nei campi rossi, a Gattatico, ci si arriva dopo chilometri di vera pianura padana. Stradine strette con gli incroci a novanta gradi, canali che le costeggiano, grano verde fin dove arriva l'occhio, cielo azzurro macchiato di nuvole, mare di vento. Poi vecchie sedi del P.C.I. fra paesini abitati da gente semplice e cordiale. E' Pasqua, ma non abbiamo dubbi, siamo sicuri di trovarlo aperto. Arrivati, infatti, ci accoglie Cin, che conserva fra calli, rughe, sapienza di cose agricole e di battaglia, il nome della sua brigata partigiana. Cin che ci dedica il libro appena comperato e che ci chiede di scrivere sul libro degli ospiti se la guida, lui stesso, meritava. Sempre Cin, che appoggia le sue mani stanche su attrezzi agricoli dimenticati dal tempo, sorride nel vedere che può ancora insegnare qualcosa, prende confidenza e agogna domande che, ben presto, arrivano a fiumi. Ci conquista subito la dolce guida, ci lasciamo trascinare da lui, quasi senza sosta, come se fosse ansioso di farci vedere, in tutte le stanze del museo. Riscopriamo che i Cervi, decisi di cambiare il loro stato di vita e forti di tante braccia, abbandonano la vita da mezzadri e affittano un podere dove, fra i primi, portano un trattore: il famoso trattore con il mappamondo, regalo della ditta scelto da loro in quanto curiosi di vedere altri luoghi. Leggono i Cervi; leggono di storia, letteratura, economia. Ci immergiamo con strumenti d'epoca o all'avanguardia tecnologica nella storia e nella loro vita, fra le loro cose, nelle loro stanze. L'impegno politico diventa sempre più forte, sempre più scoperto, troppo scoperto. Molte persone si nascondono nella casa dei Cervi, vi si organizza la resistenza. Si festeggia la presunta fine della guerra regalando pastasciutta a tutto il paese (cosa che si ripete ogni anno a Luglio). Ma la vendetta non tarda a venire, i Cervi cadono fra i primi. La furia fascista arriva in quella casa felice, in quella famiglia unita dove non c'è ricordo neppure di un litigio e, dopo aver appiccato fuoco, gli uomini vengono portati via, strappati al calore delle mogli, ai piccoli figli. A Reggio li dividono, Alcide chiede di rimanere coi figli ma i sette ragazzi, insieme a Quarto Camurri, che nascondevano, vengono fucilati al poligono di tiro. Il vecchio Alcide riesce a scappare a seguito di alcuni bombardamenti e, una volta saputo il fatto, è costretto a resistere al dolore. Unico uomo rimasto deve portare avanti la famiglia, il lavoro. I figli sono morti, ma hanno lasciato vedove e orfani. Dopo un raccolto ne viene subito un altro. Alla casa verrà dato fuoco altre due volte, la madre non reggerà e si lascerà morire di dolore un mese dopo l'ultimo incendio.
Ma al museo non c'è solo Cin, ci sono molti volontari, tra cui un giovane uomo che ha parlato con molti sopravvissuti alle torture fasciste e naziste ma non riesce ancora a raccontarle. In anni di lavoro avrà di certo parlato con tanti gruppi di visitatori ma, davanti a noi, di nuovo, gli scendono le lacrime, la voce si spezza e non è più in grado di dirci oltre. Subiamo un duro colpo anche noi, convinti di aver letto a sufficienza, presuntuosi di conoscere, seppure solo attraverso i libri, quell'inferno. Non è così, in quelle parole interrotte riusciamo ad intravedere un dolore che si spinge oltre l'umana immaginazione. Quell'uomo s'indigna del revisionismo di questi anni, ci passa la verità per amore del ricordo, è orgoglioso delle tante splendide iniziative di questo museo vivo, dell'enorme biblioteca.
Non riusciamo a deciderci ad andarcene. Sentiamo il bisogno di ringraziare ancora, stringere mani, ascoltare il suono dell'acqua della fonte che abbeverava gli animali in quel cortile dove finalmente regna la pace, in quei luoghi che hanno contribuito a costruire quello che siamo. Vorremmo fare qualcosa. Ci giriamo per l'ultima volta ad osservare il viso profondo di Alcide, solcato da sette rughe come sette cicatrici, a guardare le medaglie che non gli hanno restituito i suoi figli, a immaginare i passi di danza di quei ragazzi prima che la bestia dell'uomo gli piovesse addosso, la loro sete di giustizia e libertà.
