Golosi siamo a Ferrara per l'apertura della mostra "Mirò: la terra (visitabile fino al 25 Maggio). Ci immergiamo in un vitale mondo rurale fin dalle prime tele dell'artista catalano che ci accompagna in un viaggio per tappe: da una parte lo sviluppo della sua pittura, attraverso il surrealismo e la guerra, dall'altra un viaggio contrastato dalla nascita, alla sessualità, verso l'anzianità e quindi la morte raffigurata in decomposte teste di toro e mostri a spaventare stormi di uccelli. Osserviamo la realtà cedere il passo a una fantasia energica e affollata, il pennello andare a intaccare materiali poveri di spessore sempre maggiore, il corpo rappresentato farsi corpo agito in immensi affreschi e tele. Immaginiamo l'artista ormai anziano muoversi in mondi di colore a cercare di frenare l'avanzata incontrastabile del nero sui suoi blu stella, schizzare la tela superando la rigidità cadaverica di un mondo fantastico ma pur sempre regolato, allungare il braccio a cercare ancora di violentare la tela con un'azione energica. Tutto quello che rubiamo con lo sguardo ci ricorda intimamente la materia, quadri a far germogliare semi di idee, sperma di idee a fecondare il ventre di una donna. Terra madre. Terra contadina.
Per scaldarci in questa autentica giornata d'inverno un orologio di formaggi e un assolo di caffè.
Ferrara, splendida, apre il cielo grigio al sole e il duomo nudo si veste di luce, sovrastato d'azzurro. Senza fretta ci lasciamo proteggere il passo dai portici delle vie del centro ricamate da musiche d'anteguerra suonate con un vecchio giradischi da un uomo anziano, che ci sorride la sua graffiata musica senza denti. Come insetti sfuggiamo il sole e c'infiliamo in via degli archi. Scopriamo la vanità di un castello medievale che si maschera da palazzo rinascimentale, ornandosi di balconcini e segreti giardini da cui gli estensi potessero spiare la vita di strada.
E, come se ci si potesse arrampicare sulla vetta ultima della felicità, come se il caso giocasse a scacchi col nostro destino, per le vie di Ferrara ritrovo Agugliano intero (gita di marchigiani in terre romagnole). Incredula comincio a vedere visi familiari e fioriscono progetti già seminati, storie, abbracci, condivisione. Sotto il minaccioso braccio del Savonarola mi sento parte di una famiglia e sento un pò della mia terra, nel calore della mia gente, accompagnarmi verso un sole che, confine ottico, sparisce nel cielo senza accarezzare la pianura, come se fosse ansioso di cedere spazio alla luna, al domani che, oggi, vorrei non fosse.
Pochi scatti a rubare tempo all'emozione
*Scorcio del castello: foto di Gabriele
18 febbraio 2008
Invito a Ferrara
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15 febbraio 2008
Non mi stanco di condividerla
Vi prego, voglio cantarla (di nuovo) insieme a voi. E battiamo, con forza, con rabbia, con nuova speranza le mani sul tavolo. E, solo per stavolta, un pensiero talmente dolce, talmente dolce... per una madre che, da madre, non ha avuto la forza di crescere il nuovo raccolto: Genoveffa Cocconi.
Non aggiungo altro per non rischiare che anche le parole scritte comincino a tremare d'emozione.
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09 febbraio 2008
Maratona laica
Lasciata Oblomovka sono tornata a correre. Ad alzarmi presto per andare incontro all'aria vergine di polmoni della prima mattina. A osservare dispersi ciuffi di lana come bandiere di resa oltre il filo spinato a materializzare un confine fra il luccichio dell'erba ingioiellata. Ho visto la stessa erba svestire l'abito da sera e arrendersi al sole. Per poter vincere sulla fatica nelle orecchie mi accompagnavano da Ivan Della Mea O cara moglie, prima ho sbagliato, dì a mio figlio che venga a sentire, ché ha da capire che cosa vuol dire lottare per la libertà ai Sex Pistols God save the queen her fascist regime it made you a moron a potential H bomb! God save the queen she ain't no human being there is no future in England's dreaming fino a Paolini e i mercanti di liquore Nella nebbia dell'alba si nascosero i cani, e chiusero gli occhi per non vedersi le mani. Negli occhi dei sette Cervi l'aurora si specchiò, dagli occhi fucilati il sole si levò. Sentivo concretamente i muscoli tendersi nello sforzo, conquistare un qualcosa d'indefinito passo dopo passo e mi accorgevo, centimetro su centimetro, dei confini interni del mio corpo. Mi chiedevo come avrei potuto abbandonare io quel piccolo sforzo, mentre le note che m'invadevano, che mi scuotevano erano un corteo di rabbia e dolore, un invito alla lotta. Così ho corso. Con l'idea di avanzare ad ogni passo. Di rifiutarmi di retrocedere tirata indietro da forze reazionarie e rabbiose. E correvo come se avanti a me ci fosse qualcuno a passarmi un testimone. Un testimone troppo importante per lasciarlo cadere.
Va bene un pò di sconforto nel vedere che in questo periodo l'elastico torna inesorabilmente indietro, ma non arrendiamoci, continuiamo a tirare, non c'è limite di rottura per quanto riguarda diritti, libertà, cultura, generosità.
Io ri-comincio una nuova, forte, stagione contro a partire da questo.
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04 febbraio 2008
Il Teatro Olimpico di Vicenza: Il miracolo del Palladio

Percorriamo quattrocentocinquanta chilometri solo per lui, un gioiello delicatissimo di legna, mattone, gesso e stucco incastonato in una città del Nord, bella quanto fredda. Un gioiello immaginato nella testa barbuta del Palladio tesa verso la magnificenza degli antichi, tutta concentrata sullo studio di Vitruvio, fra le lunghe vesti con cui il suo corpo di marmo si ripara, ancor oggi, mentre un piccione inconsapevole gli si appoggia sulla spalla. Palladio che non ha neppure potuto godere della bellezza che aveva creato perché rapito dalla morte. Ma Edipo Re aveva bisogno di una degna scenografia, che venne realizzata ad opera di Scamozzi, in una prospettiva cittadina che taglia il fiato, ancora intatta, sopravvissuta allo scempio della guerra, pazzia che non è stata altrettanto clemente col suo fratello maggiore (solo per dimensioni), il Farnese. Il proscenio, bianchissimo, al limitare di questa lignea Tebe immortale, a far scorgere o nascondere prospettive diverse a seconda della posizione dell'osservatore, centro del mondo. Tutto il portico ornato di nicchie e statue che rappresentano chissà quali eroi antichi. Un cielo ricamato da nuvolette grasse e gentili a proteggerci la testa.
