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17 novembre 2010

Appunti per una ricerca in corso, ovvero: "così impiegherei, se potessi permettermelo, gran parte del mio tempo"

Da quasi due anni sto lavorando su una ricerca che riguarda l'analisi dell'ambientazione del film. Inauguro oggi un sottocapitolo tramite il quale vorrei proporre il rapporto fra parola (orale vs scritta) corpo e oggetto (mi sono servita degli studi di Baudrillard per proporre un paragone fra "oggetto-reliquia" e "oggetto-utensile"). Il tutto dovrà essere inserito all'interno di un macro capitolo sugli interni del cinema del dopoguerra italiano d'ambientazione meridionale e contadina con un occhio sempre rivolto agli studi sulla cultura materiale e alla letteratura coeva (fonte di tanti film del periodo e legata al concetto di testualizzazione del visto).

A forza di sezionare e ferire i corpi pellicolari mi è capitato fra le mani un accostamento d'immagini che da solo dice di più di un intero trattato sul modo pasoliniano di esprimere il concetto di sacralità tramite il rapporto fra personaggio e ambiente. Tanto mi ha emozionato che sento la necessità di condividerlo:




Un insieme di citazioni, altrettanto commoventi se accostate, mi hanno spianato la strada e con esse intendo introdurre questa parte del lavoro:

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo [...] E il Verbo si fece carne e dimorò fra noi
*(Gv 1,1-14).

A capo de tutto ce sta Dio, padrone de lo cielo, questo tutti ce lo sanno.
Poi viene il Principe de Torlonia, padrone de la terra.
Poi vengono le guardie de lo Principe.
Poi vengono li cani de le guardie de lo Principe.
Poi niente.
Poi ancora niente.
E poi ancora niente.
Poi venghene li cafoni
.
*[Fontamara - Carlo Lizzani]

- Noi non siamo Cristiani, - essi dicono, - Cristo si è fermato a Eboli -.

* [Cristo si è fermato ad Eboli - Carlo Levi]

14 novembre 2010

Lo spaventasoldati.

Al Museo, qualche giorno fa, durante una delle abituali visite-laboratorio con i bimbi delle elementari, stavo approfittando degli oggetti etnografici stratificati di senso, storia, fatica e povertà, per concretizzare di fronte ai ragazzi i termini per loro soltanto astratti di "guerra", "fame", "sfruttamento", "freddo". Questo, naturalmente, soltanto dopo le doverose spiegazioni sul ciclo del grano e sul lavoro dei contadini in generale, nonché sulla figura del loro nonno-maestro Ettore Guatelli. Ebbene uno di loro, che avevo notato ascoltare in maniera particolarmente assorta il funzionamento e lo scopo dello spaventapasseri, mi tira per la giacchetta. Mi abbasso per poterlo ascoltare e noto che il suo musetto si è fatto serio serio (di solito cerco di approfittare degli oggetti più strani per giocare con loro ed evitare visite boriose e quindi inutili). A questo punto il cucciolo aspetta pazientemente di aver catturato completamente la mia attenzione e poi mi dice: "signora maestra, non ti devi preoccupare, da grande io costruirò uno spaventasoldati". Non ho saputo trattenere le lacrime. C'è ancora speranza.

11 ottobre 2010

A Milano si compie un piccolo miracolo


Milano ci ha accolti, o meglio, Milano non ci ha accolti con la sua consueta grigitudine di sentimenti. Facce stanche anche di domenica, carestia di sorrisi e cortesia. Molti disperati nei tunnel della metropolitana. Come talpe ci siamo mossi sottoterra dal parcheggio al Piccolo Teatro. Le bambine che ci accompagnavano ci confortavano con il loro entusiasmo per ogni piccola cosa, per loro era tutto nuovo e ci ricordavano che nei nostri percorsi quotidiani non siamo più capaci di vedere quello che ci circonda e in cui possono nascondersi infinite sorprese e infiniti incontri.

Usciti dal tunnel della metropolitana abbiamo cominciato a vedere piccoli fiocchi di neve di carta, un percorso che ci ha portato, improvvisati segugi, fino alle porte del teatro milanese.
Seduti sulle rosse poltroncine si è sempre un po' in attesa che accada una magia, stavolta aspettavamo di respirare l'aria di un sogno. Quando Slava Polunin è entrato in scena, cappio al collo e sospirando forte nella sua gialla tuta da lavoro e nelle sue buffe pantofole rosse, noi siamo entrati in una bolla spazio-temporale di pura poesia e fascinazione infantile, idiozia dostoevskijana.
Un caleidoscopio di suggestioni si sono succedute lasciandoci sconvolti da tanta bellezza e da emozioni di tale struggente intensità da renderci partecipi di una realtà parallela, nella quale ci trovavamo, con una giusta dose di assurdo, pienamente coinvolti e pienamente coinvolti erano tutti i nostri sensi.
Una giusta dose di elio in una sfera illuminata con grande sapienza unita alla precisa consapevolezza di ogni movimento e di ogni espressione può materializzare un miracolo: angeli caduti che per levarsi da terra camminano sui trampoli; una storia d'amore con un vecchio cappotto; infiniti viaggi su velieri composti da nient'altro che una scopa e un letto; tempeste di sentimenti glaciali; ritorno a mondi magici d'infanzia che altro non sono che la sapiente capacità di mescolare ciò che di più affasciante il nostro meraviglioso pianeta ci offre; sketch della migliore tradizione mimo-clowneristica alla Marceu, alla Charlot; crudeltà e generosità gratuite, sogni e incubi; enormi tele di ragno ad avvolgerci come preoccupazioni da rimuovere insieme.
Fragilità, abnormità, malinconia, musica e silenzio, nostalgia, magia e poesia, bellezza, dolcezza e crudeltà, vita e silenzio, morte e parola in una domenica a teatro.

05 ottobre 2010

Attenti siam briganti!