A Campegine guardiamo il marmo rosso delle loro tombe (Il revisionismo si commenta da solo: Vespa nel suo orribile libro Vincitori e Vinti ha scritto che è bianco) e poi saliamo in macchina, con la Gang in sottofondo, non riuscendo ancora a parlare.



Link museo Fratelli Cervi
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02 aprile 2007
Giornata di fine inverno alle cinque terre

Sabato sera eravamo fermi su una piazzola di sosta, dopo aver visto un brutto film al cinema (La masseria delle allodole) e stavamo ascoltando il rumore della pioggia sulla lamiera della mia pandina grigia. Io guardavo le luci che si riflettevano sulla strada bagnata fra le goccioline che scivolavano, impotenti alla forza di gravità, lungo il finestrino. Dopo qualche minuto la vista ha cambiato fuoco, smettendo di perdersi lontano fin dove i palazzi le permettevano di spaziare, e mi sono ritrovata a vedere il vetro. A sentirlo freddo con gli occhi e poi con le dita, che avevano preso a disegnare piccole onde tutte uguali, fino a riempire tutto lo spazio appannato. Così ho capito che avevo bisogno di mare e ho dormito un sonno impaziente fino a svegliarmi presto, accanto a Gabriele, la mattina di domenica. La pioggia ci ha accompagnato fino alla Cisa, confine fra mondi, poi ha cominciato a fare caldo, a smettere di piovere. Superavo e mi rimettevo in prima corsia, mentre l'autostrada, dopo aver valicato, tornava ad essere rettilinea, osservavo un mondo ancora non troppo convinto del cambio di stagione, una luce metallica fra nubi che andavano diradandosi lentamente. Scorrevano nell'indifferenza paesini abbracciati dalle Alpi Apuane. Sulle cime l'ultima neve cercava di tenersi aggrappata, nonostante la pendenza, nonostante quelle coste risaputamente insidiose. Sapevo di dover tenere quella strada fino alla fine, fino al golfo e alle ciminiere. La città, La Spezia, si lasciava attraversare senza eccessivo traffico, l'ultimo weekend prima di Pasqua. Finiti i palazzi affrontavamo la strada che scavalca la montagna e, quasi troppo in fretta, eravamo fra montagne scoscese e aride, terrazzate e adornate di pini, ulivi e viti, cariche all'inverosimile di limoni, una stagione incredibile per questi frutti invernali, che trovano ricovero in questa isola climatica del Nord. Il pensiero, scusate la banalità, a Montale, ossi di seppia fra le onde gentili di un mare vicino e inaccessibile. Nostra destinazione era il Groppo, un mucchietto di case colorate che si tengono l'una all'altra per non scivolare, casette attraversate da vie scavate e strette. L'insegna che seguivamo, non prima di aver dato un'occhiata dall'alto, seguendo un sentiero usato dai contadini, quella del ristorante "Cappun Magru", specialità Manarolese. Un isola di pace e di sensi, due piccole stanzette, sei, sette tavolini, una donna gentile, delicata, sensibile, leggera. Il sapore del mare, per la prima volta, sui nostri palati estasiati e inizialmente timorosi. Poi miele e delicatissimo formaggio. L'immancabile De André nel cuore di quella donna, tedesca ma con dodici anni di Groppo nella vita, un amo a cui appendere un bocciolo di conversazione. Poi, per la seconda volta nella mia vita, Manarola che ci apriva la via al mare. Prima la piazza dove bambini giocavano a palla e liberavano bolle colorate, con scalette e borghi, panni stesi, odore di pini e di bucato, di mare e di erba, poi anatre d'acqua salata, pochi turisti, alcune foto svogliate. Sonno fra storie da bambini di anziani pescatori. Sogni di case sferzate da onde, dalla tempesta. Il caldo sole ligure sulla pelle insieme all'aria salata. Dolce sonnolenza fra ricordi di altri e sciabordio di una nave vuota che si allontanava, pigra, dal piccolo molo.

Altre foto le trovate qui.
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27 marzo 2007
26 marzo 2007
Un ormai vecchio, doloroso gioco di Segni (aspettando di scrivere ancora).