Ci siamo seduti sulla delicata cavea immaginando chi, e come, nel cinquecento, l'aveva popolata, se anche il suo cuore si fosse fermato per tutto il tempo della propria permanenza in quell'angolo d'infinito, ci sembrava di disturbare la bellezza e la contemplazione ammirata degli altri visitatori persino con il modesto click della macchina fotografica. Il nostro silenzio concentrato si appoggiava sulla corona di statue come polvere. La scarsa luce che filtrava dalle uniche finestre in alto, aiutata da scenografiche lampade, ci drogava di sensazioni.
Neanche il panorama dal monte Berico contornato dalle dolomiti innevate - dopo una veloce visita stitica al museo del risorgimento e della resistenza, trionfo di feticissimi cadaveri di ferraglia, più che avara memoria ritrovata superstite solo in alcuni vecchi scatti delle due guerre - ha potuto più meravigliarci. Neanche il centro storico con splendidi palazzi rinascimentali, abbracciato dal fiume. I nostri occhi erano sazi, il rumore della pioggia sul parabrezza, dolce melodia soporifera, chiamava a gran voce solo voglia di casa, odore di zuppa e ricordi.

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31 gennaio 2008
Ho svestito la notte

Finiti gli arresti domiciliari torno ad avere cielo sopra la testa.
Si sa, gli studenti dormono a lungo, la scusa di dover riposare molte ore per riuscire a studiare tutto il giorno è sempre buona. Ieri mi sono alzata alle cinque - in realtà mi capita quando sono di guardia in edicola e porto i giornali di cassetta in cassetta, postino notturno - e mi sono buttata contro un muro di nero, contro l'umido buio della notte. Spiragli di vita oltre finestre che si accendono, profumo di cappuccino ad evadere da un bar ancora chiuso, serranda a metà. In stazione poche persone ferme sotto pozzanghere di luce, lo sguardo ad accarezzare i binari lucidi su, su con l'immaginazione verso la montagna e poi lungo il solito viaggio fino alla città addormentata, senza mai staccare lo sguardo dal gelido ferro animato da vibrazioni via via sempre più forti. Ho violentato il silenzio col rumore metallico delle monetine d'oro a schiantarsi nella pancia della macchinetta automatica, una donna di colore, con la borsa delle pulizie, si è voltata a guardarmi, le ho sorriso.
Il mio sguardo preoccupato si è fissato su un enorme lampione stradale, sole artificiale.
Bologna, materna, mi ha accolto spingendomi in mezzo ad un grasso corpo di folla che defluiva dalla stazione, mentre i negozi a poco a poco si aprivano e i commessi laureati lustravano vetrine cariche di voraci oggetti in saldo. Il mio dipartimento, a piedi, è un pò lontano, ho avuto tutto il tempo di nutrirmi di nozioni e tensione, di spiare donne scomode fermarsi a desiderare viaggi di carta prima di morire in ufficio e d'infilarmi in chiostri estranei a godere degli organi vivi di questa città da intellettuali, cantanti (intellettuali-cantanti) e buongustai. Di osservare i primi studenti assonnati trascinare il peso delle nozioni lungo corridoi sporchi di cultura.
Il terrore dell'esame, appena in aula è rimbombato il mio nome a schiaffeggiare le pareti bianchissime sopra le quali domina un meraviglioso affresco, si è sciolto nel piacere di raccontare e tutto è andato bene, anche stavolta.
Stamattina tolgo strati di piacevole fatica dalla pelle e dai pavimenti. Sgravido la mente dal racconto che la gonfia, scalcia e spinge. Nutro il mio parto di cibi unti e grassi.
La tesina sarà pubblicata online, cosa che mi ha riempito di gioia più delle due cifre del voto, metto il link appena disponibile e nel frattempo continuo a sognare di morire di fame facendo ricerca e scrivendo, mentre i progetti si moltiplicano e il tempo, a poco a poco, sparisce. Ma, domenica, vado a soddisfare i miei occhi golosi a Vicenza: dopo il Farnese di Parma e il Teatro all'Antica di Sabbioneta finalmente mi posso godere l'Olimpico di Vicenza, meravigliosa famiglia. Intanto leggo (e vivo) Oblomov.
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25 gennaio 2008
Riempirsi gli occhi di acqua: da Castellaro Lagusello a Borghetto
Proviamo a stemperare il dolore (ma non la giusta rabbia!) del post sotto a questo e recuperare alcune sensazioni già fin troppo evanescenti...
La luce del sole può rendere bella anche la pianura, corpo anoressico di donna, in luci e colori che solo l'inverno, acquerellate dalla nebbia. E si può capitare in un paese dove alla mattina ci si sveglia e si lasciano cadere i pensieri nel fiume, appena sotto la finestra, quegli stessi pensieri che animano il mare, altrimenti piatto, di onde. Tempesta di fantasia. Lasciare che un cane ti accompagni per borghi e si rattristi della tua partenza, cercando di conservare fra i denti un tuo guanto, guardarlo morire dalla voglia di mangiare vita e bere, per impazienza, da pozzanghere cupe. Galline e santi incastrati nelle mura, pizzi imprigionati nelle tende, alle finestre.
Scatti
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E' proprio il caso di dire: Buon anno!
Ieri sera mi dolevo. Poi mi sono chiesta per cosa mi stessi dolendo e ho capito che lo spettacolo televisivo di cavalieri redivivi e prodi coraggiosi era riuscito ad annebbiarmi non solo la vista, ma pure il cuore. Ho spento la televisione e mi sono guardata intorno e sapete cosa ho visto? Ho visto i precari, ho visto l'università massacrata dalla riforma Moratti, ho visto la ricerca e l'aborto in pericolo, ho visto le leggi di Berlusconi godere di piena salute e brindare a lunga vita, ho visto la Bossi-Fini ancora in vigore, ho visto le lotte ai lavavetri e ai rumeni cattivi, ho visto gli sgomberi ai campi nomadi, ho visto le truppe in Afganistan, ho visto persone morire di lavoro e la classe operaia perdere la solidarietà (ho raccontato piccole storie ignobili), ho visto la mafia in politica, ho visto il centrosinistra massacrarsi da solo con la creazione del PD e cadere pur senza un briciolo di opposizione degna di chiamarsi tale che da mesi abbaia solo alla fine del governo senza proporre nulla, ho sentito scandalosi servizi giornalistici, ho visto una sinistra radicale non chiedere nulla, tacere e tenere su. E allora ho capito che non mi stavo dolendo per la caduta del governo, come credevo, ma per quelle scelte coraggiose e indispensabili che non si sono prese e che in Italia non si prenderanno mai. Ricordo, come al solito andai a votare (e convinsi ad andare a votare) contro me stessa (e la mozione del mio partito che i paletti non li aveva ottenuti), già delusa non solo dalla coalizione, facile essere delusi per questo, ma anche dal mio partito suicida, da quello che, si sapeva, non avrebbe chiesto e quello che la base, invece, voleva. Cominciò abbastanza bene col ritiro dall'Iraq, finì come tutti sapevamo che sarebbe finito.