Nasce il Dipartimento Partito Sociale di Rifondazione Comunista anche a Parma

Ai compagni presenti all’ultima riunione di coordinamento delle attività del neonato Dipartimento Partito Sociale del Partito della Rifondazione Comunista proporre un’iniziativa al circolo Matonge era sembrato perfetto: non vi sarebbe stato luogo più degno per un incontro sui temi della solidarietà attiva di un circolo ARCI gestito da un meraviglioso gruppo di immigrati. Franca e Romano, di comprovata esperienza nel settore alimentare e di militanza politica, si erano lasciati conquistare dall’entusiasmo del giovane drappello che aveva lanciato l’idea e, venerdì 1 ottobre, le provviste avevano cominciato ad arrivare sin dalle cinque del pomeriggio: chi portava una torta, chi cucinava la pasta o la spalla, chi si occupava del vino. La voglia era quella di ritrovare, insieme ad un nuovo modo di fare politica strettamente aderente alle necessità del quotidiano, il senso del profondo rapporto d’amicizia fra militanti. Attaccati ai telefoni cellulari si cercava di organizzare gli arrivi del coordinamento emiliano, era prevista partecipazione da parte delle Federazioni di Modena, Reggio Emilia, Piacenza etc. I compagni più anziani attendevano, un po’ sconcertati, di capire chi fossero i cosiddetti nuovi briganti e i gappisti in arrivo, cosa significasse nei fatti l’idea che la solidarietà fosse conflitto. Molti esprimevano dubbi e manifestavano curiosità verso questo nuovo progetto politico, dichiaratamente connesso alle pratiche del mutuo soccorso del vecchio Partito Comunista, del movimento operaio e dei contadini. L’interesse era concentrato sul modo in cui il progetto avrebbe potuto distinguersi nettamente dalle pratiche di solidarietà intesa in senso caritatevole ed intendesse, invece, rilanciare un discorso di lotta e solidarietà di classe contro le disparità apportate alla società dal sistema del mercato capitalista. Si attendevano con ansia i responsabili nazionali in arrivo dalla manifestazione di Bruxelles o dalla Toscana e i relatori delle associazioni del territorio parmigiano invitati per cominciare i lavori, fra cui Roberta Roberti de “La scuola siamo noi”.
A Francesco Piobbichi, Responsabile Nazionale Dipartimento Sociale PRC, è spettato il compito di aprire i lavori coordinati dalla segretaria provinciale del PRC Paola Varesi e di raccontare l’esperienza maturata su tutto il territorio nazionale negli ultimi due anni di militanza attiva. Tutto si è mosso a partire da un bisogno di rispondere alla recente sconfitta elettorale e dalla necessità di prendere atto di un allontanamento progressivo del Partito dalla società, rilanciando conseguentemente un modo di fare politica attento ai bisogni delle classi popolari. A seguito di questa prima spinta, successiva al congresso di Chianciano, si sono costituiti i Gruppi d’Acquisto Popolari, che hanno utilizzato lo strumento della filiera corta e del chilometro zero per combattere il carovita scatenato dalla speculazione sui prezzi dei generi alimentari da parte della grande distribuzione e hanno cominciato a lottare per la riconquista di una piena sovranità alimentare, oltre che costituire un progetto in grado di rispondere alla crisi dello Stato sociale. A seguito del terremoto d’Abruzzo sono scese in campo anche le Brigate di Solidarietà Attiva, che nel giro di una notte hanno smontato cucine da campo, tendoni e attrezzatura delle feste di Partito per portare aiuti ai paesi abruzzesi abbandonati dai campi-ghetti della Protezione Civile. L’esperienza si è estesa poi al sostegno, per tutto il corso della stagione di raccolta, ai braccianti di Puglia contro lo strapotere e lo sfruttamento a livello di schiavismo dei caporali sui migranti. Sono seguiti casse di resistenza permanente, barbieri popolari, dentisti sociali, sportelli di consulenza legale, mercatini del libro usato e corsi di recupero popolare che hanno dato modo di ampliare la discussione ai temi della distruzione del sistema scolastico a seguito delle politiche attuate dal nefasto governo Berlusconi e dall’assenza di qualunque forma di opposizione parlamentare. Le cifre parlavano da sole, ma ciò di cui premeva raccontare erano le persone dietro a queste cifre, dei diritti esigibili da queste. Dopo la testimonianza di Massimo Fiorentini a proposito dell’incredibile esperienza della rete dei GAP Toscani era presente a portare il suo contributo anche il Segretario Regionale PRC Nando Mainardi.
Commossa la testimonianza dei compagni di Parma, fra cui Francesco Samuele, Responsabile Dipartimento Lavoro, Welfare ed Economia PRC, provenienti dall’esperienza delle prime iniziative cittadine. Non c’era vergogna a raccontare i ringraziamenti delle casalinghe, dei pensionati, dei lavoratori che, per la prima volta dopo tanto tempo, si sono resi conto che i volantini che gli venivano proposti in occasione del mercato settimanale di quartiere non rappresentavano solo parole, ma fatti che riguardavano i loro problemi più vicini e proponevano soluzioni concrete. E così si è cominciato anche a Parma a parlare di solidarietà faccia a faccia, mettendo in comunicazione i quartieri popolari e i piccoli produttori della bassa sporcandosi le mani, spostandosi dalle sedi di Partito e incontrando visi, sguardi, sorrisi, stringendo mani. Animati da questo spirito i primi studenti, grazie al supporto di insegnanti professionisti completamente volontari e al Comitato in difesa della scuola pubblica, sono venuti a popolare i nostri circoli per i corsi di recupero scolastico gratuiti. A seguire la conferenza, durante la cena di autofinanziamento del progetto, fra il centinaio di persone che si sono incontrate in occasione di questa iniziativa si sono intrecciate piccole storie che si contrappongono alla Storia imposta dallo sfruttamento del potere e propongono modelli alternativi da praticare insieme immediatamente.