Ti dissi una volta che la scrittura è terra, uomo, carne. Solco. Segni. Come sai un libro conosce giovinezza e vecchiaia. L’ultima pagina è per lui una morte e una speranza. Sale che rimane appiccicato alle dita in forma di macchie d’inchiostro. Finitezza di un universo le cui stelle hanno le grazie.
Il nero inchiostro luminoso, simile ad una strada notturna ai primi raggi dell’alba, si asciuga e muore di una morte opaca, di cui rimane il segno.
Il segno aveva forma di “S”: una strada sinuosa lastricata di ciottoli che si muovevano a contatto dei miei passi, come un lamento. Due curve e poi la vista era interrotta dalla casa di tuo padre, un uomo dalla testa rotonda, basso, la schiena diritta, una specie di “i” minuscola. Un “Sì”, il sì che avevi recitato unendo la tua vita alla mia, spostandomi dal mio ricovero d’erba brillante e portando i miei passi a suonare questo lamento. Il lamento sordo della mia penna stilografica secca, il tuo battere martellante sui tasti di una ormai vecchia macchina da scrivere a cui è venuta a mancare proprio la “i”. Un vuoto che riempivi con la “I” maiuscola del tuo Io. Un lamento sordo che si univa alla mia cecità dolorosa.
Con lo sbattere della tua porta si è chiusa la mia parentesi. Dentro una dolcezza come una scia d’inchiostro che la realtà sbiadisce a poco a poco. Cancello la tua strada, tuo padre, cammino sul letto del ruscello, abbandono la vergogna per una stitica maturità. La tua schiena era una “S”, il filo d’erba che stringevo fra le dita una “i” da cui prendeva il volo una coccinella. Hanno abbattuto gli alberi secolari che dirigevano la strada come vigili. Le curve sinuose hanno lasciato il posto a spigoli pungenti, tuo padre è ingrassato. Vedo la strada da un’altra prospettiva adesso, ho sostituito alla morbidezza del fruscio della matita sul foglio gli acuti della tua voce decisa che mi giungono da un’altra angolazione. No, non avresti più diviso la tua vita con la mia. Mutava la facciata delle cose, tutto tranne i vecchi muri in sasso che, come prima, rimarranno a coprire il mio orizzonte.
Come hai sempre fatto, mi dirai che non capisci le mie parole, che il tuo lavoro era il pane della nostra vita, la mia scrittura lettere che si perdevano nel vento. Il tuo amore ha preteso da me il sacrificio più grande: il silenzio. Coi pochi vocaboli che mi hai lasciato, per le piccole cose di ogni giorno, costruirò di nuovo la tua immagine per imparare a vivere senza il tuo pane.
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Dopo anni di convivenza fatta ormai di niente, lei gli disse che non aveva mai osato lasciarlo perché avevano troppi libri in comune. Poteva rimproverarsi solo di non averne comprate due copie di ognuno.
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17 marzo 2007
La conclusione perfetta (ovvero 4 amici al bar)

Ho voglia di scrivere di ieri sera perché ho passato una stupenda serata con Choppa, Giorgia e Passero.
Ho abbandonato i libri, su cui stavo veramente esagerando, e mi sono goduta un pò il mio tempo. Presa a prestito la fida golf di Gabriele ho ben presto ingranato la sesta marcia (che macchina da capannoni) e mi sono tuffata nel traffico autostradale di rientro dei pendolari. Una simpatica vocina radiofonica mi ricordava che era l'orario peggiore per mettersi alla guida e pure di prestare attenzione perché sull'A1 (sì, ma dove? l'A1 è lunga) gironzolava un cane. Ero eccitata, felice e un pochetto spaventata in quanto non mi fidavo della mia solita iniziale timidezza. Il benzinaio, nonostante le solite scarpine (bhè veramente ho un 40 di piede) da tennis e i soliti jeans ha "sgamato" subito che andavo a cena fuori, probabilmente dalla mia contentezza, e mi ha augurato di passare una bella serata pulendomi, nel frattempo, il vetro dietro al quale più che vedere la strada, si intravvedeva qualcosa di grigio, lungo e diritto. In quel momento sentivo che con lui amavo tutti i benzinai del mondo! Uscita a Casalecchio ho sbagliato strada ritrovandomi dentro il parcheggio dell'Esselunga. Così ho chiamato Gabriele:
-Gabry mi sono persa, sono nel parcheggio dell'esselunga, come faccio a tornare sulla porrettana?-
-... Sara, l'esselunga sulla cartina non c'è!! Devi guardarmi una via!-
-Ma nel parcheggio del supermercato non ci sono i cartelli delle vie!-
Mi sentivo come una che avesse appena perso l'aiuto della telefonata a casa a Chi vuol essere milionario. Gerry Scotti mi guardava torvo ricordandomi che adesso me la sarei dovuta cavare da sola...