Lasciatemi spendere altre due righe per quei ragazzi di Genova (noi trecentomila ormai volenti o nolenti siamo e saremo per tutta la vita i reduci di quella follia, come i sopravvissuti di Reggio Emilia e Carlo, invece, con i morti) che si faranno la galera per cospirazione politica! Associazione sovversiva! Attentato allo Stato!!! Se si potesse fare una lista delle porcate di questi ultimi anni questa sarebbe la più grossa. Ce li lasciamo andare in galera questi capri espiatori? Non c'è attacco più grave di una lesione profonda ai diritti civili che viene da stato, forze di polizia e magistratura insieme.
E pensare che ieri passeggiavo contenta per le vie di Bologna, con la mia ricamata pergamena di laurea in braccio, a cullare uno sforzo di anni con cui potrei fare coriandoli (per non dire carta igienica), felice per aver passato un altro esame di questo corso di studi che non finisce più, che sfinisce nella ripetizione ossessiva di corsi, tesi, tesine, tirocini, laboratori, crediti e debiti, che mi ha tenuta lontana dalla politica, cosa che neanche le botte e le denunce...
Cosa serve al paese si è visto con la manifestazione di Ottobre, è la spinta centrista e vaticana (scusate la ripetizione) che non permette le riforme sociali, l'avanzamento culturale ed economico del paese. È così che i DS diventano PD e rifondazione diventa DS. E io non sono né pidiina né tantomeno DS.
E mi hanno criticato tante volte per essere "idealista" che poi chissà che vuole dire... piena di contenuti invece che di lotte di potere e poltrone? Comunista? Perché, che altro rimane da essere, politicamente, in questo paese?
Amen, che altro si potrebbe dire in Italia?
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22 gennaio 2008
Allenarsi a morire, allenarsi a vivere. Diceria dell'untore di Gesualdo Bufalino
"Certo, fossi stato sicuro di non lasciarmi dietro a ogni passo le mie lumacature e polluzioni d'untore, non sarei rimasto a covare nel pagliericcio la febbre come una cimice, ma sarei sceso a consumarmi fra la gente, in fretta, ero troppo vigliacco per morire a rate. Questo nei primi mesi, poi alla esistenza smozzicata degli altri finii con l'assuefarmi, e dal loro consorzio non volli più disertare. Con essi ho spartito, all'ombra della stessa bandiera gialla, ogni elemosina dell'ora, tutti gli inganni e i disinganni delle loro carriere, benché non la fine repentina che le concluse. Ma se di tanti io solo, premio o pena che sia, sono scampato e respiro ancora, è maggiore il rimorso che non il sollievo, d'avere tradito a loro insaputa il silenzioso patto di non sopravviverci."
Per la seconda volta ho potuto amare queste pagine. Tastarle con gli occhi. Godere di un gioco di parole a creare una perfetta sinfonia di significato. In una terra che è il nucleo denso della bellezza del mondo - la Sicilia - un untore conserva in un sanatorio le sue polluzioni mortali fra la vergogna di morire e quella di sopravvivere, scartati dal mondo e da Caronte. Oltre uno stile ineguagliabile - poche storie potrebbero tenere con fatica il passo della diceria - un significato che penetra la carne e arriva a sondare la più intima delle interiorità umane; riflessioni filosofiche meditate come piaghe da decubito e espulse come tosse, scaturite dall'attesa della morte. Sapori antichi a mischiarsi con scale mobili, milioni di germi di storie in un'opera densa.
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18 gennaio 2008
WebCinema
Questo post vuole essere, quasi esclusivamente, una raccolta di link che voglio condividere con voi.
WebCinema è anzitutto narrare, nell'accezione più ampia del termine. Vive della fusione fra il cinema tradizionale, la videoarte e le caratteristiche (interattività, immersività, automazione, modularità...) proprie di internet. Manovich lo identifica come un new media object e, come un luogo appena scoperto, vive delle sperimentazioni di artisti-esploratori che, nel raccontare, si fanno aiutare dagli utenti (non più solo spettatori) e dall'alto grado di isomorfismo. Insomma, se Dario Fo fosse nato una cinquantina di anni più tardi, invece di testare le proprie capacità di contastorie nel suo appennino, forse avrebbe scelto come palcoscenico delle sue sperimentazioni il vostro desktop.
Vi chiedo di dedicare a voi stessi pochi minuti, andare in apnea dalla fretta della vita contemporanea, e concedervi una passeggiata in questi mondi sintetici.
Doverosa la citazione del libro: WebCinema. L'immagine cibernetica di Luca Barbeni, da cui ho tratto il percorso che vado a proporvi
Per primi i lavori di Peter Horvath, un artista canadese che, grazie alle pop-up windows (esattamente quelle che firefox disabilita automaticamente e che quindi dovete attivare per il sito in questione), costruisce un racconto fra il sogno, la questione dell'identità personale, la memoria. Sovrapponendo, intrecciando finestre e immagini provenienti dai libri, da riprese autobiografiche, dall'infinito archivio della rete, propone opere (non interattive in questo caso) altamente suggestive, fatte di penombre, d'invito alla riflessione, di uno sguardo rivolto verso l'anima, l'essere.
A seguire The Tulse Luper journey la creatura di quell'artista multiforme che è Peter Greenaway, o meglio il solo gioco on-line di un progetto che si è sviluppato fra teatro, libri, installazioni, dvd, serie tv ecc. e prodotto dalla Submarine Channel. Una storia interattiva che svela frammenti di video solo una volta superati novantadue giochi che aprono altrettante valigie e svelano a poco a poco la vita di Tulse Luper attraverso il XX secolo. Integrata una piattaforma che permette agli utenti di scambiarsi informazioni.
Se volete esplorare un'isola virtuale, invece, provate Island.8081 di fabbricazione tutta italiana, perdetevi nel bosco, rilassatevi nella valle, lasciate che un pesce vi spieghi lo spirito dell'ambiente, catturate le sensazioni e gli stati d'animo che il gruppo 8081 vi propone.
