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18 novembre 2007

Il sorriso di Haidi Giuliani


Per tornare a Genova ho preferito la solitudine. Avevo bisogno di pensare, rivivere tre giorni oltre il finestrino di un treno che ha attraversato alcune fra le zone più squallide di un'Italia martoriata da quell'economia fallimentare che doveva farla crescere. Fra scheletri di umanità e edifici grigi come le zolle dei campi, mi accompagnavano ragazzi che infilavano il naso nei cellulari perché non c'era niente da vedere. Cercavo di riavviare quella parte di cuore che sei anni fa si è fermata e non ha mai più voluto saperne di ripartire, ogni suo piccolo tentativo, infatti, veniva regolarmente ucciso dai tanti che si permettevano di giudicare attraverso i giudizi di altri. Portavo a Genova un fardello di sei anni di coltellate. Le scheletriche geometrie della peggiore pianura padana mi hanno lasciato, tremante di freddo, alla stazione di Tortona. Per me, ragazza di mare, un non-posto di scortesia. Poi è arrivato il treno per Genova e i denti erano talmente stretti da scricchiolare. Quando ho cominciato a sfogliare la mia copia del Manifesto una signora di mezza età mi ha aggredita: "cosa state facendo a Genova?". Un'altra avvertiva casa di non venirla a prendere in stazione, tanto ci sarebbero volute ore ad arrivare perché la stazione, secondo lei, era occupata dai manifestanti. Sguardi sprezzanti. Ero basita, cose che succedevano decenni fa... quando Guccini cantava "e alcuni audaci in tasca l'Unità".
E non c'era cuore che intendeva rimettersi in marcia.
Ma, attraverso i finestrini, il paesaggio andava facendosi più accogliente e Genova ci attirava nel suo cuore di terra, attraverso le sue tante gallerie, sopra i suoi ponti sospesi sul mare.
Ero sola, il mio viaggio richiedeva solitudine e avevo bisogno di arrivare, per questo ho evitato di prendere uno dei treni speciali. Ricordavo l'assurdo ritardo che ci avevano fatto accumulare sei anni fa, le minacce alla stazione di Brignole dove celerini continuavano a caricare dopo tre giorni di continue e assurde violenze e non ci permettevano di andarcene da quell'inferno di apnea, di farci riprendere, seppure per sempre asmatici, a respirare.
Avevo la cartina, ma non serviva, un mare di gente mi indicava la strada. Il popolo di Genova lo riconosci dalle gonne colorate, i sorrisi ai quali fanno corona i rasta, gli zainetti carichi di panini e merendine per il lungo viaggio, i tanti lunghi viaggi.
E, fra quel mare di gente, gli amici di sempre. Gli stessi con cui ho affrontato la paura di morire, il bisogno di difenderli e di essere difesa. E anche loro, come me, avevano totale fiducia in ogni testa e cuore di quel corteo, ma non si fidavano dei celerini nascosti dal prefetto su richiesta del sindaco e continuavano a spiare i tetti sopra le nostre teste, gli stessi da cui partivano lacrimogeni che ferivano la testa, che lasciavano ragazzi svenuti in terra e poi massacrati. Guardavamo con terrore la sopraelevata che accompagnava il corteo per la quasi totalità del percorso. Ma vedevamo anche i sorrisi di chi forse in quei giorni non c'era, ma che ha saputo, è inorridito, e ne ha fatto anche la sua battaglia. Soprattutto ci è capitato di vedere Haidi. E Haidi rideva di quell'abbraccio collettivo. E noi scioglievamo il nostro cuore bloccato nel suo sorriso, ci sentivamo un pò tutti suoi figli e Carlo nostro fratello, un fratello che ha difeso i suoi fratelli minori, più spaventati, più impreparati e ha pagato anche perché noi riportassimo intere le nostre teste alle nostre madri, perché avessimo il tempo di correre, quello che ci avevano detto di fare a casa, ma quello che non era possibile fare senza le barricate, senza chi, lanciando pietre, rallentava la marcia impazzita di uomini che non rispondevano più neanche agli ordini del comando di polizia.
Genova, col sorriso di Haidi, ci ha rimesso in marcia i cuori, ha riacceso la speranza che Genova, che ci ha concesso una riappacificazione, resti memoria della follia, impensabile, che non ha più pretesti per riesplodere. Genova sia adesso una grande famiglia che difende alcuni dei suoi componenti che stanno pagando per aver avuto bisogno di difendersi, che chieda giustizia, che permetta alla famiglia di Carlo di avere un minimo di pace, se è più possibile, che vigili affinché questo meccanismo di morte, violenza e pazzia si fermi una volta per sempre e le persone possano riavere la libertà, le piazze, che in Italia non serva coraggio per difendere le proprie idee.
Ho camminato come fossi un tutt'uno con un corteo silenzioso, rispettoso, determinato. Un silenzio che è esploso in un boato di rabbia arrivati nella zona in cui non era concesso esistere, ma che si è subito spento. Con i ragazzi, le donne, gli uomini, gli anziani e i bambini del corteo ho riconciliato le mie emozioni devastate, ho sentito che non sono sola nel mio dolore, nelle mie paure che a tutt'oggi svegliano il mio sonno nervoso.
E poi mi sono lasciata ingurgitare di nuovo dalle gallerie di Genova e le paure pietrificate che da sei anni comprimevano il mio respiro si sono sciolte e ho respirato a pieni polmoni un'aria libera da gas, oggi e sempre.
Ragazzi in marcia! La storia siamo noi, lo eravamo nel '45 e lo siamo stati sei anni fa e ieri.

14 novembre 2007

Comunicazione di servizio per la manifestazione del 17 Novembre a Genova.

Io, con buone probabilità e con tutto il cuore e il fegato che riesco a mettere da parte, ci sarò, come ci sono stata ormai sei anni fa, per ricordare e non rivivere gli stessi incubi, per non permettere la condanna di capri espiatori, per chiedere giustizia, perché in Italia ci sia di nuovo la libertà di pensiero e di parola, perché si risolva il grosso problema di legalità e diritti civili, ripetutamente violato dalle forze dell'ordine.
Se avete notizie su treni e organizzazione in generale fatemi sapere. Mi incontro coi compagni là, ma faccio il viaggio da sola.
Sembra che il corteo parta alle ore 15.00 dalla Comunità di San Benedetto al Porto, Marina di Genova, per giungere in Piazza De Ferrari.
Alcune notizie qui
Se andate scrivetemi via mail (saraiommi@tin.it) che ci confrontiamo su come prepararci.
Se avete bisogno che io ci porti anche un pezzettino del vostro cuore speditemelo, che me lo metto in tasca e lo faccio viaggiare da clandestino, sul treno, insieme a me.

13 novembre 2007

Purea di pensieri, ripartenze, progetti, immagini, esperienze.

Mi prendo una dolcissima pausa fra la preparazione di questo esame e altre attese e vi preparo un polpettone di giornate diverse condito di emozioni e nuove esperienze prima che la data di scadenza della memoria si avvicini troppo.
Siamo passati attraverso e oltre l'appennino reggiano, per strade strette fatte di curve e paletti per la neve, abbiamo svalicato e incontrato castelli. Fra le vecchie montagne le cui energie sotterranee sono tutte raccolte in frutta e ortaggi dalla gente semplice dell'appennino, abbiamo scoperto luoghi che si chiamano come le cose: canala, bettola, gatta. I nostri occhi hanno assaporato colori autunnali, gustato l'immagine di viti ormai senza uva e idee di cantine colme di bottiglie di vino novello stappato per affetto su lunghi tavoli in legno grezzo macchiati dai cerchi delle bottiglie e dei bicchieri.
Sono entrata a far parte di un gruppo di ricerca di antropologia del contemporaneo. Intervisterò signore e ragazze, farò parte della loro vita per qualche istante, quel poco di tempo che basta a rubare un'idea di matrimonio, scoprire cosa sta cambiando nell'immaginario femminile. Osserverò osservata sguardi densi di memoria o di aspettative per il futuro, ruberò particolari e parole con l'occhio meccanico della telecamera e il fruscio della penna (rigorosamente nera) sul taccuino. Cercherò d'interpretare disagi, premure, diffidenza, condivisione intima.
Recentemente ho visto due film al cinema: in Un'altra giovinezza di Coppola ho trovato troppi richiami abusati alla letteratura, ma anche alcune scene da sentirle fin dentro alla pancia (io le cose che realmente mi emozionano, mi danno, le sento nell'intestino che può gelarsi o sciogliersi nel calore di un piacere addirittura piccante, fastidioso). Vi ho trovato un finale ripetitivo e una simbologia ostentata ma mancante di vero senso, la ricerca dell'immagine oltre un significato assente, inutili e ripetitivi specchi che si rompono, ma anche una perfetta scena nel bar. Facili richiami eros / nazismo e troppi personaggi superflui che vengono presto uccisi dalla loro stessa inutilità, escamotage facili, ma funzionali. La bella idea di una ricerca fino al protolinguaggio, un conflitto fra amore e cultura (che poi l'amore stesso è cultura), un messaggio che fra evidenti difetti riesce comunque a trasparire, a comunicare, a respirare.
Poi mi sono lasciata conquistare da Ai confini del paradiso di Fatih Akin, da istintivi e profondissimi rapporti d'affetto, un intreccio di culture a creare l'umano, una sceneggiatura perfetta che vive di soffi, pelle e sguardi sfiorati contro un destino forse beffardo, un'inquadratura finale che da tutto il senso precario dell'attesa e della vita, un film che è un viaggio interminabile di partenze, ritorni e ripartenze.
Ho visitato la mostra di uno dei miei pittori preferiti (Burri alla Magnani Rocca ancora fino al 2 Dicembre) e ho riflettuto sull'umano fra saldature, crepe, muffe, bruciature, colore, graffi, giochi di luce fra opaco e lucido. Una lotta di elementi come la lotta delle cellule e l'aggressione del tumore. Un'esposizione ragionata, dove si può seguire un percorso d'evoluzione di un'idea che resta sempre la stessa, ma ha tante possibilità espressive. Mi sono sentita scaldare dal fuoco che continua ad ardere nei suoi lavori oltre una villa bianco gelo e un giardino immenso, dove oziano pavoni e fontane (il ricordo, intanto, tornava all'inverno condiviso di Città di Castello).
Ho provato il piacere di scegliere il pesce al mercato, chiacchierando con pescivendoli d'importazione e casalinghe.
Forse viene prima il dovere, ma questa voglia di raccontare il piacere era arrivata al punto di rottura e non ho potuto far altro che travasarla dalla mia mente, al mio cuore, alla pagina in bianco e nero fatta di luce e condivisione che è diventato questo blog...

04 novembre 2007

Una passeggiata nel bosco delle cose.


