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19 luglio 2007

Sei anni fa, per noi soltanto ieri.

Genova G8
19 Luglio 2001

Siamo partiti che il sole era alto nel cielo, caldo afoso di una giornata di piena estate. Gli anziani ci avevano avvertiti, ma noi avevamo dato poco peso ai loro consigli, limitandoci a mettere limoni nello zaino e a trascinarci dietro i pesanti caschi dei motorini. Il TG aveva riportato le raccapriccianti immagini di Napoli, quel giorno eravamo corsi tutti nella fumosa sede di partito e, tremanti di rabbia, eravamo rimasti tutti davanti al televisore, senza che una sola parola trovasse la forza di scalare la gola, appoggiarsi sulla lingua e uscire dalle labbra. Le canzoni, anch'esse, raccontavano di omicidi di Stato e polizia, ma noi avevamo 17 anni, di morte conoscevamo solo quella gelida di frigo dei nostri nonni. Il treno era rosso, il treno veniva dal mare, il treno era lungo da sembrare quasi infinito, stracarico di persone gioiose i cui occhi non avevano visto riposo durante la notte. A Bologna la stazione sembrava un piccolo accampamento. Io avevo comprato il vino e le bibite, qualcosa da mangiare e avevo trovato i compagni grazie a F. e A. che si sporgevano per metà dal finestrino, cercandomi.
Poi ore e ore fermi in campagna, sempre lo stesso panorama dal finestrino. Ore che passano e scorte d'acqua che finiscono. Finalmente la scogliera, affascinante e inquietante al tempo stesso, piccole immagini veloci fra una stretta galleria e l'altra, e infine l'arrivo a Genova, grossa metropoli per noi; la città e i suoi abitanti imprigionati da alti cancelli di ferro, lo stadio che ci accoglie. Una grossa tenda bianca a far da madre a sterminate tendine da campeggio, di tutti i colori. I ragazzi dell'organizzazione che fanno quello che possono per farci sistemare, riposare, ristorare dopo la deportazione. Dormire tutti insieme, come una piccola famiglia sognatrice.
La mattina e la prima gioiosa manifestazione, musica - visi sorridenti riflessi sui tromboni tirati a lucido per la festa - amicizie spontanee, numeri circensi, vecchie canzoni, tanta allegria e partecipazione, il sentire di far parte della storia.
Dopo un caldo pomeriggio, la notte, che stende un velo sullo stadio e sulla nostra fiducia. Siamo circondati. Delle ragazze che sono uscite per andare in bagno sono state portate via. Notizie di pestaggi fra le vie del centro.