Oppure perdetevi fra le centinaia di microvideo randomici, l'intera rappresentazione della cultura enciclopedica del web a "casa" di Philip Wood 
In ritardo sul tempo si può scoprire anche cosa è stato un incredibile progetto ora chiuso chiamato wirefire, progetto che prevedeva performing dirette di una coppia di artisti (entropy8zuper), belga lui, americana lei, tramite uno specifico programma che trasmetteva immagini e suoni scelti sul momento e permetteva contatto diretto con gli spettatori tramite web cam. Dal link che ho inserito si possono raggiungere molti altri lavori interessanti della coppia fra cui il "videogioco d'autore" The Endless Forest per non lasciare l'immaginario dei bambini solo nelle mani del commercio.
Concludo con un esempio di videoblog sentimentalmente antropologico e dall'interessantissima struttura: Il videoblog della Notte della taranta a difesa della tradizione, del locale. Consiglio in modo particolare il microvideo sul pane.
Buona stimolazione sensoriale...
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13 gennaio 2008
Utopia di luce perfetta a Bastia

Ci sono giorni di luce perfetta in cui le Alpi Apuane da una parte e l'appennino emiliano dall'altra ti pizzicano i fianchi con le cime innevate e t'invitano a saziarti di vita al punto da non aver più voglia di mangiare. Dimentichi le silhouette di fantasmi di cose, oltre un muro di nebbia buono solo per i ricordi, ricordi di dita d'anziana avare di sensibilità a raccogliere faticosamente l'ultimo pezzo di verdura gelata dallo strofinaccio un pò logoro, frusciando di un rumore gentile e morbido, consapevole che se la memoria avesse un suono sarebbe quello, e accogli immagini nuove e talmente nitide da pungere gli occhi. Aculei di luce al peperoncino. Il giro di boa delle mie prime 10.000 foto - il cui zero scattato da una carissima amica lontana il giorno della mia laurea - me lo regala Bastia, trecento metri sopra il mondo. Un cumulo di case tutte vicine alle pareti possenti del piccolo castello a scaldarsi dal gelo dell'inverno che spezza il cielo in frantumi di nuvole. Ipotesi di mare oltre alberi secchi rifugio di partigiani. Sfioriamo terrazze di ulivi carichi di anni, curve dalla traiettoria impossibile, visi diffidenti intravisti oltre finestre che imprigionano immagini, per permettere al nostro sguardo goloso di scendere fino a valle, accarezzando la terra umida e fertile, ripido capriccio di passi senza padrone. Alberghi scrostati in un temerario tentativo di turismo impossibile, ruggine e muschio. Cadaveri di ricci di castagne fra le ruote di un vecchio trattore suicida. Una donna che porta del fieno al suo cavallo grasso mentre un uomo dai calzoni usurati riattizza il camino e ci spiega come preparare focacce nel testo indifferente al fatto che il suo cane attende ansioso un cenno della mano fra il pelo ispido, impolverato. Camminano insieme, lasciandoci memoria dei loro passi, invitando le migliaia di muscoli del nostro viso a tendersi in una smorfia di sorriso.
Respirare vita pulita a domeniche alterne.
Link alla consigliatissima Locanda del Grillo, vicino Aulla (qui) e prigione per raggi di sole (qui)
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Comunicare mondi piccoli e costruire il mondo a più mani
Di nuovo in piena fase da studi sulla comunicazione di massa mi ritrovo, per l'ennesima volta, a discutere con McLuhan, come se lui avesse voglia di discuterne con me, di forma sopra il contenuto e mezzo come messaggio.
Ma, da un anno a questa parte, lo faccio come una che si è presa la briga di fare comunicazione di massa e trasformare quello che erano annotazioni assolutamente private fra sicurezza d'inchiostro, in annotazioni pubbliche in incertezza di memoria di bit. E, davvero, ho dovuto dare ragione al buon vecchio esperto, non per nulla. Noi blogghisti, in modo particolare, facciamo del mezzo un messaggio, se è vero che per la maggior parte dei casi il blog si caratterizza come uno strumento di diffusione di ricordi e esperienze (o opinioni) personali. Dunque è il mezzo a veicolare il contenuto e sta a noi utilizzare la forma per rendere interessanti significati di per se privi d'interesse per la maggior parte delle persone che si trovano ad entrare nelle nostre pagine. E questo cammina a fianco del nostro bisogno ossessivo/compulsivo di comunicare e comunicarci. Qualcuno ha scritto che ormai identifica i miei post con i piccoli mondi di guccia, mondi di per se stessi, appunto, insignificanti, ma dove io ho trovato l'indispensabile e, con i pochi mezzi stilistici a mia disposizione e soprattutto il mezzo blog, cerco di comunicarveli. Davvero la forma veicola il contenuto? Faccio fatica ad ammetterlo, ma più il buon vecchio McLuhan ribatte più devo cedergli campo. Del resto il gioco stilistico di Bufalino ha prodotto un'opera dal pulsante cuore di carta.
Magari, con la tecnologia, possiamo recuperare quello che la tecnologia ci ha tolto. Ritrovarci di nuovo a scegliere, per mezz'ora, in un chioschetto all'ombra di un duomo, una cartolina in base alla persona a cui vogliamo spedirla, senza farci mangiare dalle migliaia di scatti di una macchina fotografica digitale. Ritrovare il gusto di scegliere un punto di vista unico sulle cose e di annusare l'odore dei ricordi svilupparsi in una camera oscura. Guardare dalla finestra, invece che nel monitor, persone svolgere sui marciapiedi il film della loro vita. Sporcarsi le dita d'inchiostro, leccare un francobollo.
E ora provo a comunicarvi un'altra storia piccola (e grande) di paese. In un paese della provincia di Parma c'è un edicolante, un edicolante che vende giornali e regala parole, sorrisi, opinioni e consigli. Gli si rivolgono per trovare compagnia in una società sempre più frenetica e spersonalizzante, per avere un'opinione sincera sulle cose, anche a costo di aspri litigi. Lui sa andare oltre la prima impressione sulle persone e ha capito subito che una signora dura, corazzata dalla povertà, ha in realtà un cuore di burro. Una signora sempre vestita di nero e col fazzoletto in testa, a nascondere agli altri i pensieri e i ricordi, la sua più grande ricchezza. Lei, colpita dalla sua gentilezza, si è fidata di lui, ha scoperto che si può fare da soli, ma insieme è meglio. Tutti i giorni l'edicolante, prima dell'alba, le porta a casa il giornale di provincia che legge, unica distrazione che riesce a permettersi con una pensione che le ruba anche il pane. L'altro giorno l'edicolante è passato di fronte alla casa che solo a ottant'anni è riuscita a comprarsi, con l'aiuto del fratello, dopo una vita a farsi tagliare la gola dall'affitto, e il giornale non era stato ritirato. Parole pesanti come macigni restavano appese al portone a segnalare una richiesta d'aiuto. Hanno sfondato la porta e vi hanno trovato la signora, che era in terra da due giorni senza riuscire ad alzarsi per i suoi problemi di mobilità. Parole scritte e parole parlate l'hanno salvata, l'ha salvata togliersi il velo e condividere il suo tesoro di esperienza con qualcuno pronto e ben felice di ascoltarla, un generoso vampiro di emozioni.