Ebbene sì, faccio la brillante ma alla fine resto comunque una gran pasticciona! :P
La serata è stata deliziosa e ci hanno accompagnato vassoi di crescentine e salume, spazzolati velocissimamente. Il ristorante, fra l'altro, era dotato di un avveniristico mobile dei dolci che resterà negli annali. Passero e Choppa, maniaci tecnologici, hanno riempito di foto noi vittime senza tecnologia, foto buffissime e gloriosi autoscatti prossimamente su questi schermi. Si è parlato di cose serie in stupenda sintonia e si è riso da far male alle mandibole. Per concludere degnamente una bellissima Bologna by Night, una piazza maggiore piena di gente, una fontanella per togliere la sete data dal salume e una panchina. Poche cose che bastano quando si sta bene insieme.
Che dire? Trovare un amico è stupendo, trovarne tre indescrivibile. Con una conclusione di giornata come quella mi sento felice e ricaricata, per me tutto bene, poveri loro che da ora in avanti saranno costretti a sopportarmi, con loro sto talmente bene che mi attacco come una cozza allo scoglio! Non mi staccate più!
Vi voglio bene ragassuoli :*
P.S.: come ho detto alla Choppa, per finire, il caffè gratuito scroccato in autostrada, e quindi al sig.Benetton in persona, aveva un sapore veramente speciale, quello che solo le cose scroccate hanno ;)
Guccini canta: "...che sapore ha il sapore dell'uva rubato a un filare..."
Ed ecco le FOTO! (grazie Passero!!!)
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16 marzo 2007
Altri stralci di lettere
Oggi mi ha colta una stanchezza spossante. Non è stata improvvisa, da repentini mutamenti del mio umore ballerino mi ero resa conto che era prossima a venire. Osservavo le scorze della mela che avevo gustato in cerca di un piccolo refrigerio dall’aria torrida di questo Giugno opprimente e ne annusavo l’odore senza la minima intenzione di muovermi. Non che io non pensassi a rimuoverle prima dell’arrivo di mia madre, che ne avrebbe provato fastidio, ma al pensiero non era connessa una reale intenzione. Ho deciso di scriverti in questo stato d’animo che non mi appartiene, ma che invece tanto spesso mi ritrovo per compagno in questo ultimo periodo. Godevo del disordine lasciato nell’altra stanza, non smettevo di riportarlo alla mente in una precisa immagine che oltrepassava la parete. Mia madre è tornata, ma stranamente non ha detto nulla, si è limitata a rimuovere i miei rifiuti, cosa che mi ha punto più che ogni probabile parola. La amo profondamente, ma è una scoperta recente e dolorosa: ho scoperto di non aver amato per tutta l’adolescenza una donna che ritenevo precisa, severa, non incline ai sentimenti. Davanti alla delusione del suo matrimonio fallito e alla breccia aperta nella sua corazza fino ad allora inviolabile, sono stata costretta a riconsiderare ogni suo inflessibile gesto passato, ogni sua parola pungente e dura che si sono così vestiti di una verità colpevole. E ho capito in un frangente eterno che tutto quello che sono, lei lo era già molto prima di me. Forse per questo amo e curo così teneramente ogni viso sconosciuto e mi sento impossibilitata ad amare a carte scoperte chi mi ha cresciuto con tale forza e intelligenza.
La mia mezza ala ha subito un duro colpo oggi ed è caduta l’ennesima piuma, angelo nudo. Dall’alto dei grattacieli di Berlino osservo un’umanità dolente? Astiosa? Annoiata? Ma rifuggo attentamente dall’osservarmi, almeno finché mi sarà possibile.
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11 marzo 2007
La linea del desiderio
Ho sempre creduto che la linea retta fosse in qualche modo l'essenza della nostra umanità opposta alla pura natura e ho provato a descriverlo tramite racconti, aforismi, disegni.