20 Luglio 2001
Ci si alza presto, si lavora frenetici fra la polvere del campo da gioco nel preparare armature che, con arbitrario atto di forza, le tute bianche ci portano via. Ci si accontenta di giubbotti di salvataggio per parare le botte sussurrateci dai fatti della notte.
Negli autobus stracarichi la gente di Genova ci guarda incuriosita, senza diffidenza, forse sente nell'aria la paura che ci blocca il passo lungo la strada costeggiata dalla ferrovia. Qualcuno non se la sente e rimane indietro. I più bardati o coraggiosi vengono spinti avanti.
Il sogno, l'adolescenza e la fiducia muoiono al primo attacco, su zona concordata, senza che ci fosse stato il benché minimo disordine. Colpi e stavolta non solo di lacrimogeni. Gas che attacca la gola, barilotti che piovono dal cielo e lasciano segni pesanti sui caschi. B. si sente male. "Limoni, limoni, per favore dateci dei limoni!" La calca, la paura spinge. Il gas attacca la gola. Non si riesce più a respirare, la bocca tira aria che non scende ai polmoni e se scende li rende urticanti. Un ragazzo sviene, rischia di essere schiacciato, lo trascinano. Dal camion incitano a resistere, ma non si può, che significa? Perché? Una ragazza sanguina, colpita da un barilotto. Un'ambulanza! Una via laterale, come un'utopia, nella strettoia dove ci hanno teso l'agguato. Corriamo, ci siamo persi di vista. Mi fermo un attimo a riprendere quel fiato che non si decide a ricominciare a rifluire nella mia trachea. Vedo L. che urla. "Scappa, scappa!" Corro nonostante l'asma provocatami dal gas. Dietro di lui i celerini. Ci inseguono a manganelli spianati. Qualcuno fa in tempo a rovesciare dei cassonetti, pochi secondi guadagnati agli inseguitori che ci permettono di capire quello che sta succedendo, avere il tempo di costringere il corpo sfinito a fare un ultimo sforzo. Altri non ce la fanno. Li buttano a terra e li bastonano. A sangue. Tirano giù i feriti dalle ambulanze.
Solo alcuni di noi ce l'hanno fatta, non c'è nessuna consolazione in questo. Buttiamo i nostri giubbotti di salvataggio e, d'ora in poi, ci fidiamo solo delle nostre gambe. Sappiamo di dover evitare soccorsi, ambulanze, ospedali a qualsiasi costo. Correre il più veloce possibile senza impacci. Sappiamo che possiamo essere attaccati dovunque, in qualsiasi momento. Il fiato ancora non torna, gli occhi bruciano. All'improvviso non vedo più niente. Dopo la necessità della fuga la paura attacca le mie gambe. Cado. Mi soccorrono dei turisti tedeschi. Mi lavano gli occhi, mi aiutano a respirare.
Due di noi mancano.
Ci ritroviamo in gruppo con altri ragazzi. Compaiono dal nulla i famosi black block e si buttano in mezzo a noi, altri spaccano vetrine, incendiano macchine. Qualcuno cerca di impedirglielo ma arrivano i celerini. Si buttano anch'essi in mezzo a noi picchiando, insultando, facendo gesti osceni. Nessun black block viene disturbato in quello che sta facendo. Altri di noi restano sanguinanti sulla strada.
Si alzano colonne di fumo ed elicotteri, macchine vengono incendiate.
Riusciamo a tornare allo stadio, ci chiudono dentro senza più niente da mangiare.
Squilla il cellulare: è C.
C.: "chiamate l'avvocato, non mi fanno fare altra telefonata, mi stanno picchiando, ho paura, chiamate l'avvocato" e B gli dice: "ma dicci almeno dove sei, dove sei?" C.:" non posso dirlo, mi picchiano, per favore, aiutatemi".
Cala il silenzio, B. piange. Ci giunge voce che una ragazza è stata uccisa, no è un ragazzo, sembra sui vent'anni. A. non regge più. Esplode tutta la tensione. La rabbia e la paura si sono trasformati in odio, un sentimento che credevamo non avremmo mai conosciuto. Butta tutto all'aria e grida. Dobbiamo immobilizzarlo per evitare che si faccia male.
Ragazzi si lanciano contro la rete urlando: "Assassini!"
La notte non ci concede riposo. Un violento acquazzone ci costringe a scavare canali nel fango per salvare la poca roba che ci siamo portati dietro. Tutti gli oggetti, i saccapeli, gli abiti, si ammucchiano al centro della grande tenda collettiva, nessuno può dormire.
Torna G., D. lo insulta per lo spavento, altri lo abbracciano, tutti gli raccontiamo di C. Lui ci dice di esser stato salvato da alcuni genovesi che gli hanno aperto il portone. Altre case sono state devastate dai celerini che hanno fatto in tempo ad entrare.

