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22 dicembre 2008

Migrazioni

Mi capita da sette anni e mezzo di vivere la condizione dell'emigrante. Non sembri ridicolo il fatto che il mio spostamento sia stato appena di trecento chilometri e spiccioli. Anch'io, infatti, ho avuto i miei sacchi neri di plastica in cui infilare la falsa e ipocrita consolazione di oggetti familiari a far stringere il cuore a tradimento; ho conosciuto la fatica e il disagio del non capire una lingua, un dialetto che mi escludeva dai discorsi delle persone più anziane come dalle chiacchierate più familiari o concitate; mi sono sentita straniera in una terra che poco o niente assomigliava alla mia, ma a cui dovevo, almeno in parte e col tempo, cercare di assomigliare. C'è il rischio di perdersi, però, per una donna di collina e di mare a sforzarsi di assomigliare alla pianura. Così, il primo periodo, ho aggiunto un chilo al mese nel ricordo delle curve dei miei profili all'orizzonte, fino a superare il primo anno grazie ai dodici chili circa di ansia trasformata in zuccheri ed energia, grasso a proteggere dal freddo sconosciuto a chi ha sempre vissuto in un clima umano più mite.
Poi, in certi angoli di questa grande casa che è il mondo e che per fortuna nessuno riesce ancora a pulire, perché scomodi e stretti - o forse perché non conviene, ingenuamente non si ritengono pericolosi da chi detiene il potere - ha cominciato a fermarsi una polvere particolare fatta soprattutto di cose vecchie che raccontano al nuovo e lo rendono vissuto, già stratificato. Fatta di quello che l'umano ha di universale, fatta di pazzia, utopia e poesia, fatta di incontro e racconto.
Così si cedono paure e sconforto cedendo chili, fino a tornare al giusto peso dell'anima dove tutto quello che avanza non ha a che fare con lo sfogo, ma è stato solo puro piacere, peccato capitale, gusto di vivere. Ci si comincia a sentire a casa. L'altra casa. Quando si ritorna si può viaggiare in treno seduti verso il senso di marcia, e non più con le spalle alla strada.
Oggi avrei voluto raccontare della Garfagnana, che ogni anno ci accoglie come se non fossimo solo di passaggio - in particolare di un luogo fra le alpi apuane e l'apppennino - di Lucca, bellissima più che mai tutta vestita a festa e dove Piazza Krasnaja - un mio vecchio racconto - è stato adottato una seconda volta fra musica e teatro e una nuova pubblicazione, ma il sentimento più forte era quello del mio nomadismo interiore. Per due meravigliose speranze, invece, per il racconto di quelle, ci può essere solo il bar e possibilmente un bar con la vetrina mezza appannata a guardare progetti di vita affrettati e infreddoliti procedere verso l'una o l'altra strada, all'incrocio.
Ne approfitto, però, almeno stavolta, per ricambiare un gesto che mi ha commossa (non mi piacciono le catene, ma se c'è di mezzo l'affetto è diverso) e per farvi gli auguri. Natale mi mette ansia, la cosa migliore che mi sento di augurarvi è che questi giorni di festa vi vedano in cammino.



Ho ricevuto da ed attraverso i suoi due blog (l'altro è imperia parla) questo premio dedicato ai blog che hanno dimostrato impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali. Commossa lo assegno a mia volta (parenti esclusi!).

Il regolamento del premio è questo:
1. accettare e comunicare il regolamento visualizzando il logo del premio
2. linkare i blog che ti hanno premiato
3. premiare altri 15 blog meritevoli avvisandoli del premio

A piena voce
Alzata con pugno
Attaccati alla spina
Babilonia61
CalMa
Chit
ed
Frutti di stagione
Il più personale dei piaceri
Ineziessenziali
Pensare in un'altra luce
Che vuoi farci è la vita, è la vita, la mia
The bookshow
Tipi d'aMare
Zefirina

Perdonatemi se non dovessi avervi avvisato, ma sempre più la lettura dei blog per me è un piacere puro da godermi in momenti e stati d'animo particolari. Cosa che si vede forse dalla mia bassa frequenza di commenti lasciati, ma che vi garantisce un affetto vero e una lettura attenta e appassionata. Se vi leggo, seppure spesso silenziosamente, link o no, comunque vi apprezzo. Sono giochini, questi, che mettono sempre in difficoltà.