21 agosto 2010

Matàhr (la mia Gerusalemme)


Dopo tanto tempo una classica domenica mattina. Tante scadenze a settembre che provo a dimenticare per il tempo di due ore riconquistate. Socchiudo gli scuri cercando quella penombra appena sufficiente per leggere, cerco il respiro e il contatto della mia gatta nera, sfoglio il domenicale de Il sole 24 ore, momento che aspetto per tutta la settimana.
Nei muscoli delle gambe persiste la sensazione di strade polverose fra Basilicata e Puglia.
È impossibile levarsi Matera dagli occhi.
Uno stato di affezione permanente ne implovera i ricordi, coprendoli di una patina d'autenticità, di vita vissuta talmente spessa da poterci lasciare solchi, segni con il dito. E su questa superficie mi trovo ora a scrivere, in attesa impaziente del primo acquazzone che sciolga per sempre scritture in ambizione di eternità congelata per lasciare il posto a potenza d'oralità, di racconto stratificato, sinfonia di voci. Siedo alla mia scrivania poco convinta di trovarmi a casa e piuttosto renitente al lasciare fluire parole maturate in profondità come tuberi in una terra arsa dal sole e lavata dagli incendi.
Attraverso uno di quegli incendi appiccati per pulire i margini della strada siamo entrati a Matera e un incendio è stato il primo sguardo oltre la balconata panoramica. Perché a Matera entri senza accorgertene. Prosegui fra chilometri di nulla, in un meraviglioso paesaggio arido e ti ritrovi, d'improvviso, immerso in una spopolata periferia. T'inerpichi, svalichi e solo quando abbandoni l'automobile e svolti dietro l'ennesimo angolo t'accorgi davvero di Matera.
Matera è una città scolpita sul mondo e i suoi abitanti sono uomini e donne sconfitti.
Con tenacia e ingegno sono sopravvissuti dignitosamente alla povertà, alleati delle Murge e della Gravina, ma a sopraffarli è stata la ricchezza. Una guerra fulminea, chiamata legge del 1952, se li è portati via, ha corroso i loro ricordi di tufo fino al crollo, fino ai primi crolli e alla caduta nell'oblio delle tante cisterne pubbliche.
Per risolvere il problema delle misure igieniche e della mortalità infantile, ricchi uomini dagli occhi nascosti da lenti scure, venuti dal Nord, decisero che era tempo di murare le case, nascondere quella vergogna.
Furono venduti gli asini, non si sentì più schiudersi le uova sotto il letto, i ragazzini smisero di addormentarsi su caldi mucchi di letame. E il paese ora non suona più dei richiami delle madri, non ci sono vecchiette mezze addormentate davanti alla porta, in cucina le pareti sono bianche di calce, il fuoco non mostra il ricordo nerastro dei cibi preparati per undici figli, intorno al braciere non si raccontano favole aspettando che l'uomo torni dai campi. È morta la civiltà del mutuo soccorso.
Ma abbiamo incontrato Donato Cascione, la sua famiglia, il suo Museo. Donato che è stato costretto ad andarsene dai sassi da bambino e, per tutta la vita, ha sentito l'esigenza di ritrovare quei suoni, quegli odori, al punto da tornare nel rione quando era ancora roba da matti a salvare memorie da cui i materani erano stati sradicati, di cui erano stati costretti a vergognarsi. Un sigaro spento in bocca, grandi occhiali, una canottiera bianca e mani capaci sia di lavorare che di accarezzare a comunicarci la sua missione, a riportare il sacro a casa sua, a sentire il diritto di essere ormai stanco e sconfortato. Per terra trucioli di legno, fra le sua dita la corda a riparare la sella, polvere di pietra bianca.
E poi vecchi dipinti bizantini nelle chiese rupestri, ingegnosi canali di raccolta delle acque, sculture moderne che trovano il loro ambiente naturale fra antichi cunicoli di pietra e sussurrano ancora la storia di una grande civiltà uccisa a cui non è stato lasciato il suo tempo.
Il viso scavato di Pier Paolo Pasolini lo si ritrova dappertutto qui come lo si ritrova ad Alberobello e come s'intuisce lo sguardo di Luchino Visconti fra le commoventi esagerazioni del barocco consumato delle chiese di Lecce. Pier Paolo parla di dignità, umanità e bellezza. Lui che aveva capito riscatta quella vergogna e, poeta, realizza un'antropologia che è una lotta, che è ancora tutta da venire, persino tutta da concepire. La si scorge solo negli occhi di uomini come Donato (o come Ettore e Vittorio) e nei loro Musei che non sanno, o non possono, sopravvivergli. Edifici come casse toraciche dei loro cuori.

Voi udrete con le orecchie, ma non intenderete. E vedrete con gli occhi, ma non comprenderete. Perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile e hanno indurito le orecchie e hanno chiuso gli occhi per non vedere con gli occhi e per non sentire con le orecchie [P.P.P. da Mt 13, 10-17]

23 luglio 2010

Le mie donne

18 maggio 2010

Acqua bene comune

I comunisti sono belli come il sole :)

Firmate, firmate, firmate.
Ecco il sito nazionale del comitato promotore con le date di tutti i banchetti divisi regione per regione: www.acquabenecomune.org