Una società che permette certi livelli di solitudine è una società persa in partenza. Il fatto che ognuno di noi ha un compito non dovrebbe avere niente a che vedere con l'economia, né con la soddisfazione personale o la carriera (vi rendete conto quanto sono inutili come concetti?), ma con la costruzione di qualcosa a più mani.
P.S.: per aggiungere confusione al disordine dei pensieri: andate a vedere Meduse. Il film che avremmo dovuto fare sulle donne. Non un capolavoro (ma servono i capolavori, poi?), un film (e qui qualcuno digrignerà i denti) onesto, con rari sprazzi di poesia e alcune concessioni mirate al cervellotico discorso da critici.
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06 gennaio 2008
Desiderio di una vita in sapore d'essenziale (A Vigoleno)

Da dietro la finestra illuminata della taverna, a destra nella foto, vi osservo (sorrido) e scrivo...
Guance rosse fra tavoli consumati dalle tarme, grandi, da stare seduti tutti insieme. Goccia di latte, nuvole nel thè, promessa dello zucchero di canna e briciole di punteggiatura nera (e di crostata fatta in casa). Una coppia che si scalda accanto al fuoco che brucia lento odori aromatici. Botti, paiolo da polenta e cassapanca. Ombra di cranio di Cervo. Bambini che fanno i compiti di geometria e ridono con la madre, che serve allegria d'uva nei bicchieri, fra pentole di rame appese alle pareti e spettacolo eterno di vecchie marionette fra le travi del soffitto. Cuore di maestra. Impettiti fantasmi di fagiani e d'antenati, fra lumini ad olio con stoppini consunti.
Vigoleno è un paese da gatti e da presepi, da ultime ore di agonia di lucine natalizie e ultima neve a sciogliersi in torrentelli sull'acciottolato. Scheletri di riflessi sul vetro e bottiglie da pensionati in cerca di compagnia. Luci oltre le finestre a colonizzare il buio della valle. Melodia di campane - di calore a scaldare, sulla tazza, mani congelate - e di ricordo di colori che via via si spengono, mentre fuochi sotto alle stoviglie s'accendono e accendono nasi.
Respirare pura vita (di ogni giorno) e lasciarsi sfuggire lettere e parole dalle mani come spiccioli. Pensieri come un colpo d'ala di un bianco, enorme, airone a dominare la valle. Finite le feste si mangiano mandarini trovati nella calza, povera, della befana.
(Qui) le solite radiografie.
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02 gennaio 2008
La terra dove finisce la terra

Quest'anno abbiamo rinunciato al rito pagano dei fuochi nel cielo e risparmiato le forze per spenderle, il giorno successivo, ancora una volta, in terra di Liguria...
Perdonatemi un altro post in puzza di neorealismo e pittoricismo, questi giorni non ho forze, né tempo, per provare ad esprimermi diversamente
La Liguria è sempre un'esperienza in bilico fra sacrificio e aspra bellezza. Punta Chiappa è una terra sospesa sul mare, dopo la fatica del sentiero facile ma ripido; a piedi da S.Rocco l'impressione è di essere arrivati in una terra di confine, linea fra mondi. L'orizzonte, oltre il golfo a protezione delle case che scivolano fin sulle spiagge e sulle ultime rocce, è talmente vasto da poterlo immaginare rotondo.
La Liguria è terra che fiorisce anche d'inverno, ma fa sudare i suoi frutti sospesi grazie alla mano e al ferro arrugginito dell'uomo in terrazze, perfette, e sassi conquistati, come conquista la guerra, da muschio e minuscole piante grasse.
Odore di pesce oltre la piccola pieve immersa nel verde che non lascia spazio, e gatti dietro angoli stretti rubati alla montagna, in attesa fuori dai ristoranti e sotto il campanile: oggi pasto ricco anche per loro.
Oltre i panni stesi, su seggiole di legno d'altri tempi e fra corde usurate dalla fatica, ci si aspetta di vedere un vecchio pescatore riparare le reti, in questo giorno di riposo, in un luogo dove il tempo non ha potuto trasformare oggetti e abitudini, dove la vita va ancora guadagnata pesce su pesce, in un gioco di fiducia e sfiducia fra mare, vento e nuvole. Non si può resistere alla tentazione di spiare dentro finestre illuminate e calde, fra case a cui non è concesso arrivare che a piedi o in barca. Luoghi sacri dove il ricordo sopravvive al tempo. Ma le barche riposano, oggi, come la gente di Camogli, e mostrano tutto il tempo passato in mare, scolorite dalla salsedine. Lungo la riviera dei ricchi, lontana solo pochi chilometri e tanta vita, ci si scalda nei locali affollati e vaporosi d'alcool.
Fra le rocce e i muri a difendere dai capricci del mare i frutti ormai maturi dei fichi d'india, le macchie verdi dell'edera a sfidare la forza di gravità, gli ultimi raggi di sole a creare linee di fuoco oltre il mare color argento e a infilarsi fra i magazzini, nelle grotte, fra l'allegria dei galleggianti.
Anche stavolta ho rubato un raggio di sole per fermare, in un fantasma d'immagine, il tempo speso bene. Il risultato di tanto egoismo lo trovate qui.