Decidiamo di camminarli i quattro più quattro chilometri che separano casa nostra da un posto in cui è contenuta tutta la poesia delle cose vecchie, ricordi e vite contadine, ruggine, ragnatele e polvere illuminate in riflessi di bottiglia dai malati raggi solari di questo inverno che comincia, timidamente, a farci sperare nella neve.
Guardiamo il greto del fiume cambiarsi lentamente d'abito, i fagiani sparire fra i cespugli, il sole tramontare troppo presto per la nostra voglia di muovere passi fino a che non cominciamo a scorgere viti selvatiche che si intrecciano attorno a vecchie damigiane quasi scordate in un prato.
In un vecchio casolare è raccolta la storia della passione di Ettore Guatelli, un maestro elementare figlio di contadini e con la sua è raccolta la storia di migliaia di uomini e dei loro oggetti comuni, dei loro oggetti inventati, dei loro oggetti sofferti, dei loro oggetti rammendati da mani sapienti di miseria. Pretendono attenzione calzolai, contadini, orsanti e le loro calze buche e ricucite migliaia di volte, il finto violino della scimmietta.
Ettore era un uomo che dormiva vestito, scambiava le bombe lasciate dai tedeschi con la roba che tutti, passata la peggiore miseria, ormai, buttavano via e si è ritrovato un museo per casa, quasi a non lasciare spazio al lavoro agricolo dei fratelli, ma chiamarlo museo non rende giustizia a quell'idea, a quella poesia, a quell'amore e soprattutto alla vita che si respira in quella non morte di oggetti che nessuno ha più bisogno di utilizzare.
Mi riscopro animista, mi muovo fra l'affascinato e l'inquieto fra centinaia di oggetti di uso comune disposti in incredibili composizioni che scopro osservarmi dai muri, dai tetti, dalle scansie come se ascoltassero il mio respiro e provassero anche loro a gonfiare i polmoni per urlare la loro storia ormai taciuta, per spiegare i calli, le rughe, il freddo di vetri che gelavano dall'interno, la guerra, i troppi figli. Ombre, fantasmi, cocci di storia contadina, fumo e odori fra l'intonaco stanco di un casolare che ha visto la fatica e non è riuscito a proteggere le sue vite dal freddo. Bracieri da mettere sotto il letto e una madre che spaccava con le mani il ghiaccio che si formava nell'acqua, in camera.
Mi stupisco della genialità del bisogno, dell'inesistenza dello spreco nella nostra povera società contadina: macchine per togliere pelucchi ai maglioni, taglieri bucati per il troppo uso, caschetti tedeschi divenuti orinatoi.
Una camera da letto fra centinaia di orologi e di macchine da scrivere ad angosciarsi di ogni minuto di vita che passa, non uno, ma decine di oggetti simili fra loro, perché ogni graffio ha da raccontare una storia diversa, di una casa diversa, di simili visi sporchi. Il rumore melodioso e leggero di tappi legati a corda di salame che sbattono fra loro a proteggere l'uscio dalle mosche, quello ripetitivo del telaio, il rumore sordo e ritmato della zappa.
E poi centinaia di barattoli e in ognuno di quei barattoli migliaia di piccoli e minuscoli oggetti, uno strofinaccio incorniciato per mostrare il rammendo delle donne, la loro più grande ricchezza, la certezza di essere sposate.
Un non-luogo di ricordo a cui arrivare a piedi, rispettosi e curiosi, rime scritte nel ferro, nella canapa, nelle pannocchie, nel legno. Desiderio intenso di imparare a raccogliere parole e combinarle insieme come Ettore raccoglieva storie di oggetti e delle loro persone, partorendo una meravigliosa poesia di fatica e memoria.

http://www.museoguatelli.it/default.asp

"Io vorrei un museo dall'estremo ieri all'estremo domani"

Se volete passeggiare attraverso i miei occhi nel bosco delle cose fatelo qui

02 novembre 2007

Una luce oltre il buio salato del mare.


Arriviamo mentre un tramonto salato si sta spegnendo a poco a poco a contatto con l'acqua, scoraggiati da un'autostrada che ci ha rubato ore di vita. L'ansia da spazio stretto, il dispiacere per ore di libertà spese all'ergastolo dell'asfalto si scioglie fra mille riflessi spinti al cielo e ai nostri occhi da piccole onde tranquille, come tranquillo d'improvviso torna ad essere il nostro sentire.
Scalette, fiori, ulivi, cupole di fogliame da cui sprizza una polifonia di limoni e di arance e il velo evanescente di una spuma, di una cipria di mare che nessun piede d`uomo ha toccato o sembra...*, muriccioli in sasso, strade a picco sul mare e sui paesi. Si scorge dall'alto il castello di Lerici, che domina la baia di fiascherino, se le calde temperature estive ci avessero rinfrancato la pelle avremmo potuto immaginare persone stimolarsi l'appetito osservando la luce del cielo che si spegne e le luci degli uomini che si accendono, passeggiando davanti ai ristorantini protetti dalla possenza dei bastioni, lungo un molo che non accoglie più la pesca, comprato dal turismo. Ma muove i primi passi l'inverno e le strade sono per gli abitanti e per il rumore del mare.
Tellaro è un'accozzaglia di case, un trionfo di balconcini che sgomitano per dominare quel mare che va a poco a poco perdendo colore. Un intricato percorso di borghi, un improvviso panorama, una chiesa di canti che si difende dal mare e una abbandonata alla sua posizione scomoda. Tellaro sono agavi morte dai fiori vivi oltre le grasse foglie centenarie avare di frutti.
Vedo Gabriele sparire dietro l'ennesimo muro e all'improvviso aprirsi l'infinito. L'infinito negli occhi di un anziano signore dalle mani scure di pesce e di olive che osserva l'unica luce fra un buio che divora e non sostiene lo sguardo. Un'unica ancora di luce sulla quale, forse, è appoggiato suo figlio fra reti e pescato. La luce si spegne e si riaccende e l'uomo si allontana, il capo reclinato, gli scappa un sospiro.
Altri uomini mettono in mare le barche, è finita la stagione turistica.

Montemarcello si difende da una vita di pesca e si arrampica all'interno di un'area protetta dove la natura rompe gli spazi geometrici creati dall'uomo in una confusione intricata e abbondante. Oltre le case c'è solo la chiesa, nessun ristoro condiviso, in questi paesi dall'agricoltura faticosa conquistata alla terra ripida si sente la necessità di condividere solo le pene, di scambiare con la madonna e il santo un voto per una guarigione.
Una donna chiama i suoi gatti che la seguono frettolosi in casa. E' l'unica figura umana che si può scorgere oltre i raggi ormai spenti di questa giornata di festa che va scemando.

Sfioriamo Ameglia rincorrendo gusti già conosciuti. Anche le tombe si aggrappano saldamente alla terra per non scivolare in mare. Passiamo dentro il vento che s'infila fra le case, viene respinto dal duomo, fa muovere i teloni di una vecchia giostra di legno spenta oltre l'ordinato centro storico di Sarzana. Ci accoglie un ristorante che è solo il prosequio di una casa di vecchi sarzanesi. La figlia serve in tavola, possiamo osservare gli anziani genitori muoversi nel corridoio che conduce alle camere, in vestaglia lei, col suo bastone lui. Salutano cordialmente se si accorgono che li stiamo osservando.
Rientriamo nel traffico che avevamo ormai dimenticato, ma anche l'autostrada, di notte, ha il suo fascino e tornare, ormai stanchi, ci sembra solo il giusto riposo per prepararci ad un'altra piccola partenza.


Le foto di Tellaro le trovate qui
* Montale, Verso Tellaro

29 ottobre 2007

Angoli di Roma.


Non è facile riordinare i pensieri in un treno che viaggia in mezzo alla notte. Mi aggrappo alle poche luci della campagna laziale in cerca di un segnale di ragione, di parole in fila dentro e oltre il sentimento. Cerco un'ancora di luce, oltre la monotonia del buio, per la mia anima che non ne vuole sapere di restarsene seduta col corpo e alla fine deraglia. Guardo dormire la stanchezza di Gabriele, i suoi occhi chiusi sulle chiese di Roma e la bocca semiaperta a ricordare un sapore condiviso. Mangio biscotti per sopravvivere alla nostalgia amara, olive per non farmi travolgere dalla dolcezza. Telefono a casa, mando messaggi contrari al senso di marcia.

Roma ci si è mostrata in tutta la sua generosità.

Era solo ieri che respiravo l'odore dell'incenso di un rito profano oltre la porta pesante del pantheon e seguivo strade che si ritagliavano spazio fra proprietà ecclesiali dove si conserva il rito antico di una messa per pochi, parole in tedesco pronunciate da un parroco alto e diritto, fedeli seri a circondarlo nell'abbraccio di una comunità ermetica e sfumata dalla medievale bellezza atroce di S.Stefano rotondo.
Solo ieri a trastevere mi emozionavo nella luce che filtrava da una finestra in una scia di polvere, fumo, sudore di un ritorno insperato d'estate, spiavo centinaia di pensieri scritti e lasciati nelle mani del santo, mi perdevo nell'edera rossa che avvolge le case, ci mascheravamo insieme da turisti davanti ad un piatto fumante di rigatoni cacio e pepe. A S.Giovanni in laterano conversavo con le statue bianche che chiedevano ai passanti compagnia, oltre la solitudine di un tetto e in metropolitana scrutavo curiosa le facce, le espressioni diverse e giocavo a far finta di capire le parole, le inflessioni di tutto il mondo. Mi rilassavo e riflettevo nei chiostri dove riposano gli ulivi, la bellezza, il pensiero, fra i tavolini dei bar pieni di lingue e gelati, nella musica che riempiva le strade.
Al campo nomadi avevano steso e le donne abitavano fra un meraviglioso regalo di raggi estivi, l'odore del bucato, gli schiamazzi dei bambini, il riposo degli uomini.
Abbiamo camminato ore e ore senza essere stanchi e il nostro passo, vicino alla fontana di piazza del popolo, si è incontrato con altri passi di cui, ancora adesso, sento il rumore ritmato, in questa strada dal cielo grigio dove camminiamo ancora insieme.
Roma, la città delle contraddizioni, ci ha dato due giorni d'amore e ci ha traditi nell'accettare la beatificazione di 498 assassini di uomini e di libertà, torturatori franchisti.
Grazie a Nicoletta e Mariano la città eterna non ci è mai sembrata così bella, le nostre labbra non si sono mai stese così a lungo in un sorriso. Anche il tempo era nostro complice, e ci ha regalato un'ora solare che posticipava il momento del ritorno, rendeva relativo lo scorrere tiranno dei minuti.
Impossibile ringraziare per tanto affetto e ricchezza, cercare di spiegare quanto è ricambiato.
D'ora in poi dietro le nostre spalle secoli di storia passata, davanti ai nostri occhi una vita da scrivere e riscrivere assieme.