08 maggio 2010

Fra bicchieri di rosso e altre amenità

Un bicchiere di cattivo vino da damigiana in offerta al supermercato è bastato a mettermi in quella ambigua amaro dolciastra condizione d’animo a cui aspirano normalmente i cattivi scrittori. Ho molto da dire e nessuna buona parola racchiusa nel cassetto per farlo. Mia madre ha appena finito di traslocare. L’ultima impressione della casa in cui sono cresciuta, io che mi nutro di ricordi, è stato il cattivo odore che proveniva dal frigorifero, lo spiacevole ritorno d’eco nelle enormi stanze vuote. Avrei potuto approfittare della temporanea impossibilità d’accesso alla rete – un fastidioso dipendente Telecom oggi ha già telefonato tre volte per ricordarci l’appuntamento di domattina – per disintossicarmi dai social network e godermi il piacevole e attesissimo indolenzimento muscolare da trasporto mobili, dopo mesi e mesi passati piegata su una ricerca in odore d’amore per il cinema e in sapore di niente che ha accresciuto notevolmente il mio peso corporeo più che la mia atrofizzata massa grigia. Mi verso un altro bicchiere, poi mi accingo alla pratica zen di rimetterlo, cucchiaio dopo cucchiaio, nella damigiana, perché mi rendo conto di aver sopravvalutato le mie scarse capacità di bevitrice. Il vino ha il colore dello sciroppo per la tosse che mi dava mio padre, medico, da bambina. La tesi ha prosciugato ogni mia insana avidità di scrittura. Mi sono laureata. Ho tenuto la mia prima lezione universitaria, mi sono immedesimata in un ruolo che il mio paese – e comunque le mie capacità e il mio grado di preparazione – non sapranno mai garantirmi, ma che ho potuto assaggiare (questo, sì, è vino buono) grazie a Loretta, che ho il privilegio di chiamare per nome. Sarà quel che sarà, le coincidenze fortunate della mia vita superano già la mia immaginazione. Ho scoperto che la mia generosità e la mia timidezza, nonostante l’ingratitudine e le notti in bianco, non sono necessariamente un difetto. Sono stata al Far East Film Festival e dal lontano oriente ho riportato con me Nakagawa (e Simone). Fra horror tailandesi, film sociali hongkonghesi, serie giapponesi sui gatti fantasma, ho scoperto che il cinema è una buona droga e che, a prescindere dai miei cinque anni di DAMS, sono una potenziale cinefila. Considerati i cinque anni di DAMS, invece, sono irrimediabilmente baziniana.
Il fantastico al cinema è consentito solo dal realismo irresistibile dell’immagine fotografica. È essa ad imporci la presenza dell’inverosimile, a introdurlo nell’universo delle cose visibili. (rinvenuta nello Schrader, mentre preparo gli esami di analisi di film, stavolta dall’altra parte della barricata). Mi sposo. Ve lo dico senza neanche andare a capo. Visto che, nonostante le richieste, non sarà nel modo più assoluto un matrimonio tradizionale, considerate questa come la vostra partecipazione. Sarà una festa agricola in un luogo in cui conservo almeno un buon quartino di cuore: siete liberi il pomeriggio del 19 giugno? Sarà festa grande a casa Guatelli: protagonisti arcangeli e zingare, nel cast artisti, cinefili, antropologi, professori, bibliofili, salami del Gruppo d’Acquisto Solidale, ipocondriaci, musicisti folli, gatti, comunisti. È inutile, ci ho persino provato, ma non so pensarmi senza di lui; che sia questione di trascendenza o d’immanenza poco importa.
E ora, scusate, ho un gatto nero da coccolare.

08 febbraio 2010

Le persone che amo.

Ecco cosa significa essere orgogliosi dei propri amici. Di chi, dopo tanti anni di lontananza, senti ancora vicino giorno per giorno.

Daniele a Santiago del Estero

01 febbraio 2010

Le parole, d'inverno, sono nuvole (un post ridicolo e un fatto serio).

Non so, fuori c'è la neve.
Mi hanno detto che siamo almeno dieci gradi sotto. Il padre di quel tale ricordava che in Siberia gelava la saliva così, se sputavi per terra, producevi un rumore quasi metallico.
Ghiaccio contro ghiaccio (Tlin!).
D'inverno le parole le vedi uscire dalla bocca e rimanere a galleggiare attaccate alle labbra. Le parole, d'inverno, sono nuvole.
Cento paia di occhi mi scrutavano da alti banchi di legno scuro.
Temevo un vuoto di memoria.
Tastavo gli appunti con le dita, un solco mentale entro cui far scorrere un filo di pensiero.
(Pitagora - Ippocrate. Pitagora...Ippocrate. Pitagora, Ippocrate)
L'aula, però, era calda.
La nuvoletta si è dissolta.
Poi, mi hanno detto, la voce si è incrinata. Dico "mi hanno detto" perché io non la sentivo, la voce; non ci sono mai stata, io, in Siberia.
Ma c'era lei che mi guardava. E, da casa, mi guardavano un po' tutti.
Avete presente le fiabe russe? Non si ha mai il vero senso della distanza.
Allora ho preso la rincorsa e mi sono buttata.

Mi hanno detto che era come se l'avessi sempre fatto. Mi hanno detto che dovevo essere marchigiana e che ci tenevano ad assicurare alla mia maestra che l'allieva è degna di lei. Questo, naturalmente, è impossibile. Ma occhi hanno ricambiato con attenzione la mia passione. Mi hanno ringraziata. E, a forza di allenare il cuore a saltare ostacoli, la pista si è un po' spianata. Ora, davvero, non m'importa che orizzonte ci sia alla fine della strada. Chiedo solo a voi, e alle mie scarpette rosse, di accompagnarmi ancora a casa.

(ho solo rotto il ghiaccio)

30 novembre 2009

Ticchettii

Qualcosa troverò pure da scrivere. Non mi va che muoia. La giornata, poi, è di quelle che sembrano fatte apposta per accendere una tenue e giallastra luce da scrivania e ticchettarci sotto parole sconnesse, mentre fuori ticchetta la pioggia e la coppia di colombelle della piazza si stringe e si bagna. Lui dorme nell'altra stanza e io mi devo laureare. Quando si sveglierà mi dirà di smetterla col libro di Sartre e poi sorriderà per i testi di psicologia buttati sulla sedia a dondolo per evitare che la micia vi si vada a coricare con le zampette umide. Allora guarderò per l'ennesima volta l'orologio e maledirò il tempo che non è mai abbastanza. Non è abbastanza per laurearsi e neanche per stare insieme.

07 ottobre 2009


Giusto un gioco per permettermi di raccogliere qualche scritto e qualche scatto di questi anni di blog, che non vadano persi perché sono comunque Vita. A cliccare sulla foto si raggiunge il prewiew e, con un po' di fatica, a selezionare l'opzione "full screen" si riesce persino a leggere. Giusto una distrazione fra interminabili sedute di preparazione della tesi.

16 settembre 2009

Nuoro, Etnu 2009. Appunti a modo mio.

Come fosse un diario estemporaneo, dal quadernino a righe che ci ha regalato il Museo deleddiano di Nuoro, che il tempo per scrivere era poco e la voglia di vivere tanta. Svolazzi spontanei senza pretese, così come mi frullavano in mente per quel che sono riuscita ad acchiappare prima che il ricordo stingesse.

9 settembre 2009. Viaggio aereo Milano Linate - Olbia (il mio primo volo) Il naso spremuto sul finestrino.
La natura rifiuta i principi geometrici che appartengono, invece, all'edificare umano. Milano come un mosaico e l'anarchica costa sarda: specchio geografico di culture.
Nuvole come colossali macigni e strade e ponti della levità di un capello. Gli infiniti strati e i giochi di proiezione dell'ombra che appare come traslata, non rispetta il nostro asse. Abituati a considerarci il centro del mondo in volo siamo traditi.
Paesaggi massicci e in realtà inconsistenti, che al calore del sole oppongono bianchi glaciali. Nuvole che paiono poggiare sull'aria come la terra incrosta, simile a muffa secca, le acque del mare.
C'è un cielo d'orizzonte umano anche al di sopra delle nuvole.