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19 dicembre 2007
Profusione di piccole perle di saggezza popolare
Lavorare in edicola può essere un'esperienza davvero unica. Nel mio caso si tratta di un'edicola di provincia, frequentata da molti anziani del paese: da vite che hanno conosciuto la campagna o la fabbrica, polvere sedimentata sui capelli, rughe a lasciare traccia di un dolore come pure di un sorriso, occhi abbagliati dallo scoppio di una bomba, cuori di bambini che giocavano con le armi, trovate nei boschi una volta finita la guerra. Queste ossa, questa pelle, questi organi bastano già - senza che fosse necessario l'accompagnarsi alle parole - a raccontare tante vite, come se in una sola di quelle non ci fosse già racchiuso il mondo intero. E allora tiro fuori lo sgabello annoiato nell'inutilità della sua presenza e lo offro a Maria, ai suoi piedi stanchi, al suo corpo ogni giorno più pesante da trasportare e ai suoi radi capelli bianchi nascosti dai fazzoletti in testa di una volta e lei, riconoscente alle mie orecchie disponibili, comincia a raccontare dell'unico viaggio della sua vita a guardare da lontano il papa, del suo golfino di lana di pecora magra, da povera gente, di fascisti e partigiani, di donne che partorivano al buio e, allo stesso tempo, m'insegna i suoni di questo dialetto estraneo.
Ieri pomeriggio, ad esempio, accompagnato da un forte odore di ennesimo rosso al bar dei contadini - dove il martedì, durante il mercato - ancora si canta, è entrato un uomo di 83 anni sofferti e goduti e mi ha spiazzata - io che mi sforzavo di non farlo sentire vecchio, casomai anziano - nel spiegarmi che è bello essere diventati vecchi, perchè non si è morti giovani!
Il gusto della provocazione e tutto il senso dei litri di vino condivisi fra parole mai annacquate in un bicchiere stracolmo, a macchiare - a perenne memoria - la tovaglia.
Un piccolo consiglio per i regali di Natale:
Io ho finito, quest'anno spesa piccola dal cuore grande... con calma ho ascoltato gli oggetti finchè sono stata capace di sentire i loro sussurri e, loro stessi, mi hanno suggerito a chi avrebbero voluto essere regalati :)
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15 dicembre 2007
Vademecum per aspiranti scrittori
Non apro il blog da giorni, scoprendo il vero valore delle "emozioni virtuali" nella nostalgia di leggervi. Ma la gioia della prima neve ad addobbare gli abeti e i grigi edifici dell'uomo, seppure con tre misere parole, dovevo condividerla e doveva portare in qualche modo la ricchezza delle cose oneste. Con emozione e la sensazione di spiare dal buco della serratura, mi limito a riscrivere la prima pagina di un libro: "Il Taro e altre storie" di Ettore Guatelli, del cui museo ho già avuto modo di parlare, Edizioni Diabasis, Coop consumatori nordest. Reperibile qui. Ettore era un uomo semplice (maestro elementare figlio e fratello di contadini) e allo stesso tempo un artista coi suoi dubbi di stile, la sua necessità di raccontare, la sua creatività in cui le parole si mischiavano a pezzi di legno, ossa di maiale, fil di ferro a creare un giocattolo. Ettore era un uomo che parlava con gli oggetti e batteva a macchina nel silenzio del suo casolare di campagna, visitato di giorno da persone di tutto il mondo, fino a tarda notte. Nella prima pagina ho potuto "rubare" una serie di consigli fondamentali per chiunque sentisse l'esigenza di narrare, non scritti con questo intento. In particolare per quella necessità di "essenzializzare", togliere il ridondante, l'aggettivo in più, quel qualcosa di narcisista che inseriamo solo nel tentativo di farci fare i complimenti per lo stile a discapito del cuore, dell'idea, dell'intuizione, dell'emozione. La necessità dell'appoggio di persone amiche che, con più facilità, si accorgono del troppo e, meno coinvolti, meno sofferenti, riescono a ghigliottinare una frase vissuta [Nell'epoca degli effetti speciali, questa aderenza al contenuto sopra la forma, è un rischioso e fortemente umano andare contro tendenza]. E lo scrittore, in quanto tale, deve ricordarsi che non bisogna credere che una volta scritto qualcosa di valido, automaticamente, da quel momento in poi ogni pisciata è buona.
Il resto del libro sono visi, parole, situazioni, pensieri, descrizioni raccolte lungo il fiume da chi aveva la giusta sensibilità per farlo. Sono persone vive fra corpi di carta e inchiostro.
Ozzano Taro, 28 Marzo 2000
Cari Eugenio e Maria,
sono le 23,30, forse di più. Da dove scrivo, non vedo l'orologio. Se riesco a farmi dare, domani, da Clemente, il vostro numero di casa, spedisco subito. Ci sono le ultime pagine delle scarpe e del Taro. Passatene una copia ad Ilaria, anche se so che la metterò in imbarazzo. Mi ha assicurato che, indipendentemente dall'uso del CD Rom, le leggerebbe volentieri. Ho appena passato di corsa, e solo per una correzione facile e superficiale, le 72 pagine. Se fossi in forze e avessi voglia, taglierei, "essenzializzerei", come ho fatto col libro, in cui però ho visto che ho lasciato qualche aggettivo o altro, a occupare spazio e rendere meno snella la frase. Se vedete che si può, togliete voi. Ma tirate via anche gli episodi meno vivi, di cui si può fare senza ai fini del racconto, che non può tenere attenti per così tante pagine. Ho scritto anche quando ero stanco, per togliermi dai piedi queste scarpe e questo Taro che avrebbero voluto essere fatti di miei ricordi e di poche altre testimonianze, e che han finito per diventare più documentazione anche di esperienze o di ricordi di altri, legati al fiume, che non narrazione. Ho cercato di telefonare, stasera, martedì, ma non c'era neanche la segreteria, da lasciare detto di chiamarmi, appena tornati. Non credo di essere a livello stilistico del libro, dove credo di aver raggiunto un certo equilibrio, tra forma e sostanza. Ce n'è voluto però a mettermelo in testa. Ci sono volute le rabbie di Cusatelli, e le prediche affettuosamente insistenti di Clemente. Adesso bisognerebbe che non mi persuadessi che ogni pisciata è buona.
Passate una copia del tutto a Clemente. A Ilaria credo interessino solo le cose che ho scritto sulle scarpe. Sto crollando. Vi ripeto la mia gratitudine, per quello che fate per me, e anche tutto il mio affetto. Grazie, anche se è una ripetizione.