Le foto degli angoli di Roma le trovate qui.

25 ottobre 2007

Ritrovare l'amore in uno sbuffo di farina

Questo piccolo appartamento ammuffisce un pò alle pareti, ma è pieno di vari tipi di amore. Ieri cucinavo per amici, due professori agli opposti, che deliziosamente quando ci vengono a trovare si beccano tutta la sera, facendoci ridere di gusto. Uno preciso e puntuale, l'altro ritardatario e "straiato". Entrambi di grande cultura, di quella cultura senza trofei, quella spartita come fosse un abbraccio. Parma, la splendida Parma del duomo e del battistero, la Parma del Regio e del Farnese amato da orde di poeti, intellettuali, nobili, distrutto dalla guerra e ricostruito dalla povera gente, la Parma della splendente e immodesta Palatina, di solito, è chiusa e altezzosa, conscia della sua superiorità culturale e alimentare disprezza i regali degli altri, ma con Maurizio e Giovanni, Parma, mi ha aperto il cuore e, da quando li conosco, sorrido sempre per le vie di questa città che mi aveva accolto tanto freddamente. Mi capita di passare, per le vie nebbiose di questa città di pianura, davanti ad un ragazzo con un sax a cui volentieri lascio una monetina e un gesto di ringraziamento, e mi scopro a pensare allo sbuffo di farina, allo schizzo di pomodoro, alla tentazione di assaggiare la torta che ho preparato per il loro compleanno e sorrido.
Passando in cucina, prima di cena, mi rubavano acini d'uva.
Ogni volta che li vedo mi riconcilio col mondo.
Fra due giorni mi penserete a Roma, vado a trovare mia sorella acquisita per amore, Nicoletta, di cui spesso mi scopro di raccontare e, come lei stessa dice, riavremo modo di guardarci nei nostri occhi color cannella, dopo tanto tempo di lontananza solo fisica. Gabriele, l'uomo della mia vita, stavolta mi può accompagnare. Oggi vado a scegliere un libro per lei e ho pensato di copiare il dolce/amaro regalo di Maurizio: la cucina color zafferano di Yasmin Crowther.
Penso a Marco che va a New York, a un ragazzo conosciuto in fabbrica che mi ha telefonato e invitato a riattivarmi per il partito qua, in una città a cui ho dato sette anni della mia vita e che sta cominciando a cedere e permettermi di sentire un pò mia, che ha voluto condividere con me le emozioni della grande manifestazione di Roma. Per me politica praticata non era più esistita senza gli amici di una volta.
Mi sento circondata da tanti tipi di amore e la canzone Stranamore di Vecchioni è un loop desiderato e sofferto di una sofferenza di caramella nella mia testa.
Oggi, a pranzo, risotto di zucca!

23 ottobre 2007

Quando un bimbo muore di freddo, in Italia.

Scrivo questo post fra un miscuglio di emozioni che spaziano dal dolore all'odio. Mi sento persino colpevole: colpevole di aver desiderato tanto l'inverno. Io, che a volte accendo il termosifone in solaio per non far gelare le mutande.
Rivado col pensiero al periodo in cui ho conosciuto una ragazza straordinaria, talmente colma di vita da doverne per forza regalare un pò agli altri.
Nicoletta è una ragazza di Roma, di origine marchigiana. Anni fa si è improvvisata a titolo volontario mediatrice culturale del campo nomadi di Saxa Rubra ottenendo non solo grandi risultati, ma soprattutto amicizia reciproca. Ha lavorato nelle scuole per favorire l'integrazione degli stranieri e mi raccontava cosa è riuscita a fare con l'hennè, per rendere possibile l'inserimento di una ragazzina musulmana. Grazie ai suoi studi d'avvocato ha seguito gratuitamente cause per persone sfruttate, portate a lavorare in Italia e poi tenute come schiavi. Si occupa anche della gente dell'est che arriva in Italia, il paese delle pubblicità del mulino bianco, in cerca di una vita migliore, di un lavoro per sfamare i propri figli, aprirgli la strada per una nuova vita e invece finisce sulle rive del Tevere, nelle baracche di cartone. Ai tempi del rischio d'alluvione ha assistito centinaia di persone sistemate momentaneamente nei tunnel della metropolitana, si occupa di trovare indumenti e medicine per questa gente. Le medicine le tiene a casa sua ed è pronta a partire anche solo per un raffreddore, infatti, a differenza degli abiti, del cibo, le tiene lei per paura che la necessità porti i disperati che assiste a venderle.
Nicoletta è tanto buona, ma si arrabbia spesso e la sua voce rimane sempre inascoltata.
Ad ogni occasione elettorale, infatti, il tanto amato Veltroni, segretario del partito che non c'è, che niente ha in comune con la famosa isola, dice ai suoi vigili-sicari di sgomberare il lungo fiume, il che significa che tali signori cacciano queste persone già al limite della miseria distruggendone i rifugi di fortuna, limitandosi a spostare il problema da un posto all'altro della città e poi ricominciando ad ignorare la situazione.
Questi sgomberi annullano tutto il lavoro di Nicoletta, ma non solo.
Mentre Roma era tutta lustrini per la festa del cinema, due ragazzi (rom rumeni), lei diciassettenne, lui poco più grande, hanno perso il piccolo Francesco, loro figlio di due mesi appena, che non ce l'ha fatta, è morto di freddo.
Dopo la rabbia di Nicoletta viene il mio odio. L'odio per questa politica che è il trionfo della mediocrità, dell'indifferenza, dell'opportunismo. Una politica del conteggio che accetta le richieste di una società malata d'egoismo e si scaglia contro i lavavetri, le prostitute, gli extracomunitari, gli zingari perché è questo che rende popolari. L'odio verso questa assurda richiesta di sicurezza a tutti i costi di stampo prettamente fascista, di contenuti nulli, tranne l'opportunismo.
Una società di finti onesti contribuenti che pretendono che le loro tasse vengano utilizzate solo per loro e per fare pulizia.
Francesco è morto di freddo, neanche fossimo già diventati l'America dove chi non ha non vive, ma tanto è già storia passata, come è già sbiadito ricordo e presunta medaglia la storia di Dragan, bosniaco, padre di due figli, che è morto per salvare due figli di italiani che non hanno neanche ringraziato i suoi parenti, non hanno neanche aspettato di trovarne il cadavere.
Ma a noi interessano di più le storie giornalistiche di rumeni cattivi e zingari ladri, gli stessi che facciamo vivere sulle discariche e che lasciamo morire di freddo senza neanche una parola. Ci piace disprezzare gli extracomunitari che si schiantano la schiena, in nero, nelle nostre fabbriche. A noi interessano di più le primarie, per far vedere quanto siamo democratici e che grande consenso riusciamo ad ottenere stando un pò di qua e un pò di là anche a costo di affossare l'Italia economicamente, umanamente e culturalmente per non dover prendersi il rischio di scegliere, non dover cambiare, non dover dare quello a cui spetta di diritto a tutti, contribuenti e non, regolari e irregolari.

20 ottobre 2007

1.000.000


Di diritti, contenuti, conquiste sociali.

E, finalmente, di nuovo, un mare di rosse bandiere.

Quando il Sig.Rossi non è un Sig.Rossi qualunque

Oggi mi permetto di raccontarvi una storia che sembra una favola a lieto fine, invece appartiene alla cronaca di questi giorni, una delle tante notizie defilate di cui farebbe bene parlare.
Ormai dovrebbe esserci noto che, invece di piangere e gridare al mostro cinese, quello che ci chiede il mercato internazionale sono prodotti di elevata qualità. Elevata qualità a cui, le mie piccole Marche, hanno sempre guardato. Infatti, in particolar modo nella zona dell'ascolano, sono vive e produttive molte piccole aziende di produzione artigianale di alta qualità apprezzate in tutto il mondo. Queste aziende godono di ottima salute, continuano ad aumentare il proprio giro d'affari e tutto questo lo devono anche alla grande preparazione dei loro dipendenti. Bene, a questo punto della storia entra in scena il Il Sig.Rossi, imprenditore fermano dell'azienda "Campofilone", azienda che produce pasta all'uovo di alto livello (è buonissima, io le ho provate le tagliatelline Campofilone col ragù della mamma), attività cominciata a partire da una casalinga delle nostre colline - ancora a misura d'uomo e dove sono vive vecchie tradizioni - che apre una trattoria... ma questa è un'altra storia.
Il Sig. Rossi, e a questo punto appare chiaro che non stiamo parlando di "un sig.Rossi qualunque" formula strausata dalle maestre elementari, ma del Sig.Enzo Rossi, vede che il fatturato della sua azienda va alle stelle grazie ai mercati giapponesi e americani e, tranquillo del suo successo economico, pensa di vedere come se la passano i suoi dipendenti. Con due figlie e una moglie a carico decide di provare per un mese a vivere con lo stipendio dei suoi operai. Ebbene arriva al 20 del mese e poi da forfait: conducendo una vita normalissima non si può vivere con poco più 1000 € al mese. E così, il Sig. Rossi dichiara "E' giusto che retribuisca di più i miei dipendenti perché lavorano bene e meglio degli altri - ha spiegato - E poi non sono assolutamente inferiori ai loro colleghi tedeschi, francesi, inglesi che percepiscono stipendi superiori a quelli degli italiani" e gli assegna 200 € mensili in più in busta paga. Che dire? Un buon inizio! (Sperando che i suoi colleghi facciano sì che questo sia l'inizio di qualcosa).
Pur non capendone granché di economia ho sempre pensato che un paese non cresce affamandone la popolazione, sarebbe come togliere l'olio ad un motore. Credo che se le persone avessero più tempo libero, più possibilità formative, più disponibilità economica, sarebbero più disposte a spendere, procreare, inventare progetti, credere nel futuro, nelle istituzioni, persino nei datori di lavoro. Il Sig.Rossi e la situazione delle aziende delle altre nazioni europee ci dimostrano che alzare gli stipendi è possibile. Che questa sia la prima scintilla dell'incredibile rivoluzione bolscevica degli imprenditori? Se non ci pensano operai e sindacati, qualcuno ci dovrà pur pensare...

O.T.(?): Aderisco anima e corpo alla manifestazione di oggi e avrei davvero voluto essere a Roma, ma devo essere nella capitale la prossima settimana e le finanze non mi permettono tanto. La prossima non mi sfugge.

18 ottobre 2007

Essere donna non è una macchia di sangue

A mia mamma che ha radunato tutto l'amore possibile e mi ha restituito quelle lettere, che ha raggiunto con me la nostra stazione; a mia nonna che ha resistito alle atroci sofferenze della sua vita fino a permettermi di nascere e di cambiarmi parecchi pannolini; all'altra mia nonna che non ha accettato che l'amore possa essere distrutto dalla morte; a Stefano che vuole fare un film sulle donne.