10 settembre 2009: Primo incontro con Nuoro
Appena fuori da S.Maria della neve mi chiedo se qui la neve sia talmente improbabile da farne voti ai santi. Siedo immersa in un silenzio irreale, gioco a perdermi fra le vie di un anomalo centro storico. Due zingare percorrono il parco e uno stuolo di anziane ingobbite dal lavoro e dalla vecchiaia tirano a lucido il marmo e spolverano l'altare gridandosi accuse e improperi in un dialetto impenetrabile.
(allestiamo lo stand, arrivano gli amici, comincio a sentirmi a casa)

12 settembre 2009. Laboratorio "Dalla missione alla gestione del museo" a cura di Mario Turci (appunti)
Concetto di RESTITUZIONE.
Contrasto fra celebrazione e valorizzazione.
Efficacia come un insieme di forma e politica.
Gestione più missione.
La conservazione non è sufficiente: progetto sociale, efficacia e utilità pubblica.
Missione (azione) - politica (progetto) --> gestione
La missione deve sempre comprendere un atto di negoziazione col territorio.
Errata concezione di determinismo della forma --> la forma non determina la politica --> obsolescenza --> necrosi (Se la forma non è sostenuta da un contenuto congruo alla missione).
Per evitare la solitudine, l'autoreferenzialità al centro non porre l'oggetto, ma il visitatore.

L'emozione di veder riconosciuto un lavoro di ricerca video su biografie femminili sul tema del rapporto fra cottura e cultura a cui tengo più di me stessa. Osservare le mie donne prendere voce, raccontare la fame, la gola, il dolore, la vita intera svoltasi nell'ambiente della cucina con una semplicità e una forza inimitabili.

La morra sarda, la poesia campidanese, il cibo, l'accoglienza.
La tanta gente che passa e si emoziona a vedere la foto del Guatelli. Sente voglia di condividerne il racconto. L'inenarrabile valore. La promessa di una visita e un incontro.

13 settembre 2009. La mostra su De Andrè.
Criticare il concetto di maggioranza già nella stessa etimologia della parola: maiore: chi era titolare di privilegi ed esercitava l'autorità. Disvalore del disprezzo, dell'intolleranza.
Brividi e pelle d'oca condivisi. La stupenda installazione di studio azzurro. Il rapporto fra Liguria e Sardegna, fra la sua anima di poeta borghese e cantore del popolo. Seduti fra la polvere della moquette all'interno dei suoi sguardi. Stupire per il modo in cui spinge fuori il canto, quasi in ritardo, quasi a cercarlo in estreme profondità e all'ultimo aver bisogno di conservarlo, difenderlo, ritirarlo, respirarlo.
"Il trionfo della speranza sull'esperienza."

Il concerto di Piero Marras, la notte in bianco a desiderare di viverne ancora.
A teatro un connubio di stratificazione musicale popolare e cultura alta, contaminazioni ritmiche e linguistiche, incontro di rabbia e dolcezza, disperazione e speranza, anarchismo e regolamentazione, utopia. A infilarsi fra le note concretezza di sogni sognati, dolori e passioni travolgenti com'è travolgente la cultura sarda che si presenta così orgogliosa e radicata seppure così disponibile e aperta.
Qualche volta capita di desiderare d'abitare in un altro mondo per poi rendersi conto che si trova appena dietro l'angolo, giusto dove finiva il nostro sguardo corrotto, tramortito, imbalsamato.
La musica non smette di stupirmi di stupore profano. Le vedo le ali del musicista che si estendono a raccogliere il palco, a solleticare di piume i nasi della platea, a raggiungere il confine del suono ben oltre i confini fortificati dell'anima. La sento penetrare nei respiri e restare come memoria, l'unica possibile isola di senso.
Sento che il linguaggio del musicista è solitario, ma meno faticoso, meno ruvido o accidentato. Un liquido caldo, un liquido denso.

Ed è già ora di tornare, di salutare tristemente gli amici, di riempirsi di nuovo il cuore di speranze e progetti, quel tanto che basta per garantirsi ancora un po' di tempo da Vivere.

http://www.etnu.it/

23 agosto 2009

Tudo isto é fado

La luce imita o accarezza le curve della mandola stasera? Assaggio la tua lingua e vi scopro un ricordo di liquore fatto in casa. Erano mele cotogne, erano noci, erano prugnoli.
Si leva un canto di donna fra le farfalle notturne. Le unghie stringono sul cuore, perle e tacco su sillabe e note: dolcissima veglia. Il chitarrista le pizzica la trachea, consuma, col tatto, sacrificio di corde vocali. Ne esce un canto umido, uterino, dolore di parto. Urlo e sussurro. Trasparenza su fianchi, nero pizzo dei seni e fado. Fiore appassito, frutto violato.
Ti manifesti con un bacio lieve sull'orecchio eccitato da altre frequenze e soffi sul timpano: si accendono brividi in chiaro e scuro, ruvidità su una pelle ombreggiata di peluria. Contrasto: crepuscolo e bassa marea.
Poi il bambino schiaccia la farfalla e spezza il ramo. Ora, l'istante stesso in cui si spegne la voce.

21 luglio 2009

Venezia di bianco e di nero

Non ti scrivo tanto di Venezia, quanto della sua consapevolezza.
Sono sdraiata fra porose lenzuola di bianco fragoroso, intorno a me pareti di un azzurro vivido, appena oltre la finestra e gli scuri socchiusi da cui filtrano fascine di raggi di sole s'intravedono calli dai nomi improbabili, storie scolpite nella lingua e nelle impietose pieghe. Desidero smarrirmi per goderne il racconto.
Riposo al fresco di paesaggi di tendaggi e biancheria, di tanto in tanto mi bagno gli occhi coi pensieri liquidi conservati nel bicchiere posto sul mio comodino. Pungono e bruciano, poi vanno a schiarire il rosso nerastro delle mie palpebre abbassate. Lacrime alogenuro d'argento su membrane acetato di cellulosa che la luce decompone in regioni d'argento metallico.
A Venezia il mare odora d'oriente, crea forme alle finestre, incrosta di sale gli occhi già corrosi.