Ho trovato qualcuno che lo ha fatto molto meglio di me, anche se mi sono dovuta accontentare di un esempio fra i tanti, interessantissimi, che il libro riporta.
Avrei dovuto scrivere anche del tronco di Ulivo, l'albero più storto che esista in natura, fatto raddrizzare da Ulisse per poterlo conficcare nell'occhio di Polifemo (che rappresenta il mondo pre-politico), ma l'idea di una linea tracciata lungo tutta la Francia mi sembrava ancora più affascinante.
[...] Come la prospettiva, l'immagine cartografica, che è il prodotto della proiezione, funziona soltanto perché immobilizza il soggetto della conoscenza. [...] Se il piede segue l'occhio e s'avvicina alla costa, la tangente non è più tale. Questo accade perché basta un solo passo e la costa, nel punto per cui passava l'immaginaria tangente, a differenza di prima non appare più diritta, perché in natura non esistono linee rette. [...] Però le linee diritte esistono sulla faccia della Terra, e sono proprio esse la prova che quest'ultima è la copia della carta. [...] L'anno stesso in cui Stenone scrive la sua dissertazione, in Francia l'abate Picard inizia la costruzione del meridiano di Parigi, per volere di Luigi XIV e su comando del ministro Colbert: da Dunquerke a Perpignano, dunque per tutta la lunghezza della Francia, viene tracciata sul terreno una gigantesca retta, per poter calcolare con precisione il raggio della sfera terrestre. L'opera, portata a termine nel 1720 da Giacomo Cassini, sarebbe bastata da sola, secondo Voltaire, a rendere eterno il secolo del Re Sole. Per la prima volta una linea dell'astratto reticolo geografico diventava materiale, la Terra veniva modellata secondo la forma del suo disegno, diveniva la copia della propria copia. E tale copia diventa il modello concreto della rettilinea organizzazione del territorio moderno.
Tratto da: Farinelli F. Geografia: un'introduzione ai modelli del mondo, Torino, Einaudi, 2003
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09 marzo 2007
Un'ora felice: ingredienti.
Chiudete l'edicola per la pausa pranzo e, invece di mettervi ai fornelli, prendete una vespa 200 scassata annata '82. 
Controllate che la vostra macchina fotografica digitale abbia la batteria carica dopodichè infilatela in uno zainetto tecnico ottenuto con i punti del supermercato. Aspettate che torni dall'università una ragazza annata '83 che ha appena passato un altro esame a pieni voti. 
Mettete alla guida (solo perchè la ragazza non ha ancora preso la patente delle moto) un "ragazzo" annata... (fidatevi, un'annata buona). Nello zainetto vi sarete premurati di mettere anche due panini al cotto, due bottigliette d'estathè, 1 mela e mezzo, pocket coffee, Ferrero Opera e una kefiah.
Lasciate scaldare il tutto per alcuni minuti sotto un caldo sole primaverile e servite ancora tiepido. 



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26 febbraio 2007
Semplicemente Ancona, casa mia.

Non ho avuto il coraggio di scrivere un post sulla caduta del governo ma ho sofferto e sto soffrendo molto. Per fortuna mi trovo in quel di Agugliano, non esageratamente ridente località del molto ridente entroterra anconetano. Ho la fortuna di vivere questi giorni in una casa che si affaccia sulle colline marchigiane... a sinistra il monte Conero, al centro il castello di Offagna, a destra i Sibillini, dall'altra parte il mare... non so se mi spiego. Ho lasciato alle mie spalle per pochi giorni la nebbia, lo snobismo, la frenesia, i doveri di lavoro, dell'università, di casa. La mattina mi alzo (non troppo presto) e la mia prima occupazione è andare a comprare il pane, rigorosamente a piedi. Le persone che incontro sono quelle che mi hanno vista crescere, sfrecciare sulla biciclettina a cui ho tolto presto le rotelle, sfrecciare a fianco dell'amichetta inseparabile di allora. Con tutti scambio due parole. La seconda occupazione andare a comprare il giornale e far tornare a casa il gatto che vorrebbe seguirmi in paese ma che preferisco vedere passeggiare indisturbato per la nostra via che è già campagna. Prima di pranzo vado a prendere mio fratello che torna con la corriera e per il resto libri e qualche visita alla nonna che vive in riva al mare, mare a cui non si possono rifiutare lunghe chiacchierate fra lo stridio dei gabbiani, rari corridori, un aquilone timido, qualche cane in passeggiata.