Diventare donna non è una macchia di sangue, quella mattina l'unica consapevolezza che acquisisci è la posizione fisica delle tue ovaie e un forte mal di pancia che ti renderà intrattabile per tutti i cinque giorni al mese della tua vita.
Non si diventa donne nemmeno con la seconda macchia di sangue, a farti donna è quando il tuo ragazzo, la prima volta, non ce l'ha fatta e tu, dolcemente, riesci a fargli capire che vale molto di più quella sua tenera emozione che un lenzuolo da lavare.
Di certo diventare donna è una grave forma di autolesionismo, quando ci si crede in dovere di sacrificarsi per gli altri e quando sacrificarsi per gli altri non serve proprio a niente oltre ad una continua gratificazione della propria tendenza al martirio.
Donna ricordati che chi accetta il tuo sacrificio senza sofferenza, di certo non lo merita.
Perdonare uno stupratore non deve essere cosa da donna, lasciamolo alle sante e al perdono cristiano, che fa più danno della violenza.
Essere donna è sposarsi tanto quanto avere il coraggio di divorziare o rimanere zitella.
Solo una donna può partorire il figlio di un uomo o decidere di abortirne il feto.
Diventare donna può essere mettere solo un trucco leggero o comprare una gonna, dopo una vita di pantaloni, e poi vergognarsi di indossarla, ma in casa provarla e riprovarla; diventare donna è capire quanto potere esercita il tuo corpo sugli uomini e nasconderlo o abusarne, soffrire come un cane per una ceretta o fregarsene di avere i baffi.
Qualcuna diventa donna cominciando a desiderare i sogni repressi, altre non volendo morire e lottando contro la vecchiaia, o quel tremendo male incurabile, per vedere nascere i figli dei propri figli, i figli dei propri nipoti, altre ancora capiscono di essere ormai donne quando smettono di considerare un sacrificio i lavori di casa e si accorgono di aver costruito un nido insieme all'uomo della loro vita.
Diventare donna è avere accanto almeno altre due donne, di altre due generazioni, è sentirsi belle con quella ruga vicino agli occhi o non tollerarla.
Essere donna è portare il velo con convinzione o non accettarlo e così essere costrette a dover rinunciare per questo alla propria religione e alla propria famiglia, dover accettare un matrimonio combinato, non avere il coraggio di denunciare una violenza domestica, crescere i propri fratelli orfani, curarsi dei genitori anziani non indipendenti.
Se diventare donna è, come io credo, essenzialmente, desiderarlo, soffrirne e compiere delle scelte, anche un uomo può davvero diventare una donna.
Sono donne tanto i travestiti di Almodóvar, quanto le martiri di Lars Von Trier. E' donna Medea, che sacrifica i suoi figli per colpire il suo uomo che l'ha tradita, tanto quanto lo sono le casalinghe che, quotidianamente, si fanno succhiare la vita da famiglie parassita o quanto lo è una vedova che rispetta la sua vedovanza fino alla morte.
Ogni donna è donna a modo suo, ma tutte sono accomunate da uno straziante e dolce dolore di fondo, da un forte altruismo e una morbosa sensibilità, lato imprescindibile dell'essere state donne nei secoli in una società dove hanno dominato i maschi, ma l'universo femminile per gli uomini era sostegno discreto, spalla, realizzazione del desiderio narcisistico di vivere oltre la morte.

15 ottobre 2007

Un porto sicuro

Mi aggiro, munita di macchina fotografica, come fossi una turista, per le vie del ghetto, ad Ancona. Mi fermo ad annusare ad occhi chiusi l'odore dei cibi che massaie scrupolose stanno preparando già dall'alba di questa domenica mattina. Osservo stupita architetture molto particolari a cui non avevo mai fatto caso con l'attenzione rapita dalla bellezza esibita di piazza del Plebiscito, piccole e minuscole chiese che si affacciano oltre l'ennesimo angolo, a fianco di quel borgo stretto dove ripide scalette arrancano verso il Duomo, sospeso fra l'alba e il tramonto del golfo. Prima delle grandi e sfarzose navi da crociera, ben altre navi sono passate sotto questo tempio: grandi corazzate dell'ultima guerra fraticida che ha visto popolato solo da paura lo stesso ghetto, stive piene di sacchi neri di plastica per i morti che ha risparmiato il terremoto, accanitosi solo con gli ultimi edifici scampati ai bombardamenti inutili degli americani. La frana, la guerra, il terremoto, forse Ancona doveva scontare la posizione in un luogo dov'è concentrata tanta diversa bellezza. Ma oggi sono diretta al cimitero ebraico, che ho scoperto essere il più grande d'Italia e che è appena stato restaurato e siamo diretti anche nel luogo dove il vento che sferzava il faro, la pioggia invernale che giocava a trasformarsi in ghiaccio, non impedivano ad un amore in bilico di mettere radici. Non smetterò mai di essere riconoscente ad un vecchio faro in pensione che ci ha protetti senza giudicare, ad emozionarmi nell'abbraccio di quel panorama a 360 gradi, non riuscirò mai a stancarmi di vedere la città tuffarsi, col porto, in mare senza rinunciare a piccole deliziose spiagge di colori improbabili, a picco sotto la scogliera. Bianchissime lapidi di forme uniche nel loro genere mi ricordano che lì sono stati sepolti, al tramonto, una donna impareggiabile e un padre amatissimo. Bianchissime lapidi pesanti a nascondere in fretta la vergogna della morte, a mostrarsi in incomprensibili segni di una lingua antica, parole che non mancano di errori, fra cui quello della morte stessa, l'unico incorreggibile. Davanti a quel mare schiumoso e infinito scopro di essermi fermata a riflettere sulla pazzia del genocidio, al razzismo presunto esportato dai colonizzatori che riesce a far sentire diversi anche gli uguali. Oggi penso alla zuppa di banane degli Utu e alla carne, al latte dei Tuzi, alle radio che diffondevano le targhe delle automobili per riconoscere, nella totale uguaglianza etnica e culturale, chi doveva essere trucidato, lasciato morire lentamente con gli arti tagliati, penso a chi aveva la fortuna di poter pagare per essere ucciso con una pallottola e non a colpi di machete o martello. Oggi penso alle fosse comuni di Sebrenica, appena al di là di questo mare, dove gli assassini parlavano la stessa lingua degli uccisi, dove bisogna ancora oggi fare 110 km per trovare un dottore e ai pochi bambini fortunati che frequentano la scuola viene insegnata la storia della Serbia. Penso alle città fantasma della Cecenia, della zona settentrionale dell'isola di Cipro, ai Kurdi, agli armeni. Penso ai passamontagna del Chiapas, ai Tamil. Penso all'orrore di sentir parlare italiano, in mezzo a sconosciuti idiomi tedeschi, dai torturatori e assassini di Marzabotto, di Sant'Anna di Stazzema. Penso a tutti quelli che non hanno trovato posto nei miei pensieri, uno spazio bianco che riempirà il cuore di chi legge.
Il genocidio, l'eccidio, lo sfruttamento, la violenza non sono solo in presenza di differenze etniche, culturali, linguistiche, religiose, l'uomo, parte dello stesso popolo mondiale, uccide anche in mancanza di tali differenze, che vengono fabbricate ad ogni sanguinaria necessità. Un popolo unico fatto di identità plurime che vengono giornalmente sezionate e isolate per farci sentire diversi in nome di altri interessi.
Questa che ho intorno oggi è la mia terra e vorrei che, non solo per me, non solo per noi, ma soprattutto per gli altri, possa essere per sempre un porto sicuro.

09 ottobre 2007

La storia lo assolverà

Quest'anno, appositamente, ho evitato di ricordare il quarantesimo anniversario della morte di Che Guevara. Perché quando si parla del Che, inevitabilmente, si parla di Cuba e, quando si parla di Cuba, inevitabilmente, si parla di Fidel Castro. Ho deciso, invece, sul finire della serata, di gettarmi nella polemica scatenatasi in vari blog.
Bene, Cuba, dalla fine degli anni cinquanta è governata da questo uomo apparentemente duro, sempre in uniforme militare. Io, guardandolo, per prima cosa mi chiedo: perché, Fidel, quell'uniforme ancora oggi? Se davvero, come molti dicono, ti sei fatto mangiare dalla voglia di potere, perché non hai indossato la cravatta dei ricchi? Perché te ne vai in giro per le strade di Cuba, senza scorta, con una vecchia mercedes? Perché invece di dedicare anima e corpo allo stato non ti godi un pò la vita che, probabilmente, stai per finire? La risposta che mi sono data è che Fidel, la divisa, non può togliersela. Non può perché la sua piccola nazione è ancora in guerra, anche se abbandonata e condannata dall'opinione pubblica e dai governi del mondo intero. Sono all'ordine del giorno le spie americane trovate a promettere denaro in cambio di una democrazia fantoccio che non farebbe altro che riappropriarsi delle risorse, delle multinazionali, che riaprirebbe le case di prostituzione per vendere agli americani, per l'ennesima volta, le donne, il popolo cubano. Fidel questo lo sa, Fidel, ogni giorno di questi cinquant'anni ha temuto l'attacco che non avrebbero potuto respingere. Nonostante questo, nonostante un embargo che affosserebbe noi paesi ricchi, ha dato cibo, istruzione e sanità a tutti i suoi cittadini e anche a poveri del resto del mondo, fra cui americani. Senza contare gli sforzi democratici degli ultimi anni: fra tutti le elezioni dei governi municipali, probabilmente più democratiche delle nostre. Sicuramente quest'uomo, in quanto tale, avrà commesso degli sbagli, ma guardandolo in quegli occhi stanchi, sentendo la commozione che trasuda dalle sue parole quando ricorda la figura del Che, sicuramente, io so che in quelle condizioni nessuno avrebbe potuto fare di più. Il Che è stato un grande idealista e resterà per sempre (capitalismo e magliette permettendo) nel cuore di tutti i giovani del mondo, la sua speranza di un mondo migliore sarà sempre difesa, resterà giovane e perfetto. Fidel, invece, è l'uomo che ha dovuto fare il lavoro sporco, quello necessario, quotidiano e resterà uomo, un grande uomo.
E ricordatevi: giudicare un uomo estraendolo dal suo contesto storico e sociale è solo faziosità.

07 ottobre 2007

La polpa indifesa del caco.