Riposano con me, all'ombra di possenti rampicanti, tavolini in ferro battuto ricoperti da spesse tovaglie in canapa sbiancate con la cenere, recuperate da vecchi bauli in cui conservare doti d'altri tempi.
E un gatto.
Un gatto che fa capolino fra piante e gambe. Il suo manto grigio incupisce le ceramiche vuote di latte e caffè.
D'improvviso è notte.
Funeree gondole scivolano su neri sospiri, tagliano le tenebre dei canali oscuri con piccole lame d'argento. Finissimo argento nella notte dei tuoi capelli che cominciano ad imbiancare al sorgere dei tuoi cinquant'anni.
Venezia è una città scolpita in una luce di due secoli fa. Tremolano proiezioni di mura illuminate dalle candele o dalle lampade a gas.
È vero, di Venezia non so scriverti, ne mancano gli odori delle radici (gli odori nelle narici) seppure (neppure) in sovrapposizioni temporali su fogli traslucidi.

Più tardi, o magari fra qualche giorno, proverò a raccontarti della biennale. Se appena mi riuscirà lo farò sempre su questo stesso foglio. Tu dormi, oppure aspettami.

22 giugno 2009

Il giorno in cui ho incontrato l'uomo dai quattromila lucchetti.


Approfitto di una pozza di solitudine per ritagliare uno scampolo di piacere oltre il ferreo dovere di questi giorni e raccontarvi la giornata di ieri prima che ne sbiadiscano i dettagli, seppure la sostanza mi accompagnerà per tutto il mio tempo.
Un giorno ho deciso che avrei voluto imparare a dare forma alle sensazioni, plasmare i pensieri in strutture di parole. Ho cominciato a fissare idee estemporanee, combinarle, imparare giochi di vocaboli, scommettere su uno stile modesto, che non andasse a intaccare l'emozione, la storia pura. Ne sono nati racconti, aforismi, scarabocchi, un abbozzo di romanzo lasciato al culmine del suo sviluppo per troppo dolore, per paura di voltare pagina. Trasmutavo - stegoneria narrativa - visi e sensazioni vissute da me o da altri in storie, insaporendo la realtà con incastri fra reale e reale immaginato.
Ieri ho avuto invece la consapevolezza di incontrare una storia viva, fatta di carne, tempo dilatato e respiro.


Cedogno è un paesino in sasso. Vi si arriva tramite una stradina sterrata che penetra nel borgo fra stretti muri ed ebeti tremanti anziani cani, apparentemente confusi al passaggio di un'automobile, raro mostro d'acciaio e meccanica a contaminare un paradiso naturale a guardia del quale sta il Monte Fuso. Delizia di paesaggio d'appennino.
La casa dell'uomo dai quattromila lucchetti domina il torrente, lungo la stradina che porta a valle verso un ponticello ed un mulino.
Ubriachi di ciliegie sotto spirito assaporate in una deliziosa trattoria da quattro tavoli [trattoria Tarasconi a Paderna di Neviano degli Arduini] vi siamo arrivati nel tardo pomeriggio dopo esserci gustati oggetto per oggetto - e artigianali piccoli spaventapasseri costruiti da un piccolo e disordinatissimo gruppo di bambini - un minuscolo museo etnografico, un piccolo sogno, un piccolo scrigno di memoria, questo a Bazzano [Museo Uomo Ambiente]. Lì abbiamo conosciuto un'altra temporalità resa possibile dal lavoro su un vecchio telaio, fra i suoni ritmati del legno, tatto di canapa e lino e vecchi canti popolari.Vittorio galleggiava sprofondato su una poltrona fra bacheche in vetro che esponevano un selezionatissimo e allo stesso tempo numeroso gruppo di oggetti. Ci scrutava dubbioso e diffidente, esaminava il nostro interesse per cercare di capire quanto valesse la pena dare di un tesoro raccolto, fra sacrifico e piacere, in una vita intera. Ci sfidava, volendo dimostrare che il suo Museo potesse essere all'altezza delle più belle collezioni. Tibet, Marocco, pezzi di età romana, lucchetti da sei chiavi, segreti dei templari. Il mondo intero a partire da un lucchetto ricevuto in prestito e smarrito in guerra, sepolto sotto un cumulo di macerie e mai più ritrovato, la cui combinazione a lettere riportava il nome esotico di una donna "Juana" che come una chiave chissà a quale serratura di cuore era stata legata. Poi qualcosa è scattato fra un incrocio di sguardi e Vittorio ha cominciato ad estrarre ferrosi e arrugginiti grossi lucchetti da scatoloni e buste di plastica, questi finalmente da toccare, oltre i grandi vetri dell'esposizione. Per noi ha svelato l'enigma di complicati meccanismi che per la sua sapienza non hanno mistero. Ha combinato chiavi e serrature, raccontato storie lontane nei luoghi e nel tempo, srotolato la sua vita, condiviso - regalo infinito - la sua meravigliosa passione. Vittorio ha fatto ancora di più. Ci ha mostrato l'oggetto più bello del mondo, qualcosa che non avremmo mai più rivisto nella vita (un porta monete da tram) e poi ci ha rivelato la sua cantina (lavatrici a mano, seminatrici adoperate dalle sue mani poderose e gentili come fossero violini, piccoli mulini casalinghi),fino a portarci a conoscere Tito, il suo migliore amico, un grassoccio cane nero dolcissimo e ad assaporare un caffè a casa sua. Si è lasciato fotografare abbracciato a sua moglie che ha pazientemente sopportato per tutti i loro anni la sua strabordante passione, vedendone irrimediabilmente contaminata la casa, mentre sua nuora metteva la caffettiera sul fuoco. E nell'attesa ci ha rivelato altre decine di meraviglie nella sua sala strapiena di cose, facendone parlare una ad una e poi riponendole in una precisa geografia di oggetti, materializzazione palpabile della memoria.
Sorrideva Vittorio. E noi sorridevamo, riconoscenti, con lui.

Museo storico del lucchetti
Museo Uomo Ambiente

20 maggio 2009

Stralci di vita. E quando la politica la fanno le persone e per giunta appassionate.