21 Luglio 2001
Tutti i negozi sono chiusi, da ventiquattro ore non mangiamo. La gente, che il giorno prima colpita dalla furia della polizia ci aveva aperto i portoni per salvarci, ci getta acqua e merendine dalle finestre, il cuore si riempie di nuovo con tanta solidarietà, ricominciamo a credere che qualcuno si sia reso conto di cosa sia successo e sia dalla nostra parte. Ci sono tante famiglie, bambini e anziani: oggi non può succedere niente. Riesco a chiamare per un minuto a casa, per tranquillizzarli, la linea è stata momentaneamente riattivata. Mi dicono che non fanno vedere quello che sta succedendo. Io gli spiego che i giornalisti vengono massacrati più di tutti, i filmati e le foto vengono distrutte.
Poi dalla caserma e dalle camionette vediamo scendere poliziotti in borghese che si mischiano alla folla e spaccano qualsiasi cosa sia alla loro portata. Ora sappiamo chi erano in realtà i black block del giorno precedente. I celerini in divisa salgono in piedi sui tetti delle camionette urlandoci "figli di puttana, morirete tutti". Facciamo cordoni di sicurezza, chiunque sia armato di bastoni viene allontanato. Di nuovo subiamo attacchi coi lacrimogeni. Qualcuno comincia a rispondere tirando sassi o ritirando indietro i barilotti ancora fumanti, permettendo così di creare fra i manifestanti e i celerini un vuoto che fa sì che gli anziani, le famiglie, i bambini non si trovino direttamente sotto l'attacco. Negli occhi della gente si vede la rabbia per l'omicidio, per i colpi misteriosi sparati a decine e i bussolotti dei proiettili ritrovati per terra, per la gente che non si trova più, per la distruzione della città ad opera dei finti black block, le percosse e gli insulti. Ci copriamo la bocca con i passamontagna bagnati di acqua e succo di limone, chi ne è sprovvisto anche solo con dei fazzoletti. Un anziano sanguina alla testa e una donna gli sta facendo bere dell'acqua; un bambino non trova più i suoi genitori, qualcuno gli tende la mano e lo rassicura. Il corteo arriva alla fine del percorso, ma il palco per noi è troppo lontano. Decidiamo di andarcene. Un gruppo di circa cinquanta persone si stacca dalla massa e si allontana per una via laterale, cercando di tornare allo stadio. I celerini ci trovano, ci attaccano. I pacifisti si siedono con le mani bianche tese verso il cielo. Vengono picchiati e portati via. Noi riusciamo a scappare. Ci spingono sempre più su, sempre più su, finché l'intera città è sotto i nostri piedi. Siamo sfiniti, capiamo che dobbiamo organizzarci. Con l'ultima energia delle batterie scariche dei cellulari riusciamo a chiamare il comune di Genova, gli supplichiamo di salvarci. Arrivano prestissimo degli autobus di linea vuoti. I celerini se ne sono andati, riusciamo a tornare allo stadio. Dai finestrini uno scenario di guerra, pensiamo ad un colpo di stato.
Non pensiamo ad altro che a tornare a casa. Raduniamo le nostre poche cose e cerchiamo di raggiungere la stazione. I miei compagni riescono a prendere un treno per Ancona: l'ultimo. Ordini dall'alto bloccano la stazione. Celerini entrano e dall'altro binario minacciano di ucciderci. Siamo tanti tutti pigiati sul binario, io mi accorgo di star piangendo. Le gambe mi vengono meno, qualcuno che non conosco mi sorregge. Arriva la voce dei pestaggi alla Diaz, vogliamo tornare indietro, ma non ci è possibile. Un muro di cani affamati di sangue spinge. Insultiamo il capotreno, lo intimiamo di partire. Ci dicono che l'unico treno va solo a Rimini e che a Rimini ci avrebbero scortato in questura. Pur di scappare ai cani rabbiosi saliamo. Non ci stiamo, ma la gente si mette persino al posto dei bagagli pur di andarsene. A La spezia tiriamo il freno di emergenza e scappiamo dai finestrini nella campagna, nella notte.
Sul piccolo treno diretto a Parma il controllore ci guarda e non ha la forza di chiederci i biglietti, che non avevamo, ci permette di arrivare a casa senza altri traumi.
Le prime parole che mi sono sentita dire, finalmente arrivata a casa all'alba, da un DS sono state: "fosse per me avrei sparato sulla folla ammazzandone il più possibile".

Dopo troppi giorni
Il padre di C. , un rettore di un'università, ritrova suo figlio, volontario in croce rossa, solo perché un parlamentare in visita ad un carcere di una città del Nord ne ha fatto una descrizione su un giornale. Quando lo vede è talmente pieno di escoriazioni che non lo riconosce. La mandibola è stata spostata dal suo asse e dovrà essere operato. E' traumatizzato.
Non riesce a raccontare per tanto tempo la notte intera a braccia alte, i corridoi di persone in cui eri obbligato a passare e in cui ti picchiavano, gli insulti, i baci obbligati alle foto di Mussolini. E' stato preso perché aveva dato il suo casco ad una ragazza che ne era sprovvista e un lacrimogeno, colpendolo in testa, l'aveva fatto svenire. Lo avevano picchiato mentre era in terra svenuto con quel colpo alla mandibola e avevano continuato il pestaggio, le minacce in caserma.

Nessuno si azzardi a dire: "ma anche fra di voi c'erano delle teste calde", non lo tollero, mi limiterò a cancellare qualsiasi commento del genere.
Scusate gli errori, non riesco a rileggerlo.

http://www.youtube.com/watch?v=bpfLMvLYFgg

32 commenti:

Gloutchov ha detto...

In silenzio, giro il link di questo post sul mio tumblr, in modo che possa essere letto, e riletto, e riletto, e riletto, e riletto ancora e ancora.

guccia ha detto...

Grazie Glauco. Grazie di cuore. Mi è costato molto scriverlo.

Ed ha detto...