Ettore
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09 dicembre 2007
Dalle pendici del Monte Rosa al lago Maggiore

Il nostro viaggiare ha inizio con una corona di montagne a impreziosire e proteggere il confine e i suoi onesti abitanti mani grandi, cuore caldo, bocca buona. Ci innamoriamo a prima vista della valle Anzasca, delle sue strade - dai piccoli balconi a invadere la carreggiata - accarezzate da rocce impregnate di odore di legna bruciata, di caminetto e funghi porcini. I nostri occhi golosi si appoggiano sulle case Walser, sui gattoni tigrati che schivano la prima neve, scuotendo la zampina bagnata, e si attivano desideri, immagini di vita sincera: una piccola libreria, parole scritte e parole parlate, un caminetto, le trote pescate il giorno prima al ruscello e fuori la tempesta di neve, a imbiancare il Monte Rosa. Penetriamo la valle fino a Macugnaga, sotto il tetto del Rosa che non riesce a proteggere il paese dal vento che sferza le tegole grossolane, gli scuri tetti d'ardesia, le pietre, le travi e le finestre abbellite con tendine di pizzo, dietro le quali casalinghe in odore di polenta e cacciagione aspettano il rientro di mariti pieni di grappa e chiacchiere mascoline acchiappate - in volo, neanche fossero farfalle - al bar. Mariti dai polmoni barattati col cibo per i propri figli nelle cave o dalle mani grasse di formaggio e di mucca. Un cielo completamente terso e illuminato da rive innevate - talmente luminoso da ferire gli occhi - viene sporcato solo da qualche aromatico sbuffo dei camini che accompagna la voglia di entrare in una di quelle case bollenti e chiacchierare con gente di montagna. L'atmosfera paesana e festosa dei mercatini di Natale si scioglie a contatto del turismo di massa, che tutto divora, e si schianta in terra fra mille pezzi di ghiaccio, quello stesso che gocciola al sole aggrappato con le ultime forze al bordo di un tetto. In trattoria un padre di famiglia parla di lavoro con i suoi anziani e divora, indifferentemente, una bistecca e un pesce grigliato. I bambini, fuori dal locale, tirano quattro calci al pallone.
Il primo panorama del lago Maggiore lo rubiamo a Verbania, sul lungolago. Di nuovo ci lasciamo coccolare dall'atmosfera dei mercati natalizi in una splendida villa, oltre un piccolo porticciolo da pescatori. Gli stessi pescatori che hanno appeso le reti alle case, per bellezza, e ora vivono di turismo, trasportando alle isole chi, come noi, è stufo di chilometri di alberghi e ristoranti. Il secondo giorno nuvole cariche incombono, si strizzano in pioggia, e gelano i colori di un meraviglioso paesaggio metallico. Fra i vicoli scoviamo due generazioni di bottegaie poetesse che, con una penna stilografica, lasciano deliziose parole tutte ghirigori a impreziosire i regali che con gusto scegliamo in un piccolo ambiente colmo di oggetti d'altri tempi, per portare un piccolo pezzo d'emozione a casa. Nonostante tutto il lago ci delude, lo splendido paesaggio è assediato da paesi curati, ma identici e talmente sfruttati da suonare finti. Forse perché è ancora fresco il ricordo delle stradine coi muriccioli di sasso a picco sul lago di Como o la riva ovest del Garda e il paragone danneggia il Maggiore.
Quel che non riesce a dire la penna ve lo dico (qui) con gli occhi.
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07 dicembre 2007
Sentimenti sparsi raccolti prima di un'altra piccola partenza
Nella sala d'aspetto della stazione di Bologna - stuprata dalla bomba - resiste ancora la simpatica figura di un anziano signore, sempre mezzo assopito, che, seduto sul suo sgabello troppo alto, col gomito appoggiato ad un piccolo tavolino e il mento a sua volta appoggiato alla mano dalle dita gonfie, aiuta i viaggiatori a leggere i - peraltro chiarissimi - orari del treno grazie al suo vocabolario ambientale di lingue. Forse annaffia, ogni tanto, la piccola stella di Natale che qualcuno ha posto in memoria della strage. A lui, adesso, e soltanto a lui, vorrei chiedere la storia dell'uomo investito dal treno per Venezia che ha accumulato mezz'ora e una vita di ritardo.
A fianco a me una donna sfoglia riviste di gossip e lancia qualche rapida e ansiosa occhiata alla telecamera, dietro la quale ci spiano moderni dèi fantocci il cui braccio dovrebbe essere più veloce del frammento infinitesimale di tempo che innesca la bomba, sirene che dovrebbero superare in decibel l'assordante clic che precede l'attimo dello scoppio. Natale a Gerusalemme.
Abbiamo cominciato ad intervistare giovani donne. Ho comprato un registratore vocale col quale ho salvato storie senza odori, ma di grande sapore, e rumore di caffè. Rispolvero i miei incontri momentanei, nascondo la timidezza sotto maglioni pesanti e sorrido, desiderando ardentemente il racconto e di raccontarmi a mia volta. Scopro veramente l'antropologia e me ne invaghisco. Scopro che cosa desidero e parlo con chi fa quello che amo, collaborando con loro, lasciando crescere amicizia saporita e stima. Sbobino per ore, attivando papille gustative ad ogni sfumatura nei toni di voce, fino ad avere prurito agli occhi. Attraverso la pianura fino a portare la panda grigia sporca a cozzare contro le prime, improvvise, colline. Canto.
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l' arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Domani parto per il lago maggiore, mi lascio proteggere la schiena dal Monte Rosa, stupisco per la creatività degli artigiani improvvisati dei mercatini di Natale e di certo non resisterò a comprare un altro paio di orecchini e chiacchierare con le mani che li hanno creati per portarmi via, in un sacchettino di carta colorata, pietruzze e passato.
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04 dicembre 2007
Premio nazionale di poesia "La poesia onesta".
Con tutto il dolce peso dell'emozione, oggi mi ritrovo a parlare di un concorso e di un'associazione che hanno significato tanto per la mia vita e che ritengo di qualità e umanità senza pari.
La poesia onesta, la poesia sincera, quella che non ha bisogno di fronzoli, termini aulici o esibizionismo, ma vive di briciole di umano, fiato, silenzi, sguardi, sussulti del mondo. Il poeta onesto, quello che - dice Saba - "mira al giusto equilibrio fra sentimento e arte, contenuto e forma", fissando i limiti della tecnica sulla passione che viaggia con e nella storia, nelle immagini che si sente la necessità di raccontare. Il poeta onesto, quello che apre occhi puri, occhi di cuore e d'intestino sul mondo.
L'associazione culturale "La Guglia" di Agugliano (AN) che, da molti anni, si è distinta nel settore culturale organizzando concorsi letterari, rassegne teatrali, pubblicazioni, gite sociali, laboratori arrivando ad aggiudicarsi persino la medaglia d'argento del presidente della repubblica, per la quarta edizione indice il concorso nazionale di poesia "La poesia onesta" patrocinato dai comuni di Agugliano, Camerata Picena e Polverigi, dalla provincia di Ancona e dalla regione Marche. Si può partecipare sia in italiano che in dialetto. Sono previsti premi in denaro e pubblicazioni ma, soprattutto, il concorso può vantare un'ottima giuria composta da poeti e docenti universitari, che ne garantiscono l'alto livello. Per partecipare c'è tempo fino al 16 febbraio 2008.