Ho ascoltato, come fossero una musica dolce e dimenticata, i suoni del nostro dialetto e mi sono lasciata andare a riadottare, a poco a poco, l'intonazione e le tante cesure anconetane. Ognuno dovrebbe avere la possibilità di tornare al proprio paesuncolo per qualche giorno, credo che non ci sia niente di più dolce e rilassante.
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19 febbraio 2007
Museo del cinema di Torino e parentesi su "Le luci della sera" di Kaurismaki

Ebbene sì, domenica abbiamo scelto ancora di avere un tetto sulla testa invece di una rilassante passeggiata all'aria aperta (di cui avrei avuto più bisogno) ma il tetto non era un tetto qualsiasi bensì la cupola della mole antonelliana di Torino che ospita l'ormai altrettanto famoso museo nazionale del cinema. Cominciando dalla sezione dedicata al "pre-cinema" e al cinema delle origini sono passata direttamente alla pacchiana sala che comprende tutto il cinema seguente, una specie di luna park di grande effetto visto il posto in cui è ospitato e le dimensioni incredibili della sala. Dal prassinoscopio di Reynaud si passa direttamente ad un chroma key che ti permette di vederti dentro guerre stellari per buona gioia di chi si era portato la macchina fotografica per finire davanti un video del tipo che conduce Gaia (sì, quello col martelletto da geologo che però per l'occasione indossava un mantello da superman) che ti spiega come si fa un film. Tutto condito da scenografie a tema... potete vedere un film western immersi in un saloon o seguire un film seduti su un water o ancora vedere un film sdraiati in comunità su un comodo lettone rosso. Il colpo d'occhio è senz'altro impressionante e per un pomeriggio diverso dal solito vale forse la pena di passare in mezzo alla gente in fila davanti ad un ascensore che, grazie ad un buco nella cupola, sale fino ad una (credo) splendida vista panoramica della città. Insomma siamo usciti pensando che la visita non valeva il viaggio ma ci siamo rifatti con una Torino leggermente piovigginosa e la sua umanità di imitatori di Agnelli e tifosi di serie B in passeggiata lungo la via "in" del centro. Via "in" che ospita anche una storica pasticceria che fa un ottimo caffè con panna e ancora migliori mignon. Porticati che conducono davanti palazzo madama e poco distante dal duomo (che ospita la sacra sindone) dove uomini provenienti dall'est ci hanno deliziato con una musica allegra di cui conoscevamo solo per grugniti il testo.
Sabato sera ho visto "Le Luci della sera" di Kaurismaki. Continua il gioco di rarefazioni dei dialoghi quasi come se i personaggi di un'umanità afflitta portati in scena dal regista finlandese non avessero più nulla da dire, come anche il cinema che non può far altro che indagare questa realtà senza speranza narrando solo la storia a cui la tecnica lo obbliga. Un film puramente europeo nelle inquadrature inutili allo sviluppo narrativo che, semplicemente, svelano spazi e producono una poesia autonoma; un cinema che vive e racconta anche e soprattutto campi vuoti deleuziani.
Nella foto lo storyboard di guerre stellari, ingrandire per credere :P
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17 febbraio 2007
06 febbraio 2007
05 febbraio 2007
Stralci di lettere.
Mi sono operato. Il mio occhio ora mi obbedisce. Non è capace di rispettare i miei ordini e allora segue il suo compagno, lo imita. Mi diverto a guardarlo allo specchio, così arrossato, che fa le corse per non rimanere indietro e lo immagino, a momenti, perdersi e ritornare inevitabilmente a seguire la sua strada. Ma non lo fa più. Non sai ora come mi fa pena, gli ho tolto la libertà. L’ho castrato, ma lui continua a lavorare per me, non mi fa dispetto. Per qualche momento, appena mi hanno tolto la benda, ho avuto idea che appena si fosse visto sarebbe morto. Se l’operazione fosse stata sbagliata io non avrei creduto all’errore del professore, ma ad un suicidio del mio occhio.