Grandissima Sara..un abbraccio stretto stretto!

guccia ha detto...

grazie anche a te ed, è stata dura passare anni senza che nessuno (tranne i compagni) mi credesse, finalmente la verità sta venendo a galla.

Fra i miei link trovate quello di joe. E' mio fratello, ha solo 17 anni, ma ha riportato esattamente come sono andate le cose durante l'omicidio di Carlo Giuliani. Vi consiglio di leggere il post.

Lameduck ha detto...

Ogni volta che leggo queste cose mi assale l'angoscia, l'angoscia che tutto questo sia potuto accadere nella mia città, in una parte di me.
Grazie per averlo raccontato e non stancarti mai di raccontarlo ancora. Un abbraccio.

guccia ha detto...

Sì, bisogna pensare che anche Genova è stata martoriata dalla violenza e dalla morte, ma ha reagito con solidarietà e amore. Non scorderò mai i gesti dei genovesi che ci indicavano le strade più sicure (Carlo compreso), ci davano da mangiare e da bere, ci nascondevano nelle loro case e che avevano steso quel mare di mutande e calzini dalle finestre. Sono stati coraggiosi anche solo a rimanere in città.
Non ti nascondo che per me raccontare è un grosso sforzo, perché la memoria vivida di quei giorni mi fa rivivere ogni volta le stesse paure, lo stesso odio per i compagni indifesi picchiati a due passi, la stessa sensazione di morte. Per anni non ho potuto raccontare, ora, seppure con difficoltà riesco e non ho intenzione di smettere. Ciò non toglie che la divisa mi ispirerà sempre paura e rabbia e non c'è serie televisiva costruita appositamente che mi tolga quelle immagini dalla testa (la violenza della digos l'avevo già sperimentata).
Grazie a te lameduck.

Franca ha detto...

Un bacio e un abbraccio forte

guccia ha detto...

Grazie mamma :)
Abbraccio e bacio ricambiati con altrettanto affetto. Forse ti ho fatto del male ad andare, ma ho solo seguito quei valori e ideali che tu stessa mi hai insegnato. Anche sapendo quello che sarebbe successo (ne avevamo un'idea dopo Napoli, ma non credevamo mai si potesse arrivare a questo punto... e ci si è potuti arrivare solo perché in quei giorni ci è stata una totale sospensione della democrazia e dei diritti civili, l'Italia ha riaffrontato tre giorni di dittatura fascista) ci sarei stata lo stesso, anche se ad oggi non ho avuto più la forza di riprendere la mia attività politica nel partito e per le strade.

fabri74 ha detto...

ciao Guccia ci sono anchio.iL TUO RACCONTO SU gENOVA E STRUGGENTE MA VERITIRO E PRIVO DI SMENTITE,ALLA FACCIA DI CHI DIC CHE SIAMO DEI TEPPISTELLI,DISGRAZIATI,ETC.LA NS.ESPERIENZA GENOVESE CI HA UNITO ANCOR DI PIU.tvb mia dolce amica.

Anonimo ha detto...

Ho finito di leggerlo e la schiena è stata smossa da un unico grande brivido.
Nella 1994 di Daniele Sepe Carlo ha un posto di diritto, solo che non è vero che sempre "i vivi don ricordano lo sguardo"...

Un abbraccio Sara

Fabio/Quee

fabri74 ha detto...

qulcuno vuol far si che certe cose si insabbino e nn parlo solo di Genova.Ci sono Dax,Renato,aldro,e tanti altri.Be nn dobbaimo mai dimenticarli,perche se no vincerebbero loro,che ci vogliono zittie e adeguati al sistema.mAI E POI MAI SAR' COSI.

guccia ha detto...

Fabrizio essere a Genova insieme a te (a a tutti i compagni) è stato un sostegno incredibile, da sola non avrei mai potuto andare. Sei un amico come ce ne sono pochi nella vita e, nonostante la lontananza fisica ti sento sempre vicino. Con te e con gli altri ho vissuto le più belle esperienze della mia vita, nel bene e nel male. Anche noi, nel nostro piccolo, sappiamo cosa deve subire in Italia chi pratica militanza politica. un problema che ci era ben presente anche prima di Genova. Grazie di essere anche qui. Ti voglio bene, non sai quanto.
Hai fatto benissimo a ricordare anche Dax e gli altri, di loro non parla mai nessuno.

Fabio non sai con che gioia ti ritrovo a sostenermi fra queste righe. Non vedo l'ora di risentirti, magari a voce, fosse anche via chat, grazie.
Un bacio enorme e spero a prestissimo.
Non sai con che affetto ricambio l'abbraccio.