Vediamo se sono ancora capace di sporcare questo silenzio bianco con briciole nere di punteggiatura da pensieri smozzicati rammendati col fil di ferro su un tarlato pezzo di memoria. Di notte sogno talmente tanto e faccio sogni così complicati da svegliarmi stanca. Così ho imposto al mio alter ego il silenzio, ma lui mi ha spiegato che anche un uomo solo con se stesso vive nel frastuono dei suoi organi interni. Il mio tempo libero galleggia cadavere sulla superficie oleosa di un periodo denso.
Però fra gli impegni ho nascosto l'intera Padova coi suoi mercatini e le sue botteghe d'altri tempi: salumieri faccia piena, anguille nelle vasche di sbeccate mattonelle di coccio a far da vetrina alle pescherie, oggetti intrisi di passato a strizzarne racconti al solo vederli, i matti sotto al palazzo della ragione, dopo Giotto il battistero del Duomo da lasciarci storditi e le madonnine medievali ad allattare grassocci bambinelli fra le vene del legno e la lotta di sopravvivenza del colore.
Dei miei tre giorni in oriente - Udine al Far East Film - ho portato indietro un senso di stordimento e piacere. Uscita dalle quattro ore di proiezione di Love Exposure di Sono Sion (l'unica descrizione possibile sarebbe stata la mia e le altre facce), la sensazione era quella di aver aperto una breccia su una cultura dagli enormi contrasti, in cui si può passare dalla gioia alla tristezza, come dal trash al sublime con una facilità disarmante, inspiegabile nonché completamente affascinante e densa di significati umani al punto che l'unico confronto possibile resta la migliore letteratura russa ottocentesca. La città invasa da una marea di forzati volontari delle 16 ore giornaliere di cinema, al punto da farmi sentire quasi normale nelle mie escursioni cittadine, fra osterie semibuie visto che gli occhi faticavano a ritrovare il giusto rapporto diaframma/tempi di fronte alla luce del sole e ad espandere il loro campo visivo oltre i quattro lati del quadro. E cerco di esservi utile segnalandovi anche The equation of love and death di Cao Baoping.
Ma aspettate un minuto che metto su l'acqua della pasta, che tanto il ragù l'ho preparato ieri.
All'inaugurazione di una mostra fotografica, dopo aver cercato di esporre tre decenni di cinema in meno tempo possibile e averne comunque subito l'impazienza dei giornalisti mi sono chiesta perché la (mia) timidezza debba necessariamente essere un difetto così atroce in questa epoca standardizzata e perfetta. E l'ho pure caricata d'affetto citando Pasolini che racconta il suo primo incontro con Fellini che gli raccontava, trascinandomi in quella campagna perduta in un miele di suprema dolcezza stagionale, la trama delle Notti. Io, gattino peruviano accanto al gattone siamese, ascoltavo con in tasca Auerbach.
Poi da brava mamma gatta curo la mia palla di pelo nero che si è presa un brutto acciacco stagionale, nell'utopia di mostrarvi il cuore dell'essere donna attacco l'uno all'altro corpi digitali, organizzo filmografie in improbabili nomi danesi, cerco di concludere - e magari chissà di ricominciare - anche l'università seppure, e nonostante la mia impreparazione cinematografica, continuo a comprare libri d'antropologia (che se ritenuti buoni saranno prontamente inseriti e commentati in aNobii).

E adesso la conclusione col botto: la mamma (Franca Bassani o la Franca di Francamente), finalmente, si candida a sindaco. Dopo 16 anni di amministrazione comunale in cui ha ricoperto svariate cariche, ha acquisito una competenza notevole e si è fatta praticamente da sola l'opposizione avendoci messo tempo e cuore come nessuno (chi la conosce come anche i tanti che telefonavano a casa perché sapevano di trovare l'unica persona in grado di portare le loro proposte o di dare una risposta utile sa che non parlo con le parole di sua figlia), penso che sia davvero una candidatura forte, giusta. A lei, oltre a nomi di indispensabile valore, si è unita una lista fresca, giovane così che, oltre alla necessaria competenza, si è sviluppato un clima di gioiosa partecipazione. Alle riunioni, che io ho solo sfiorato, si vive un entusiasmo contagioso, si sta bene insieme. Si è inoltre convinti di portare avanti idee condivise da tutti che davvero hanno in potenza la forza di migliorare il paese, assolutamente al di fuori da interessi di parte. Molti di voi amici che passate a trovarmi in mezzo a questa confusione di tic da tastiera siete lontani per sostenerla, ma se volete riconoscere amicizia ad una lista di sinistra vera o conoscere il programma ci trovate sui blog, su facebook, per e-mail. E per chi fosse fisicamente vicino ad Agugliano (AN) vi segnalo l'iniziativa organizzata dalla nostra lista (A sinistra per Agugliano) con Fulvio Grimaldi, il 22 maggio alle 21,00 nei locali della sala polivalente del Socopad. Per il 29 maggio, invece, dopo il successo della prima, si sta organizzando la seconda cena di autofinanziamento.

P.S.: se qui latito mi potete sempre spiare attraverso finestre aperte a soffietto: twitter e facebook.


09 aprile 2009

Il coraggio e la solidarietà in Abruzzo

Questo blog non chiude, i muri non fanno parte della mia filosofia, ritroverà tempo e parole.
Oggi si fa spazio per un urlo:
vi comunico un riferimento sicuro per le donazioni per il terremoto. Rifondazione ha già improntato campi e tramite le brigate di solidarietà attiva e le sedi abruzzesi è sul territorio. Per le donazioni via internet da qui, se volete, potete dare in sicurezza il vostro contributo (e trovare altri link e informazioni).
E poi voglio segnalare il blog di una nostra vecchia amica blogger: Anna dove trovate altri riferimenti per gli aiuti sicuri e dove, soprattutto, grazie al suo coraggio e nonostante le perdite subite, sta cercando di fare vera informazione oltre il muro di omertà politica e giornalistica. Qui (da Marina) trovate le coordinate bancarie per aiutarla a ricevere un portatile dotato di connessione internet, la catena solidale del mondo dei blog si è messa in movimento.
Non smetteremo di parlarne finché anche l'ultimo abruzzese non avrà una sistemazione dignitosa e la certezza di tornare il più presto possibile ad avere un vero tetto per la sua famiglia.