A me l'autunno fa un bell'effetto. Mi accoccolo dentro un maglione enorme e mi sistemo vicino al termosifone. Mi viene voglia di fare, ricomincio a sentire il bisogno di scrivere, immagino la prossima neve, divento riflessiva e aspetto la domenica di festa per godermi i nuovi colori delle colline e delle città d'arte. I frutti dell'autunno, poi, soddisfano il mio gusto come nessun altro sapore: i cachi, le castagne, la zucca, i funghi, la polenta. Ho voglia, come un felino, di cibi grassi per prepararmi al freddo dell'inverno, ho voglia di sapori nuovi per far uscire il corpo dal tunnel del lavoro ripetitivo.
Il nuovo micetto tigrato trova ottimo che io mi sia rimessa a studiare: le mie gambe sono patria sua, visto che per ore non mi schiodo dal tavolo, per potersi accoccolare al caldo facendo due fusa riconoscenti ogni tanto, sbadigliando e guardandomi curioso con quei due occhietti tondi e pestiferi. Io ci guadagno una morbidezza che non ha pari che ristora il mio tatto corteggiato solo dai solchi che lascia sul foglio il mio tratto pesante. Forse per questo gatti e intellettuali vanno tanto d'accordo.
Isolo un pensiero dal flusso continuo di parole che disordina la mia mente, incitata dalla stanchezza mentale e dagli stimoli continui prodotti dallo studio:

La grande pianura, costretta dalla mietitura a scoprire il proprio orizzonte, con falsa pudicizia, si adorna di una nebbia leggera, un velo semitrasparente.
I rami tetri degli alberi sono carichi di cachi vivaci e succosi la cui polpa è messa facilmente a nudo dalla precaria promessa della loro pelle liscia.
Senza altro bisogno che di mani ansiose di portarsi alla bocca un sapore dimenticato, mette radici il seme nel ventre di una donna che ha deciso di annullarsi per due vite che iniziano dove finisce la sua.
Le femmine maturando concimano la loro propensione al sacrificio.
Oltre il vetro sporco di pioggia sinfonia d'autunno e consapevolezza che l'uva è già mosto e non sarà mai vino.

06 ottobre 2007

La stagione cinematografica 2006/2007 vista da guccia

Questa stagione mi ha vista raramente sulle poltrone rosse ma pubblico ugualmente, col nuovo numero di Segnocinema fra le mani, due o tre frasi per ogni film che ho potuto vedere sul grande schermo. [in ordine alfabetico per titolo].

Anplagghed al cinema Regia Rinaldo Gaspari, dalla regia teatrale di Arturo Brachetti, soggetto e sceneggiatura Aldo, Giovanni e Giacomo, Gialappa's Band, Valerio Bariletti, Arturo Brachetti, Cesare Alberto Gallarini. Italia 2006
Non i migliori Aldo Giovanni e Giacomo dei "corti", a tratti noioso, nonostante alcuni sketch sinceramente divertenti. Teatro portato sullo schermo, di cinema praticamente niente.
Apocalypto regia di Mel Gibson, soggetto e sceneggiatura Mel Gibson, Farhad Safinia. USA 2006
Lo nomino quale "film più noioso della stagione". Tanto splatter (sbudellamenti di ogni genere), tante corse, poco contenuto, storia banale.
Cars - motori ruggenti
Regia John Lasseter, Joe Ranft, sceneggiatura Dan Fogelman, John Lasseter, Joe Ranft, Kiel Murray, Phil Lorin, Jorgen Klubien. USA 2006
Da veri professionisti dell'animazione, alla Pixar realizzano un altro bel lavoro, anche se ad ogni opera la storia si sta disneyzzando sempre di più banalizzando il lavoro. A loro favore il fatto di riuscire a far sorridere senza essere mai volgari.
Centochiodi
Regia, soggetto e sceneggiatura Ermanno Olmi. Italia 2007
Da un'ottima idea un film che ha deluso le mie aspettative. Solito film di Olmi. Filosofia banalizzata all'inverosimile. Pessimo Degan.
Clerks II
Regia, soggetto e sceneggiatura e montaggio Kevin Smith. USA 2006
Dopo la prima parte un pò debole una seconda parte spassosa tanto quanto il primo clerks (che è tutto dire). Da non perdersi la scena in cui Randal, in un fast food, stronca il signore degli anelli a favore della trilogia...
Eragon
Regia Stefen Fangmeier, sceneggiatura Peter Buchman. USA 2006
"Simpatico". Un film che ricalca le orme di guerre stellari e si lascia guardare.
Fascisti su Marte
Regia Corrado Guzzanti, Igor Skofic, Sceneggiatura Corrado Guzzanti Paola Cannatello. Italia 2006
Dall'idea abusata del pianeta "rosso bolscevico" questo film che Guzzanti ha definito "non per tutti". Di certo non per me. Tremendo.
Il grande capo
Regia, soggetto e scenggiatura Lars Von Trier. Danimarca, Svezia, Francia 2006
A carattere cubitali sulle locandine c'era scritto: una commedia di Lars Von Trier. Commedia?!? Non mi perderei nessuno dei capolavori di questo autore enorme, ma la cosa mi aveva spiazzata un pò. Metacinematografico, divertente, profondo. Curiosa la tecnica dell'Automavision, il regista lascia scegliere le inquadrature ad un computer disorientando lo spettatore. Come al solito, comunque, in Von Trier, nonostante la grande sperimentazione, è l'idea, perfetta, a primeggiare sulla tecnica.
Grindhouse - A prova di morte
Regia, soggetto, sceneggiatura e fotografia Quentin Tarantino. USA 2007
Uno psicopatico assasino, sangue e incidenti. La soddisfazione della vendetta. Peccato che per scelte di produzione abbiano separato il film di Rodriguez da questa opera sicuramente particolare.
Grizzly man
Regia, soggetto e sceneggiatura Werner Herzog. USA 2005
Lo strano rapporto dell'uomo con la natura e la pazzia utopica di Timothy Treadwell, figlio della società che lo ha creato, l'America, dove tutto è amplificato. Herzog sceglie sempre storie al limite dell'umano. Commenta le riprese fatte direttamente da Timothy, attore inconsapevole che comunque recita di fronte alla sua piccola camera. Interessante e molto bello.
La masseria delle allodole
Regia e sceneggiatura Paolo e Vittorio Taviani. Italia, Bulgaria, Spagna, Francia 2007
Brutto, patetico, troppo magniloquente, retorico. Non basta fare un film su un argomento del quale si dovrebbe parlare e riparlare (il genocidio degli armeni, ancora negato dalle autorità turche) per poter dire che si tratta di un bel film.
Mille miglia... lontano
Regia Zhang Ymou, soggetto e sceneggiatura Zhanh Ymou, Jingzhi Zou. Hong Kong, Cina, Giappone 2005
Dolce, profondo, bello sia nei contenuti che nella splendida fotografia (che riflette i sentimenti dell'anziano). Un padre fallito può recuperare il suo rapporto col figlio realizzando il suo ultimo desiderio in punto di morte? Per poterlo fare dovrà impegnarsi un viaggio che gli darà modo di riflettere sulla propria vita e sull'uomo in genere.
Nuovomondo
Regia soggetto e sceneggiatura Emanuele Crialese. Italia Francia 2006
Estremamente metaforico e simbolico senza perdere di vista la concretezza della realtà, senza essere retorico, raccontando la storicità dei fatti attraverso un esercizio di stile mai fastidioso. In America, per gli emigrati Siciliani, i fiumi erano fatti di latte e le carote erano enormi, l'impatto però fu poi ben diverso, a cominciare dalle visite di "idoneità fisica e psicologica".
Pasolini prossimo nostro
Regia, soggetto e sceneggiatura Giuseppe Bertolucci. Italia, Francia 2006
Dal set di Salò o le 120 giornate di Sodoma si parla di Pasolini (ne parla lui stesso) attraverso un'intervista, foto di scena, fotogrammi, scene inedite del film o del lavoro di scena. Prossimo nostro, perché le riflessioni di Pasolini sono più che mai attuali, perché farebbero bene a questa opinione pubblica malata di falso buonismo e moralità. Accompagnato da una mostra in cui Toccafondo "pittura" articoli di giornale di allora in cui si può scoprire quanta cattiveria gli si scagliava addosso, quanto possa dar fastidio l'intelligenza.
Il segreto di Esma (Grbavica)
Regia, soggetto e sceneggiatura Jasmila Zbanic. Austria, Germania, Bosnia, Croazia, Olanda 2006
Come spiegare alla propria figlia che il padre non è un eroe della guerra nell'ex Jugoslavia ma uno stupratore? Come guarire insieme in una città, che essa stessa, pur desiderando ardentemente la normalità, non riesce a curare le proprie ferite? Un film che merita appieno l'orso d'oro che ha conquistato a Berlino.
La stella che non c'è
Regia Gianni Amelio, sceneggiatura Gianni Amelio, Umberto Contarello. Italia, Francia, Svizzera 2006
Un operaio, di sua iniziativa, si mette alla ricerca di un altoforno dismesso da un'acciaieria italiana e venduto ai cinesi perché è convinto di aver trovato il modo di riparare un difetto potenzialmente pericoloso. Un viaggio che diventa crescita umana, amore, scoperta. Per me bellissimo, a dispetto del giudizio della critica.
300
Regia Zack Snyder, Sceneggiatura Zack Snyder, Kurt Johnstad, Michael B. Gordon. USA 2007
Buona la resa visiva nel grande schermo di un fumetto (idealmente apprezzabile o meno ma dalla grande tecnica... per capirci Miller è lo stesso autore del "ritorno del cavaliere oscuro") ma esagerato, retorico, patetico, noioso.
Il vento che accarezza l'erba
Regia Ken Loach, soggetto e sceneggiatura Paul Laverty. Irlanda, UK, Germania, Italia, Spagna 2006
Alcune scene di ottimo cinema, bella fotografia, un argomento delicato e difficile ma non un capolavoro. Di sicuro spunto per una riflessione sul terrorismo... la violenza è sempre a torto? O piuttosto il torto non è di chi costringe gli uomini ad usare violenza?

Essermi dovuta limitare a poche righe per ogni commento mi ha causato il mal di pancia, ma vista la lunghezza del post non avrei potuto fare altrimenti. Non perdetevi l'ultimo di Rivette (nuova stagione). Non mi perderò Inland Empire (vecchia stagione).

26 settembre 2007

Essere uomini. Una proposta di nobel per la pace al popolo rom.