Ti confido che ora non riesco più a capire fino in fondo questo tuo martirio, o forse non capisco fino a che punto sia simile al mio. Come io ho rinnegato le mie particolarità per confondermi in mezzo ad una folla che mi spaventa e in cui non voglio sentirmi isolato, o meglio sottolineato, tu ti cancelli per gli altri. Accantoni il tuo dolore del quale mi parli come un compagno scomodo, e pretendi di farti portatrice di quello degli altri. In lettere su lettere ho intravisto la vita formarsi sulle tue gote sane anche attraverso il morto pallore della carta e ora mi sfuggi. Pretendi di essere protagonista invisibile. Io cerco l’invisibilità ma non il protagonismo, le due cose sono inconciliabili. A cosa serve un martire sconosciuto?
Non so se ho più paura dei tuoi movimenti, della tua giovinezza o dell’eventualità che tu mi costringa a scoprirmi. L’ho capito subito che eri amica del mio occhio, che simpatizzavi per lui perché credevi che il mio difetto fisico mi avrebbe impedito di nascondermi, ma ora lui non c’è più, sei davvero sicura di poter vincere la tua battaglia con tutti? Con te stessa mi pare di vedere che stai perdendo. Posso anche farti angelo ma a che serve un angelo che non sa occuparsi di se stesso? Che si strappa le piume ad una ad una fino a cadere sfinito?
4.2
Non posso rispondere alle tue domande perché non voglio pormele. Credimi pure irrisolta, ma non condannarmi in questo lungo silenzio. Parlami ancora delle tue giornate, non posso evitare di dirti che le mie hanno cominciato a fiorire d’incontri momentanei. All’improvviso mi ha circondata il dolore, ma ho conquistato la consapevolezza. Non è mia, l’ho avuta in prestito e va restituita. Tu credi che io non abbia momenti di serenità, ti sbagli. Proprio oggi toglievo le spighe secche alla lavanda. Una per una. Pregustavo il momento in cui grassi bombi ronzanti sarebbero venuti a banchettare golosi e affamati dal lungo letargo. L’erba si asciugava dopo il leggero temporale che mi aveva colta lungo i saliscendi delle dolci colline della mia terra in piccole goccioline ormai scomparse dal vetro. A quel punto ne avrei potuto solo osservare la macchia, il fantasma. Si sentiva un dolce odore di bagnato e le cesoie, regolari, inventavano la colonna sonora del tempo. Ma il tempo non aveva importanza. Lo avevo in pugno mentre gettavo a terra con una calma irreale quegli stecchi morti che lasciavano spazio alla nuova vita, la nuova fioritura attesa con la primavera. Sentivo per la prima volta come malata la dolce nostalgia che solitamente mi prende per i mesi più freddi in questo periodo di risveglio di piante a animali. Desideravo il ronzio degli insetti e godevo dell’attesa. Sono un essere sociale per quanto timido e ho dimesso in tempo la livrea invernale, ora mi posso avvicinare alle persone per dare. Non m’importa di ricevere, ma poi, se mi fermo a pensare, sono io quella che guadagna di più. Ma non vorrei ora, per convincerti, iscrivere il mio cuore in un contratto di profitto e non voglio neppure che la semplicità finisca per cedere alla retorica.
Ieri mio padre ha deciso di portarmi ad incontrare i suoi malati contadini. Sei mai stato in una di quelle case grandi e vuote? Salotti arredati solo dalla televisione, da un pasto già pronto che incrosta la pentola in attesa di essere scaldato, spighe di lavanda già secche che attendono di cadere, ma non si arrendono alle cesoie. Un mondo inviolabile di frutti maturati col sudore e raccolti in forma di scorte di salami e di vini in cantina. I soldi non sono ricchezza, i soldi non si possono mangiare. La ricchezza sono gli occhi, il cibo e le fotografie. Le carezze dopo il litigio che ha fatto alzare la pressione alla moglie. Il piccolo cane nero che abbaia dubbioso ma poi scodinzola. Galline che razzolano in cortile becchettando mais e sassi. La ricchezza è il garage lasciato ai nipoti da cui potranno trarre ogni mese un piccolo affitto. La ricchezza è essere vivi insieme ancora per due giorni. Una serenità che può essere turbata solo da un letto ormai troppo grande e usato solo a metà. Una stanza perennemente buia dove una donna si è rinchiusa per sempre ad osservare il muro in cui era appesa una foto scolorita che è stata prudentemente rimossa dai figli. Ma sul muro c’è ancora il segno della cornice. Ne sono uscita non solo con un carico di uova, vi ho portato una breccia.
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