Update: Rifondazione ha approntato due campi accoglienza a San Biagio e Camarda con servizi di cucina, asilo sociale, assistenza psicotraumatologica, lavanderia sociale.
Per il contributo economico:
Conto Corrente Bancario
RIFONDAZIONE PER L'ABRUZZO
IBAN: IT32J0312703201CC0340001497 (dall'estero aggiungere cod. Swift: BAECIT2B)
Per disponibilità varie tutti i recapiti sul sito di Rifondazione

Update 2:
Anna ha ricevuto il portatile!

31 gennaio 2009

Il tempo del racconto

Dov'è finito il mio tempo del racconto?
Fra un'inquadratura spiata in un cinema d'essay di Pordenone o nel sogno di condividere una passione fino a non dormirci la notte. Fra pagine di tesi, la mia, e pagine di tesi, quelle degli altri. Il senso di impreparazione culturale mi coglie più forte quando meno me l'aspetto e mi pietrifica l'intestino fino a bloccarmi, a tradimento, il respiro. Guardo la mia bella professoressa, dal viso d'attrice francese, l'ascolto ascoltarmi e poi sussurrarmi parole che rallentano i tempi della tensione. Mentre l'osservavo salire sul treno e sparire all'interno della carrozza, speravo intensamente solo di aver la possibilità di imparare ancora da lei.
E l'alba della domenica, che prima era furia di libertà, si leva ogni settimana come il momento del riposo fisico e mentale. Vorrei venire a incontrarvi, riposarmi nelle nostre case virtuali, appoggiarmi su una vostra frase e veder sfilare i vostri testi fino alla fine senza l'ansia dei troppi appuntamenti.
Intervisto anziane donne in questi giorni. Attraverso il sapere delle loro mani gesticolano storie talmente dense da annientarmi per vari giorni. Al montaggio di questi video mi si svela il senso stesso dell'essere donna, pazzia di fotogrammi mi fa credere che si possa salvare ancora qualcosa.
A teatro sono morta con Elisabetta Pozzi per tutto il tempo di Max Gericke e il sorriso dell'attrice che recupera il suo corpo è stato anche la mia dolorosa resurrezione.

22 dicembre 2008

Migrazioni

Mi capita da sette anni e mezzo di vivere la condizione dell'emigrante. Non sembri ridicolo il fatto che il mio spostamento sia stato appena di trecento chilometri e spiccioli. Anch'io, infatti, ho avuto i miei sacchi neri di plastica in cui infilare la falsa e ipocrita consolazione di oggetti familiari a far stringere il cuore a tradimento; ho conosciuto la fatica e il disagio del non capire una lingua, un dialetto che mi escludeva dai discorsi delle persone più anziane come dalle chiacchierate più familiari o concitate; mi sono sentita straniera in una terra che poco o niente assomigliava alla mia, ma a cui dovevo, almeno in parte e col tempo, cercare di assomigliare. C'è il rischio di perdersi, però, per una donna di collina e di mare a sforzarsi di assomigliare alla pianura. Così, il primo periodo, ho aggiunto un chilo al mese nel ricordo delle curve dei miei profili all'orizzonte, fino a superare il primo anno grazie ai dodici chili circa di ansia trasformata in zuccheri ed energia, grasso a proteggere dal freddo sconosciuto a chi ha sempre vissuto in un clima umano più mite.
Poi, in certi angoli di questa grande casa che è il mondo e che per fortuna nessuno riesce ancora a pulire, perché scomodi e stretti - o forse perché non conviene, ingenuamente non si ritengono pericolosi da chi detiene il potere - ha cominciato a fermarsi una polvere particolare fatta soprattutto di cose vecchie che raccontano al nuovo e lo rendono vissuto, già stratificato. Fatta di quello che l'umano ha di universale, fatta di pazzia, utopia e poesia, fatta di incontro e racconto.
Così si cedono paure e sconforto cedendo chili, fino a tornare al giusto peso dell'anima dove tutto quello che avanza non ha a che fare con lo sfogo, ma è stato solo puro piacere, peccato capitale, gusto di vivere. Ci si comincia a sentire a casa. L'altra casa. Quando si ritorna si può viaggiare in treno seduti verso il senso di marcia, e non più con le spalle alla strada.
Oggi avrei voluto raccontare della Garfagnana, che ogni anno ci accoglie come se non fossimo solo di passaggio - in particolare di un luogo fra le alpi apuane e l'apppennino - di Lucca, bellissima più che mai tutta vestita a festa e dove Piazza Krasnaja - un mio vecchio racconto - è stato adottato una seconda volta fra musica e teatro e una nuova pubblicazione, ma il sentimento più forte era quello del mio nomadismo interiore. Per due meravigliose speranze, invece, per il racconto di quelle, ci può essere solo il bar e possibilmente un bar con la vetrina mezza appannata a guardare progetti di vita affrettati e infreddoliti procedere verso l'una o l'altra strada, all'incrocio.
Ne approfitto, però, almeno stavolta, per ricambiare un gesto che mi ha commossa (non mi piacciono le catene, ma se c'è di mezzo l'affetto è diverso) e per farvi gli auguri. Natale mi mette ansia, la cosa migliore che mi sento di augurarvi è che questi giorni di festa vi vedano in cammino.



Ho ricevuto da ed attraverso i suoi due blog (l'altro è imperia parla) questo premio dedicato ai blog che hanno dimostrato impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali. Commossa lo assegno a mia volta (parenti esclusi!).

Il regolamento del premio è questo:
1. accettare e comunicare il regolamento visualizzando il logo del premio
2. linkare i blog che ti hanno premiato
3. premiare altri 15 blog meritevoli avvisandoli del premio

A piena voce
Alzata con pugno
Attaccati alla spina
Babilonia61
CalMa
Chit
ed
Frutti di stagione
Il più personale dei piaceri
Ineziessenziali
Pensare in un'altra luce
Che vuoi farci è la vita, è la vita, la mia
The bookshow
Tipi d'aMare
Zefirina

Perdonatemi se non dovessi avervi avvisato, ma sempre più la lettura dei blog per me è un piacere puro da godermi in momenti e stati d'animo particolari. Cosa che si vede forse dalla mia bassa frequenza di commenti lasciati, ma che vi garantisce un affetto vero e una lettura attenta e appassionata. Se vi leggo, seppure spesso silenziosamente, link o no, comunque vi apprezzo. Sono giochini, questi, che mettono sempre in difficoltà.