Non posso fare altro che consigliarvi, col cuore, di partecipare e rimandare al link col regolamento e i risultati delle precedenti edizioni.
Tutte le informazioni necessarie le trovate raccolte qui
Per il resto non posso che augurarvi in bocca al lupo, soprattutto a chi è alle prime esperienze letterarie, mettersi alla prova in certe iniziative di qualità assicurata è molto importante per un futuro poeta, confrontarsi con altri emergenti e professionisti garantisce una crescita fondamentale. Spero di vedervi chiacchierare con gli organizzatori che saprete di certo apprezzare come meritano fra le vie del mio paesello natale.
Per qualsiasi altra informazione, comunque, io, ma soprattutto loro ci sono, troverete tutti i contatti che vi servono sul sito che vi ho linkato sopra e che compare nella barra di destra del blog.
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30 novembre 2007
Finalmente l'Immortale di Ol'ga Slavnikova
Finalmente ho pochi minuti per parlarvi di questo libro straordinario. Cliccando sull'immagine andate direttamente sulla pagina di aNobii dedicata al libro dove trovate quarta di copertina e commenti di altri utenti.
Aleksej è un veterano russo della seconda guerra mondiale che uccideva nazisti con un cappio di seta. Tornato dalla guerra, trasportandosi per treni e carretti un pesantissimo letto dorato preso al nemico, subisce un ictus e resta paralizzato e così costretto nello stesso letto. La sua pensione sostiene la famiglia che cerca di evitargli traumi nascondendogli lo scorrere della storia, facendogli credere di vivere ancora nella Russia socialista. La figlia, aspirante giornalista, gli prepara nuove notizie ricavate da vecchi documenti storici e gli appende una fotografia di Breznev in camera, facendogli credere che niente sta cambiando e, in effetti, imprigionandolo in una sorta di assenza di tempo, di immortalità senza passato nè futuro, ma solo un eterno, immobile presente. Ma Aleksej allena le sue membra viziate a sostenerlo nell'intenzione e comincia a fabbricare cordicelle con cui cerca di tradire sua moglie accettando nel suo letto d'infermo la morte.
La storia incredibile (copiata pari pari nel film Goodbye Lenin) in odore della più grande letteratura russa - vi si ritrovano sprazzi d'impossibile bulgakoviano, atmosfere e personaggi dostoevskijani e il grottesco di Gogol' - vive pulsando di uno stile incredibile in cui un cesto da basket senza rete diventa il cerchietto metallico (ora di plastica) per fare le bolle e il cielo invernale il sapone. Oppure per descrivere la mancanza di odore di lenzuola lavate ripetutamente dall'urina del vecchio infermo si usano come metro di paragone le rose sintetiche dell'abito dell'addetta alla pensione del veterano.
Descrizioni che vivono di un immaginario quasi impossibile, profondità di sentimenti umani possibili solo nella totale mancanza di pudore degli scrittori russi.
Consigliatissimo... e ora divoro Diceria dell'untore di Bufalino, altrettanto incredibile nella storia e nello stile.
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26 novembre 2007
Egocentrici editori di se stessi.
Non potevo non rispondere all'invito di un amico e così, anche se quando mi trovo ad Ancona (purtroppo solo per poche ore) cerco di disintossicarmi da internet per qualche giorno, mi ritrovo a riflettere sui motivi scatenanti l'esistenza virtuale di queste pagine.
Per poter rispondere sono dovuta tornare indietro di un anno nell'archivio e mi sono resa conto che il primo post non era altro che un tentativo di scappare da altre pagine, ben più fisiche, in odore di gialla carta stampata e inchiostro da pochi soldi. All'improvviso mi ero resa conto che la laurea specialistica appena cominciata mi aveva tolto troppo tempo libero, il tempo che divido in parti uguali fra amici, famiglia, sconosciuti. Il tempo dei viaggi e il tempo di letture non condizionate, ma soprattutto che dieci ore di sforzo intellettivo richiedevano una via d'uscita, anche fosse fatta di pochi secondi, purché non comportasse l'uscire dalla mia prigione dorata. E' così, con poca coscienza di quello che stavo facendo e di quello che volevo dire che nasce questo blog dai complessi d'inferiorità. Il tutto, ovviamente, era condito da uno spesso strato di voglia di condivisione, desiderio di farmi conoscere sia da chi mi ha incontrato poi, sia da chi mi conosceva già bene, ma mai fino in fondo. Nello stesso periodo, inoltre, cominciavo a coltivare non un sogno, più che altro lo strumento appena scoperto di esternazione dei miei pensieri - la scrittura - e avevo bisogno di condividerla, di giudizi, critiche e apprezzamenti che mi avrebbero permesso di migliorare (perché, oltre che cura, scrivere è essenzialmente aver voglia di farsi leggere). Sentivo anche che una nuova stagione di vita si andava aprendo (anche se poi è rimasta fossilizzata negli anni) e avevo paura. Comunque, in definitiva, ho aperto un blog perché sono curiosa, perchè a differenza di un sito comportava meno competenze informatiche e più libertà espressiva, perché si avvicinava di più alla forma del diario che, considerata la mia memoria corta che tiranna si ricorda solo delle cose che mi entusiasmano veramente, facendomi sempre sentire ignorante, mi avrebbe permesso, col tempo, di rispolverare le tante esperienze che sarebbero poi piovute nella mia vita che cerco sempre di arricchire con scoperte casuali. In seguito mi sono accorta che vecchi amici lontani (e la mia stessa famiglia la cui lontananza forzata mi ha lasciato una cicatrice sul cuore) potevano scambiare con me opioni quotidianamente e che con i nuovi amici le opinioni scambiate grazie a frammenti di minuti rubati al dovere, servivano a rafforzare un legame non solo virtuale.
Questa scrittura è diventata un allenamento a vivere, parole scorrono come le espressioni dell'attore che, davanti allo specchio, prepara le sue rughe ad incontrare quelle del personaggio che, grazie a lui, gli spettatori vedranno redivivo sul palco fin nei minimi, sentimentali, atteggiamenti.
Non saprei dire quale post mi ha reso più orgogliosa o mi ha fatto vergognare, ma valgono quanto azioni giornaliere e voi che passate valete quanto sorrisi e pianti accarezzati con lo sguardo o con le dita.
E, mentre guardo le colline che di solito mi mancano tanto, mi rendo conto che è tutto qui, che sono tutta qui.
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