La parola Rom significa uomo. Ma cosa significa essere uomini ai nostri giorni? Prima che la notizia diventi troppo vecchia voglio segnalare che Liberazione del 22 Settembre si apriva con un'intervista a Moni Ovadia che, provocatoriamente o meno, proponeva il nobel per la pace al popolo rom. I rom, infatti, sono un popolo libero, senza esercito né frontiere, senza condizionamenti economici. Sono un popolo in perenne fuga, a partire da quel lontano giorno in cui furono costretti a lasciare l'India, dove lavoravano il ferro, l'impiego più umile del paese in quanto considerato demoniaco. Spesso, negli occhi di una ragazza rom, potete leggere la diffidenza; una diffidenza data dalle persecuzioni, il razzismo, il genocidio perpetrati ai danni di questa incredibile cultura, una cultura che conserva ancora la magia del rito, il valore di una cultura orale sopravvissuta a secoli di tentativi di distruggerla (la sterilizzazione forzata in Svizzera è andata avanti fino al 1975...i roghi di campi nomadi legittimi [spesso situati sopra vecchie discariche] sono all'ordine del giorno). Fra l'altro integrazione in Italia è sinonimo di rinuncia e i rom non vogliono rinunciare a quello che sono. L'incontro di culture avviene nella crescita e rispetto reciproci, la cultura più forte non deve pretendere di divorare quella più debole. La loro è una diffidenza giustificata da un odio ingiustificato che non si è mai tramutata in violenza checché l'opinione pubblica ne dica. I luoghi comuni dello zingaro rapitore di bambini o ladro si spezzano non appena si viene a contatto con loro. Si scoprono le loro micro economie marginali, quelle che noi rifiutiamo, la loro abilità nell'uso dei metalli, la loro creatività, il loro senso incredibile della famiglia che si allarga fino all'intera comunità, la gioia con cui vivono giorno per giorno, l'importanza della ricchezza interiore più di quella esteriore.
Essere gadjo, cioè non rom, ci sta portando a valori snaturati dal mercato, dalla fretta, da falsi miti, ci sta portando insomma ad essere non uomini. Se davvero siamo capaci di considerare la diversità come la vera ricchezza, specchiamoci negli occhi di quelle ragazze dalle lunghe gonne colorate che tentano di venderci braccialetti e di quegli uomini che tanto amano giocare a carte in compagnia e che restaurano vecchie pentole di ristoranti e cerchiamo di vederci quello che noi non siamo più capaci di essere. Leggiamo nei loro occhi che la nostra rabbia verso di loro è solo paura: paura di libertà.

Un film da vedere: Gadjo Dilo di Tony Gatlif
(Lo straniero pazzo)
Musica? Django Reinhardt

19 settembre 2007

Piccola storia ignobile dell'uomo che si trasformò in formica

Ogni riferimento a cose o persone reali è assolutamente voluto

Non ricordava più il momento in cui si era trasformato in un insetto blu. Una specie affatto rara. All'inizio la trasformazione era stata graduale. Il sole lo scopriva blu al mattino e tornava ad essere uomo la sera. Poi, il formichiere aveva minacciato di distruggere il formicaio, così blu lo era rimasto per sempre. Da otto ore al giorno si era passati gradualmente a dieci, fino ad arrivare a dodici, e il sole non lo vedeva uomo più per niente, al punto che la luna era riuscita a convincerlo che la trasformazione completa, ormai, era inevitabile. Al blu dei suoi vestiti d'insetto s'aggiunse il giallo delle macchine che aiutavano le sue azioni ad essere più produttive. Come una formica ormai sollevava trenta volte il suo peso. Portava tanta roba adesso che era blu e giallo, che il sacrificio di altre formiche schiacciate dalla sua macchina pesante si era reso necessario, a parere del formichiere e quindi di lui stesso. Aveva cominciato persino a ragionare come una formica. Sporco e stupido guardava le cose senza capirle: guardava l'enorme vecchia caldaia ad olio combustibile che dava energia al formicaio e vedeva affascinato quella polvere marrone appoggiarsi sulle sue spalle come neve arrugginita. Sapeva che la cattiva stagione aveva reso necessario agire con la chimica sul prodotto avariato: 25 kg di acido in due ore. Un'altra conferma del fatto che il formichiere aveva sempre ragione: il pH del prodotto era tornato perfetto, i suoi polmoni non erano ancora ammalati di cancro, la formica che aveva investito si era salvata, il formicaio non faceva che allargarsi. La stanchezza delle dodici ore non segnate a libretto lo aveva fatto diventare rabbioso con le altre formiche - rosse e bianche - più piccole, vedeva sua moglie solo mentre dormiva (infatti la schiena a colpi di vibrazioni del carrello ormai lo teneva insonne), non sapeva cosa fosse un libro né un film, tantomeno il mare, ma il lavoro su turni faceva sì che il formicaio fosse il più grande e produttivo della zona, a prova di sconvolgimenti. E la formica blu, anche quando formichieri ancora più grandi decisero per tutti gli insetti contratti a tempo determinato, co.co.co anche per i non gallinacei, stipendi trattenuti del 30% dalle agenzie interinali, pensioni private, licenziamento in caso di malattia, la formica blu, ormai stanca, continuava a credere nella forza della necessità...

Continua?

18 settembre 2007

Festivalfilosofia sul sapere

A Modena, Carpi, Sassuolo ormai siamo di casa. Per il terzo anno consecutivo ci siamo gustati il festival della filosofia e in particolare due lezioni magistrali: "Streghe, levatrici, madri. Il sapere delle donne" di Silvia Vergetti Finzi e "Il sapere della follia" di Remo Bodei. Si è parlato, quindi, della figura di Melusina, la donna con due code di serpente fondatrice della stirpe dei Lusignano. Dunque una donna a capo, una donna che sceglie e fa la ricchezza del marito chiedendogli in cambio un solo giorno tutto per lei: il sabato (il "sabba" delle streghe?). Una storia, questa medioevale, tanto amata dal popolo che, col suo potente immaginario libero da repressione, l'ha scolpita in un capitello del delizioso duomo di Modena. Uno spunto da cui partire per riflettere sulla condizione femminile nella storia, su queste figure di grande carattere, sull'essere donne, fino ad arrivare al "figlio della notte", quel figlio che ogni donna conosce ancor prima del "figlio del giorno" e cioè quello reale e persino sul desiderio di procreare da sè che la scienza sta rendendo possibile. Con Bodei, invece, si è riflettuto insieme sulla follia, sul delirio. Il delirio come un'altra realtà che vive di altre regole (i subuniversi di James), come logica del desiderio che non distingue più quello che è possibile da quello che è impossibile. Dunque considerare la razionalità come limite imposto al desiderio che poi si sfoga nel sogno o nei romanzi, come accettazione della rinuncia dell'onnipotenza dei desideri.
Pendevamo dalle loro parole, ogni frase come un piacere intimo e intenso. Il festival della filosofia di Modena, prima ancora che un incontro culturale è un incontro affettivo. Nascono piccole discussioni spontanee per le vie di questa città che è una piccola deliziosa Bologna, la gente sente la necessità di salire sul palco a fine conferenza e chiedere, ringraziare, abbracciare. Di tutto questo mi è rimasta qualche nozione in più, ma soprattutto un'immensa passione che illumina dalla borsa rosso fuoco che ho comprato per portare i tanti libri acquistati o solo desiderati fra cui le piccole stampe del festival, davvero leggibilissime anche per neofiti della filosofia come noi e: Che cos'è la filosofia di Deleuze/Guattari; un filosofo al cinema di Curi; Perché viviamo? di Augé e per finire Aristotele e il dinosauro e cioè la corrispondenza fra Nora (11 anni) e Hösle (un filosofo).

12 settembre 2007

Sfiorando il festival della letteratura di Mantova

Sono ancora poco fra queste pagine virtuali perché ho fatto del male a me stessa firmando una proroga al contratto. Quest'anno, più ancora dell'anno scorso, ormai a due, tre settimane dalla fine, mi prende maggiormente un enorme sconforto per quello che ho visto, per quello che sto vivendo. Ma questo discorso lo farò a tempo debito, per ora tengo duro e curo le mie tante ferite, fisiche e psicologiche, da lavoro a tempo determinato in fabbrica. Inoltre ho il cuore pieno di dolore e rabbia per l'11 Settembre: quello del 1973. Per quello del 2001, invece, ho visto tanta ipocrisia e disumanità nella faccia contrita di Bush, responsabile di quelle morti.
Nel cambio di stabilimento sono riuscita a ritagliarmi un paio di giorni insperati e a fare un salto a Mantova, al festival della letteratura.
Mantova ti colpisce appena la vedi oltre il ponte: il castello, la cupola della basilica, tutto il profilo della città vecchia abbracciata dai tre laghi in cui riflessi violacei fanno contrasto col verde brillante delle ninfee. Sul lungo-laghi qualche carrozzina, ragazzi che fanno footing, tante biciclette, un piccolo bar dove persone tranquille si godono bicchieri di vino freddo chiacchierando come fosse un giorno qualsiasi, quasi non ci fosse la tipica ressa da festival.
Poi il centro storico e un mare di gente fra il marrone mattone di Palazzo Ducale e il grigio dell'acciottolato su cui una donna con alti tacchi rossi non riusciva a camminare; magliette da turisti a sporcare di colore la bianca facciata della Basilica di Sant'Andrea. Le mie gambe stanche e la mia voglia di camminare, ascoltare.
L'ingresso ottenuto quasi per miracolo al piccolo teatro Bibiena: un teatro all'italiana con una strana pianta a campana, illuminato da fioche lampade che lasciavano il tutto semibuio; chiacchiere eccitate fra affreschi solo intravisti. Le persone che tendevano il collo oltre i palchetti all'ingresso di Luca Scarlini, alle sue spalle l'immagine bambina di Radclyffe Hall: il visino già contrito. Poi la vita della scrittrice inglese omosessuale come fosse uno spettacolo, fra parole, musica, teatro, storia, la storia della violenza subita dalle donne per ottenere i loro diritti, il duro braccio di ferro fra le suffragette e il governo inglese, gli scioperi della fame, il bisogno di libertà di Radclyffe e la sua messa all'indice da parte del suo stesso popolo. Uno spettacolo per la letteratura e contro l'ipocrisia, il moralismo borghese.
"E se foste voi l'unico uomo nel paese delle suffragette, allora sì che sarebbero cazzi!"
Il sole che si nasconde dietro il profilo cittadino e sfuma i colori dei laghi, accende piccoli fanali a dinamo, insinua nella nostra coscienza che è ormai ora di tornare.
Niente autostrada, quasi a illuderci che la giornata non sia ancora finita e il Bricco dell'Uccellone a bagnare una cena in un piccolo paesino sul Taro, quasi Po, vicino Colorno, con la campagna che ci strappa nuovamente alla città e il buio che ci ricorda che domani inizia un'altra settimana di lavoro, consigliandoci di respirare le ultime ore di vita di una domenica: aria fresca oltre il torrido caldo umido di una fabbrica di pomodori.