Anonimo ha detto...

Splendido blog.
Saluti,
Irlanda
(http://www.irlanda.ilcannocchiale.it/)

spina ha detto...

troppo è l'odio..
.. che ancora scorre nella mia mente!!!

guccia ha detto...

Anche nella mia. È inevitabile. Un abbraccio Spina, pieno d'affetto.

l' esteta ha detto...

Non c'erano teste calde tra i manifestanti era tutta brava gente.
Di quel periodo ricordo solo una scritta su un muro che recitava :"Carlo Giuliani pompiere fallito"
Tentava di imparare un mestiere imbracciando l'estintore dalla parte sbagliata, lasciatelo imparare cribbio!!!

Gloutchov ha detto...

si... diciamo di si. :)

Marco ha detto...

Non trovo le parole,l'unica cosa che riesco a provare leggendo il tuo post è Rabbia,solo Rabbia!
La tua è una testimonianza chiara e limpida che scredita tutti quei ben pensanti che CONTINUANO a dire"le forze dell'ordine hanno svolto solo il loro dovere"!
Il loro dovere?
Impedire di manifestare pacificamente?
Creare il caos indossando abiti neri,caschi e mettere a ferro e fuoco Genova?
Picchiare senza pietà ogni essere vivente presente sulla loro strada?
La gente deve sapere!!!
Visto che non ho pubblicato nulla per il sesto "anniversario" del G8 (rischierei di essere scurrile e poco elegante nei confronti di coloro che hanno amministrato da squadristi questo avvenimento)mi permetto di pubblicare il tuo post sul mio blog!

"Dal mare odor di tempesta
E l'aria che puoi masticare
Ma i colpi di quei manganelli
Non fanno morire le idee.

Il fiore della ribellione
Tagliato dagli uomini neri
Buttato e lasciato per terra
Il vento l'ha portato via.

Ma il fiore della ribellione
Ha un seme che è volato via
E in qualche altra splendida terra
Un giorno rifiorirà."

CASA DEL VENTO-La canzone di Carlo-

mary ha detto...

Dopo aver letto mi sento assolutamente svuotata.Non riesco a scrivere. Mi assale la disperazione x l'impotenza di strillare davanti ad una testimonianza ke mi fa precipitare nelle memoria .......mi viene da piangere!!!!!

guccia ha detto...

Esteta peccato che non ricordi che l'estintore l'avevano tirato da dentro la camionetta i poliziotti per poter spaccare il vetro infrangibile e sparare alla testa. Peccato che non ricordi che poi sono passati con la macchina sopra il corpo e che invece di soccorrerlo l'hanno preso a calci. Peccato che non ricordi i black block che uscivano dalle caserme. Peccato che non ricordi che le molotov alla diaz ce le hanno messe i poliziotti. Peccato che non ricordi che il corteo, pacifico, è stato attaccato in zona concordata e quando non c'era nessun tipo di disordine. Peccato che non ricordi le torture, gli inni a Mussolini, gli insulti, i lacrimogeni usati come fucili e sparati ad altezza d'uomo, i tanti bussolotti di proiettile ritrovati per le strade... Vedi? Tu non ricordi perché non c'eri, io, invece, non posso dimenticare.

Grazie Marco e grazie mary, se non ci fossero persone come voi, che non si lasciano mangiare il cervello da media e potere, mi sarei già lasciata andare ad un odio violento.

Carlotta ha detto...

Basita..ecco. Chi non c'era purtroppo ha ricevuto informazioni filtrate nel bene e nel male, credo..Non so. Ricordo che una mia carissima amica che era li', quando e' tornata mi ha solo detto. Era uno stato di guerra.
Non hanno guardato in faccia a niente e a nessuno.
Che rabbia...

Carlo ha detto...

Ogni volta...brividi...senso di nausea...

Francesco ha detto...

E' tutto molto impressionante. L'unica osservazione, se mi consenti: dichiarare che censurerai i commenti che non condividi svaluta un po' tutto. Rendere pan per focaccia (anche se virtualmente e quindi con evidente differenza) non fa essere migliori.

guccia ha detto...

Francesco, in linea di principio hai ragione. Ma io sono stanca di sei anni passati a sentirmi dire: "se fosse stato per me avrei sparato sulla folla e ne avrei uccisi il più possibile" o un liquidare il tutto con un "tanto anche fra di voi c'era qualche testa calda". Il primo commento non lo tollero, mi dispiace. Sono stanca di tremare di rabbia e sconforto. Per quanto riguarda il secondo, è solo il commento di chi non c'era, non conosce, ma pretende lo stesso di dire qualcosa di politically correct. In tutti i casi è da stupidi non capire che non era quello (pur ammettendo che teste calde ce ne siano state e io non credo) il problema a Genova, non sono due cose paragonabili piccoli atti di vandalismo isolati e la tortura e la distruzione sistematica ad opera della polizia. Come avrai notato, quel genere di commenti alla fine li ho lasciati lo stesso e quella frase l'ho scritta chiaramente solo perché arrabbiata. Comunque per chi c'era sentirsi dire queste cose è ancora peggio delle botte, te l'assicuro.

Lo so Carlo. Grazie di esserci anche tu.

Anonimo ha detto...

Al G8 c'ero anche io, ho visto una quantità di teppisti e di criminali impressionante, gente che senza motivo lanciava oggetti sulla polizia, ed erano oggetti che potevano anche uccidere.
Non mi meraviglia quello che è successo, è OVVIO che ci andavano di mezzo anche le persone che non erano teppisti e criminali.
Bisognava fare come abbiamo fatto io ed i miei amici: appena vista la situazione, ce ne siamo andati di corsa. Eravamo già nel treno quando quel ragazzo fuori di testa, Carlo Giuliani, veniva ucciso mentre assaltava una camionetta dei carabinieri con un estintore (che si aspettava un premio?).

guccia ha detto...

Se quando hanno ucciso Carlo Giuliani eri già sul treno per casa, hai visto veramente poco, visto che si trattava di una delle prime cariche. Non perderò molto tempo a risponderti perché non credo alla tua testimonianza, credo ai miei occhi, che i tre giorni, a Genova, se li sono fatti tutti. Cosa ci facevi lì (infatti non c'eri) se poi ai primi casini te ne sei andato? Noi credevamo in un'idea e siamo rimasti. Per favore, la prossima volta firmati, lascia un'e-mail magari e soprattutto vai a sparare cazzate su un altro blog.
Resta il fatto che non ti devi permettere di insultare un ragazzo che neanche conosci e permetterti di dire cose che non sai. Le persone peggiori, i peggiori commenti che ho sentito, comunque, pensandola anche in modo traviato, avevano pena di un ragazzo che ha perso la vita a vent'anni, tu non riesci a provare neanche questo briciolo di umanità. Vergognati.
Quello che hai scritto si commenta da solo.

Tisbe ha detto...

Un incubo.
Una delle pagine più buie della storia contemporanea italiana

magogae ha detto...

Tutta la mia comprensione a chi ha avuto il coraggio di manifestare. Si rimane scioccati dall'insensatezza di tanta violenza da parte di chi, in teoria, dovrebbe invece proteggerti, da parte di chi ha l'obbligo morale di discernere e capire eventualmente chi attaccare. Non si può sparare sulla folla. Ma del resto abbiamo potuto vedere in tv che gente lavora all'interno delle forze dell'ordine. Non credo ci sia bisogno di specificare.

marina ha detto...

ciao guccia, non lo avevo letto questo post. E' atroce, come è stato atroce quello che è successo. Il buio della sospensione della democrazia.
vorrei abbracciarti
speriamo che paghino
marina

Alzata con pugno ha detto...

sbarco solo adesso sul tuo blog e direttamente su questo post, grazie ad un link di tua madre. Io non c'ero. Non sono partita, mi è stato impedito da mia madre terrorizzata, ero lontana dalla Liguria e sarei partita da sola. Sono le giustificazioni che mi do per non essere stata lì con voi fisicamnte. La mia presenza probabilmente non avrebbe cambiato quello che è successo, sicuramente avrebbe cambiato me...non riesco a perdonarmelo.

rudyguevara ha detto...

ciao,ho saputo sul blog di tua madre e sono venuta a leggerti.che cosa potrei dirti che nn suoni ovvio o scontato?solo che ti abbraccio,e che vorrei poter con questo abbraccio cancellare dalla tua memoria e da quella di chi come te ha subito queste nefandezze il dolore.ma nn e' possibile,lo so.speriamo solo che giustizia vera venga fatta.

guccia ha detto...

Vi ringrazio, le vostre parole sono molto più di un abbraccio.
Dopo anni di solitudine trovare qualcuno che capisce la gravità della situazione, che crede a quello che abbiamo visto ci aiuta a sperare quando la speranza ci sembrava morta per sempre.