27 agosto 2007

I miei secondi di questi giorni

Quasi nessuna novità degna di essere raccontata. Ho scattato centinaia di foto al primo compleanno di Alice, la nostra nipotina, come se il tempo volesse cancellare per sempre, secondo dopo secondo, quel suo primo, grande traguardo e io tentassi un'impossibile lotta per impedirglielo.
Ho pensato che da troppo tempo sono lontana dalla strada. Quella macinata passo dopo passo in cerca di luoghi, visi e parole. Da troppo tempo non mi fermo a leggere e a scrivere perché non ne ho il tempo, però il Tosco, l'ultimo operaio comunista, mi porta al lavoro la cioccolata biologica, le mele del suo pranzo, le magliette che indossavo in manifestazione, che puzzavano di sudore e che invece ormai odorano solo di armadio, si arrabbia ancora e ancora crede in un'idea purissima, come me; Germano pulisce per me i rubinetti della passata dove prendo i campioni da analizzare; Alice adotterà Zorba, il mio gatto adulto abbandonato; tutti vogliono leggere il mio libro; Roberta mi ha preparato una torta e mi racconta delle sue preghiere buddiste e del suo forte papà partigiano malato di tumore che in questi giorni ascolta estasiato il mio cd di canzoni di lotta; Lidia si arrabbia perché, passando, le sporco in terra, ma poi mi offre caramelline alla ciliegia e larghi sorrisi. Trema al solo vedere passare il carrellista che, la scorsa settimana, non l'ha vista e l'ha travolta, ma si sta riprendendo, la gamba le fa ancora male, ma pensa a quanto è stata fortunata e va avanti, nonostante il dolore; all'asettico mi preparano il campione un pò prima dell'orario dovuto perché sanno che vado di fretta; quando ritardo Elena mi aspetta nello spogliatoio; Beppe mi nasconde il carrello, rubato al supermercato per non dover sopportare pesi davvero proibitivi, e a volte mi ci lascia sopra una multa; il capo si arrabbia se escono i capelli dal cappello, ma mi chiede come mai in questi giorni zoppico e l'operaio anziano, lui, controlla i progressi del mio piede giorno dopo giorno; Giusti mi saluta, felice di vedermi arrivare, segno che il suo turno di dodici ore sta finendo; i contadini parcheggiano il trattore carico e vengono a scambiare poche chiacchiere e tre sorrisi. Un bacio sincero a tutti voi, stanotte, lavorando, potrò pensarvi mentre dormite. Dopo metà settembre, forse, ricomincerò anche ad arrabbiarmi di politica e, soprattutto, a scrivere della vita che incontro. Anche se l'alba riflessa sull'alluminio delle vasche, la campagna addormentata che si risveglia in odore di caffé, come pure i rumori della fabbrica di notte posseggono anch'essi la loro poesia, ho voglia di raccontarvi di fuori.

21 agosto 2007

Buio orizzonte




Avevamo un compleanno da festeggiare, il compleanno dell'uomo con cui da sei anni condivido questa casa. Non c'è posto migliore del mare di notte, di un telo nero infinito fissato al suo sostegno di cartone dalle stelle.
La sabbia fredda sotto i piedi nudi e i granelli che si nascondevano fra le dita. Una luna sporca fra le nuvole e qualche imbarcazione in lontananza, lo sguardo fino ad immaginare le coste della Spagna. Un altro mare, non quello che accarezza la Croazia, ma un mare che corre senza ostacoli attraverso tutto il mar Ligure e si fa osservare dalle coste della Francia, dove i rom una volta all'anno portano la loro santa. I jeans bagnati da una calda onda dispettosa. Profumo e sapore di pesce, odore di sale, sapore sulla pelle. Musica. Le gambe che partono da sole al ritmo leggermente ritardato dalla sabbia. La timidezza che sparisce alla prima gioia di un mese troppo lungo. I fuochi d'artificio lontani, lungo il litorale. L'universo intero ad accarezzare l'acqua ai nostri piedi, a pochi metri l'orizzonte, quasi potessimo toccarlo. I sospiri delle sdraio chiuse, abbandonate dalla ressa di poche ore prima, da turisti frettolosi innamorati solo del sole.
Non servono le parole, certe cose non si dimenticano. Auguri amore!

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10 agosto 2007

Da zero a cento in dieci... mesi.

Da zero a cento post credo di averne fatta di strada. Lo so che mi perdonerete questo post troppo personale, ma devo stemperare l'ansia da ricorrenza. Da zero a ventiquattro anni, anche, di cose ne sono successe. Ho vissuto tanti incubi e tante favole personali. Ho ricevuto un'educazione forse un pò rigida ma tanto preziosa, l'amore per la lettura, il pensiero sempre attento a quel che mi succede intorno. Traumi familiari che però, ora, mi hanno creato intorno uno stretto nucleo di ferro, una solida base su cui posso sempre contare e che posso usare da riferimento per una vita che spero sia il più movimentata possibile, alla faccia della mediocre sicurezza economica. Ho avuto una lunga esperienza politica, come la chiamo io di "politica di strada" con la sensazione di rendersi utile ma anche di sentirsi sempre minacciati, ma sempre comunque avanti a muso duro, con gli amici che resteranno gli amici di sempre. La mia relazione "fuori dai canoni" con Gabriele, tanto difficile quanto intensa e duratura. Gli studi artistici con i migliori professori che avessi potuto desiderare e che hanno aiutato a formarsi il mio modo anticonvenzionale di vedere, assaporare la vita, notare i piccoli dettagli che rendono davvero preziose le cose. I viaggi in treno con le persone che, spontaneamente, mi hanno regalato la loro fiducia, le loro storie e così il bisogno di scrivere per superare tanta malinconia, ma soprattutto per non dimenticare: tenerle tutte dentro era impossibile. L'incontro con Nicoletta, la scoperta di questa bella favola e di questa meravigliosa, seppure tremendamente sfortunata, libera etnia: le origini rom, il campo nomadi di Roma con Badya, i nostri viaggi sulla metropolitana, imparare sempre qualcosa di nuovo con loro. Il duro trasferimento a Parma reso meno traumatico dalle poche preziose amicizie spuntate intorno a questa piccola casa condivisa a tre con la piccola Pablita che è venuta a stare da noi un giorno prima di noi stessi. Gli amici virtuali, quelli per sms. Troppe malattie senza speranza, troppi traumi violenti, piccoli problemi fisici che recano grandi disturbi psicologici, ma mai da sola. Sono felice, a volte mi capita di pensare che non sto combinando niente, ma mi rendo poi conto di valutare la vita col solito metro, quello che ci vuole tutti produttivi e al loro posto. Ma se mi fermo un attimo e vedo le cose con maggiore profondità o sensibilità, non posso non essere felice.
Per una volta mi faccio gli auguri da sola! E altri cento di questi post? Chissà!

06 agosto 2007

Sergej Krylov, recital per violino solo.

Anche se non sono cose che si dimenticano con facilità voglio raccontarvi il mio incontro serale con la Musica.
Sabato sera mi chiamano mentre stavo facendo la danza della pioggia - sperando nel fango che blocca le macchine che raccolgono pomodori - dicendomi che la carenza di materia prima li ha obbligati a fermare lo stabilimento per un paio di giorni proprio in coincidenza con il week-end (che sfiga eh!). Non mi contengo e, dopo avergli urlato la mia felicità nella cornetta, corro in edicola e, con Gabriele, comincio a spulciare tutte le iniziative della provincia.
Sergej Krylov, uno dei maggiori violinisti del mondo, si esibisce nella splendida corte del castello di Torrechiara. Il programma: sonata n. 1 in Sol Minore di Bach; Sonata n. 3 "Ballade" in Re Minore di Ysaÿe; 12 Capricci per violino solo dall'Op. 1 di Paganini.

Arrivati nel borghetto sotto il castello, dopo esserci goduti un cucciolo vivacissimo che da solo è bastato a farmi provare un'immensa felicità, abbiamo mangiato sotto i portici della piazzetta centrale. Sulla parete erano ancora esposti i vecchi cartelli della drogheria chiusa da anni e una vite dai chicchi piccoli e gentili ricopriva completamente le mura. Dopo aver assaggiato deliziose tagliatelle spalla e carciofi e una punta che si scioglieva in bocca, ho rovesciato il limoncello sulla tovaglia. Un intenso profumo di limone si è levato riempiendomi le narici già inebriate da un paio di bicchieri di rosso fermo, dolce e fruttato.
Ci siamo arrampicati per il ripido borgo e ci siamo seduti al centro della corte. La luce illuminava le guglie della torre contro un cielo buio, quasi senza stelle. Le arcate delle finestre servivano da cornice a dei meravigliosi affreschi illuminati dall'interno. Tutto era volume, anche la solidità in acciaio della struttura del palco contro il muro grezzo.
Un pipistrello cercava di scappare dal cortile, dalla folla che si riversava composta sulle file di sedie in plastica, ma veniva confuso dal suo radar, che lo faceva credere bloccato dalle pareti, mentre sopra di lui c'era il cielo aperto.
L'artista russo è entrato e subito si è fatto silenzio. Lo vedevamo, raccolto, concentrarsi. Unico rumore quello di sporadici passaggi d'aerei. Io mi sono concentrata a mia volta sulla sua immagine e sul vento che accarezzava i miei piedi nudi, su un capello che mi solleticava la guancia e che non osavo spostare, per paura di turbare l'artista anche solo con un mio piccolo movimento. La sua figura era nera, il vento - che mi faceva sentire la consolazione della lana sulle mie spalle e il calore dei corpi vicini al mio - gli scuoteva i bordi inferiori della giacca. Il violino opaco e il suo braccio diventavano a poco a poco una cosa sola. L'archetto rifletteva, grazie alla luce, i suoi movimenti. L'incredibile colore opaco del legno faceva contrasto col rosa delicato delle sue mani.
Ha cominciato piano a suonare e io ho sentito la musica entrarmi nel corpo, fra mille vibrazioni, attraverso i fianchi. Alcune note le scuoteva via, nervoso, con una spallata, col gomito, prosecuzione del suo strumento, altre le accompagnava piano a morire di una morte lenta e momentanea, le soffocava e le riprendeva solo in seguito come fossero piccole fenici. Il tutto in un ballo frenetico e allo stesso tempo perfettamente melodioso. Non riuscivo a staccare gli occhi dalle sue dita veloci, il pensiero mi andava ad una donna al telaio, che tesseva fili spessi di materiale pesante. Mi scordavo e mi ricordavo di respirare.
Andante.
Veloce.
Agitato.
Uno scroscio di applausi e finalmente, appena accennato, il suo sorriso. Il suo sollievo e forse anche la gioia di ritrovarsi, per una volta, davanti ad una platea di persone qualunque che forse non hanno saputo apprezzare tutte le sfumature della sua incredibile arte, ma che si sono goduti appieno la sua musica, a riempire un posto tanto bello.
Di una serata incredibile come quella resta solo un tratto svolazzante d'inchiostro nero su un taccuino e la consapevolezza di aver vissuto quella giornata per qualcosa.

03 agosto 2007

Tre fortissime emozioni

La fabbrica ti mangia le energie, il tempo libero, la possibilità di coltivare le amicizie. Seppure per soli due mesi, sento che il lavoro mi sta togliendo molto, invece di dare.
Ne sono successe di cose questi giorni e avrei voluto scriverle, condividerle con voi. Lo faccio adesso in queste 24 ore di libertà, unico nostro giorno settimanale di festa, a cui andrebbero sottratte le ore di sonno in cui ormai sogno solo catene di pomodori.
Innanzitutto le lacrime. Le lacrime in ricordo della strage del 2 Agosto a Bologna. D'inverno passo quasi tutti i giorni alla stazione e, ogni giorno, mi fermo un minuto davanti a quello squarcio. Un'occhiata d'insieme, seppure partecipe, che non regge all'emozione provata durante la lettura delle testimonianze dei superstiti.
Poi un altro tipo di lacrime. Quel tipo di pianto doloroso e riconoscente. Prima Bergman e poi Antonioni. Il cinema migliore, quello più umano. Le mie due passioni travolte dal lutto. Il cinema scandinavo, la mia tesi di laurea, e il miglior cinema italiano, mai ripetuto. Trovarsi davanti alla televisione attoniti e accorgersi che quel misto di sorpresa e paura si trasforma in un'immensa tristezza e un senso di perdita incolmabili. Rendersi conto, all'improvviso, di star piangendo per due persone mai incontrate, ma per niente sconosciute.
In particolare, oltre alle immagini più famose, mi sono rimasti nel cuore i paesaggi dell'anima, le panoramiche sull'isola di Farö a indagare i sentimenti dei personaggi poi riflessi sui visi tormentati da segni indelebili. L'uomo e la natura stretti in un'unica grande crisi esistenziale, un'unica grande domanda. Il primo piano come solo il cinema (e Dreyer con Bergman) può rivelarlo. Gli oggetti (metafisici) dell'infanzia del protagonista del posto delle fragole, interpretato da un altro grandissimo regista svedese: Sjöström. La predica alla chiesa vuota.
E poi di Antonioni la partita a tennis senza palla; il fiore nella crepa del muro; la panoramica ad accarezzare la facciata dell'albergo fino a scoprire il viso che emerge dall'ombra nell'ultimo episodio di Al di là delle nuvole. Immagini che mi hanno saputo far crescere più di qualsiasi parola, senza bisogno di dialogo.
Ho immaginato Bergman spegnersi nella sua terra e ho desiderato che Antonioni avesse vissuto i suoi ultimi anni in maniera diversa. Il sentimento di gratitudine che ho per questi due uomini immensi non si può scrivere.
Infine, ma non per ultimo, il riconoscimento che i miei paesani mi hanno assegnato. Una serata perfetta organizzata dall'associazione culturale La Guglia, associazione che ha saputo meritarsi persino la medaglia d'argento del presidente della repubblica. I miei compaesani, in occasione della premiazione della bellissima rassegna nazionale di teatro dialettale che organizzano ogni anno, con risultati altissimi, hanno ritenuto di assegnarmi il premio "un aguglianese per la cultura" per i premi conseguiti in vari concorsi letterari nazionali. Io non so come ringraziarli di tanta fiducia in potenza. Sono salita sul palco scossa dalla commozione e la mia voce ha tremato per tutto il tempo in cui ho cercato di tenere un piccolissimo discorso. Loro mi hanno sostenuta per tutta la sera, mi hanno fatto sentire il loro affetto oltre alla loro stima e non smetterò mai di ringraziarli (e di volergli bene). Forse non si rendono nemmeno conto del tutto di quanto è importante questo per me, di quanto mi aiuterà nei tentativi a venire. Ho già tirato fuori dal cassetto dei lavori pronti e mai spediti sull'onda di questa importantissima fiducia. Solo con una forte amicizia intorno si può credere ad un sogno tanto difficile.
Distrutta da tutte queste immense emozioni faccio un altro passo avanti, il più lungo che le mie gambe abbastanza lunghe riescono a fare.


La notizia sul web

Grazie.

27 luglio 2007

Giorno di riposo

Ho appena terminato di leggere Opinioni di un clown di Heinrich Böll. Si tratta della storia intima di un ottimo clown sull'orlo del fallimento a causa della perdita dell'unica donna della sua vita: Maria. Il tutto collocato nel periodo della Germania post-nazista di cui Hans ricorda con terribile esattezza soprattutto le "piccole" tragedie che - seppur inserito in una società di convertiti - non è disposto a perdonare. Una riflessione, ironica, circondata da un alone di malinconia che solo un clown possiede, sulla falsa morale della religione (si scopre più cattolico dei cattolici questo personaggio sempre contro le regole della fede), sui rapporti umani, sulla società, sull'arte e sugli artisti... Con un finale estremamente poetico.
Ve lo consiglio spassionatamente, ho già provveduto a inserirlo nella lista dei miei libri preferiti. Fra l'altro mi ha fatto vagare la mente (oltre a quel capolavoro che è Luci della città) fino ad uno spettacolo dolcissimo che ho visto un paio d'anni fa: lo Slava's snow show. Se tornano in Italia, andateci, credo che il biglietto di quello spettacolo sia stata la cosa più bella che io abbia mai regalato.
Vista la necessità di avere a portata di mano un'altra storia da godere, ieri sera, sapendo che oggi avrei avuto il mio giorno settimanale di riposo, ho deciso di andare in città visto che la libreria di fianco al duomo tiene aperto fino a mezzanotte. C'era il teatro all'aperto, un balletto, e le coppiette, in punta di piedi, si tenevano per mano e sbirciavano oltre la rete a protezione dello spettacolo a pagamento, altri più semplicemente sedevano sul monumento a Verdi ascoltando la musica che nessuna barriera fisica può impedire di godere; l'erba era appena stata annaffiata e, camminando, l'acqua accarezzava i piedi; sulla grande fontana migliaia di riflessi, le chiese illuminate, il partigiano trionfante impettito e quello morente ai suoi piedi, la piazza col duomo e il battistero. Nonostante il mio rapporto di amore ed odio con queste mura, con questa gente, con questo clima (nonostante il caldo), Parma non mi è mai sembrata così bella. Dopo una buona mezz'ora di estasi davanti al settore "letteratura russa e paesi dell'est" ho scelto Medea di Ljudmila Ulickaja. Poche righe e mi ha già conquistata questa saga di famiglia, proiettata in vari tempi e in vari spazi (Grecia, Uzbekistan, Lituania, Italia, Haiti, Corea, Mar Nero), questa storia di un'anziana donna, sempre in lutto, e della sua casa di quattro stanze in Crimea che si riempie di trenta nipoti e attorno alla quale ruota tutta la vicenda. Una scrittura asciutta che indaga l'animo umano.
Uno sguardo veloce al settore "letteratura italiana" ha fatto si che accompagnassi l'acquisto con Case, amori, universi di Fosco Maraini, una figura davvero stravagante e altrettanto interessante del nostro panorama culturale, una varietà che si può riassumere nei tanti titoli che si potrebbero attribuirgli: viaggiatore, ribelle, scrittore, etnologo, orientalista, alpinista, padre...
Per il resto un polipo che bolle in pentola, odore di pesce, riposo e il pensiero che domani si torna a lavorare, ma stavolta in laboratorio. Si corre ancora di più, se possibile, ma niente vapore, passata bollente e macchine infernali. Non ho neppure un minuto, ma organizzo il giro dei prelievi di campioni in modo da passare a controllare se la ragazza che si trova al posto mio ce la fa, se gli ho spiegato bene e lei mi ringrazia con un'amicizia che forse non andrà oltre la stagione, ma che rende tanto umano quell'ambiente atroce; ad ogni sorriso scambiato qualche energia in più per terminare la giornata.

23 luglio 2007

Decine, centinaia, migliaia, milioni di Tappi.

Come ogni estate comincia l'incubo dei pomodori. Comincia domani.
Immaginatemi - con la mia vestaglia a scacchi bianchi e rossi, pesante come non mai, che copre dalle mani alle ginocchia - correre su e giù per una scala cercando di essere più veloce della macchina a mettere tappi alle latte di passata bollente che ti schizza sulle braccia e sulle gambe. E, nel frattempo, immaginatemi pulire quintali di pomodoro che cadono a terra, prendere temperatura e peso di una scatoletta ogni quarto d'ora, stare attaccata ad una macchina che spruzza vapore, in un ambiente che fa minimo cinquanta gradi:

Degna del miglior Chaplin di Tempi moderni dovrò:

1) Correre su delle scalette di ferro a mettere una fila di tappi (strappare la plastichina con le unghie o con i denti).
2) Girare il rubinetto dell'acqua per pulire.
3) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
4) Prendere in mano la calza e dare una prima sciacquata velocissima.
5) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
6) Dare una seconda sciacquata in terra accompagnando il pomodoro verso la fogna.
7) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
8) Passare il sapone per terra.
9) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
10) Sciacquare.
11) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
12) Chiudere l'acqua.
13) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
14) Prendere una scatoletta bollente dal nastro.
15) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
15) Aprire la scatoletta bollente cercando di non ustionarsi con la passata e inserici il termometro.
16) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
17) Segnare peso e temperatura.
18) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
19) Versare il contenuto del barattolo bollente nel secchio e correre a svuotarlo.
20) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
21) Andare a raccogliere le scatolette bollenti che sono scappate dal nastro.
22) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
23) Rimettere le scatolette bollenti ad una ad una sul nastro.
24) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
25) Portare via plastica e carta in un posto improbabile.
26) Correre a mettere un'altra fila di tappi
27) Sostituire il bancale di tappi.
28) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
27) Girare il rubinetto dell'acqua per pulire...

E i signori politici "fanno la mossa" e allungano l'età pensionabile di due anni, praticamente conservando lo scalone. Non si può morire di lavoro, non si può vivere per lavorare. (E io scema ho dato lo 0,85% del mio stipendio alla FLAI!!!)
Sopravviverò e cercherò di farmi viva ogni volta che mi sarà possibile. Per due mesi è quasi sopportabile (si perdono cinque o sei chili di peso, ci si ustiona, si lascia in fabbrica un pò di udito e infine si hanno ematomi un pò ovunque [l'anno scorso ci ho anche lasciato mezzo dente]), immaginate la condizione di salute di chi è costretto a farlo per tutta la vita.
La prossima volta che andate a comprare la passata al supermercato, fate un pensiero per quei poveri cristi che hanno sudato come i pazzi per permettere a quella comodissima scatola di arrivare fino alla scansia a portata delle vostre mani.