10 dicembre 2008

Sbiadite impressioni di maremma

Insieme ai gatti mendichiamo qualcosa da mangiare e un po' di caldo in un bar da pescatori, a Porto Ercole. Grosseto, coi suoi mercatini e i droghieri dalla faccia piena - cecina e castagnaccio - è già alle nostre spalle e il mare si è finalmente svelato. Fa freddo anche in maremma.
Un uomo ha preso un polpo e gli toglie la vita sugli scogli, i pescatori sbrogliano le reti e s'ingraziano il mare: è l'ultimo giorno di festa. Il sole cala sul golfo, mentre il faro si accende e con la sua lampada accende la luna. Il viaggio è stato lungo a partire dal punto in cui la terra respira e nasce la nebbia, occhi interrotti dal muro bianco ora pattinano fra mille acrobazie lasciando segni come giochi d'aerei su un orizzonte invernale.
Il paesaggio addomesticato esplode selvatico e irsuto, le parole e gli steccati lo sporcano di cultura. Massi ammucchiati ai margini dei campi ne rivelano la resistenza all'uomo, la dose maggiorata di fatica. Luoghi da ulivi e pecore, mani callose grasse di pecorino e olio, terra rossa, piccoli capezzoli caldi. Lascivo filtrare fra valli.
Di notte i vicoli di Capalbio, uomini e cani frettolosi fra il vento gelido a rintanarsi in un locale di legna buona ad ardere nel camino, buon vino e Jazz. Sulle pareti fantasmi nudi di donne abbondanti a sfidare maliziose l'obiettivo. Pitigliano, Sorano, Sovana come note sulle spartito della terra, oltre il silenzio della campagna. Miracoli ricavati nel tufo rosa, case come rampicanti. Villani a sfrecciare su vecchi apetti colorati, trattorie da quattro tavoli e timida cortesia, fontane ingioiellate da mille riflessi.
Il gusto aromatico di vecchi libri usati in edizioni non più in commercio fra botteghe artigianali, meraviglie di legno d'ulivo, giocattoli scomparsi anche dalla memoria...

Immagini di Blogger


Chiudendo il racconto di due giornate che ci hanno fatto sentire ogni minuto di tempo come un regalo irripetibile, mi si permetta di esprimere il pensiero costante di questi giorni senza spiegare: all'infinita forza e generosità di Antonella, al dolore di Maria e Corina.

30 novembre 2008

Notturno appena illuminato: prima prova da taccuino per disordinate impressioni.

Le luci del palco vestono la pelle; i movimenti del corpo non feriscono l'aria, ma i gesti si trasformano in parole - parole straniere che pretendono d'essere capite per comunanza - codificate dall'intera storia della cultura umana.
Il tempo stuprato dalla società contemporanea, attraverso il mimo e la temporalità costruita del cinema, acquisisce consapevolezza e inizia a respirare nel traffico.
D'improvviso è silenzio.
Il passo strisciato sulle assi di legno.
E poi, di nuovo, la voce umana. Una donna grida il suo tormento stratificato in secoli di canto. Col canto si avvicina l'aria alle labbra e beve, assetata.
Scattano gambe e mani in una corsa sfrenata a schiacciare fra le mani un'idea come un insetto. Si scambiano millenni di scrittura per un tratto di matita.
Esplode il gesto che libera il movimento, segno grafico di arti.
Una donna può cullare il vento mentre il figlio è concime per la terra.
Silenzio.
Una preghiera striscia e cammina.
Il solista danza sui tetti. La metropoli si sveglia.
Alba gelida: consapevolezza della vita sulla pelle.
Mangiarsi le cellule che rimangono fra i denti. Dipingere di luce e vernice rossa.
Applausi!
La guerra si toglie la maschera e fa un inchino.
Respiro. Buio. Respiro.
Dialogo fra silhouette di note, fra il vento e un crescendo di pensiero, fra ritmo e risacca, fra mani.
L'uomo nasce nella frattura dell'istante perfetto: nel difetto.
Un idiota. Un barcaiolo nuota nell'odore del tuo fiato.
La risacca con dita di sasso suona la battigia.
Luce nel mare, anche oggi non c'è tempesta.

In bilico al confine del palco, al confine della realtà. In equilibrio precario sul misticismo del silenzio. Colonizzazione del buio.

25 novembre 2008

Atti di fede

Ragionavo su diversi tipi di atti di fede:
quello di volare su un areo affidando la propria vita al pilota;
quello di guardare un film - in particolare un documentario - confidando, per la fiducia insita nella vocazione ontologica di riproducibilità del reale del mezzo fotografico, che quel mondo sullo schermo sia effettivamente fedele a quello in cui viviamo (e qui entra in gioco la politica);
quello di fare un salto: utopia del volo.


Mangio un altro biscotto poi torno a studiare, ma non è "mica" facile reprimere e reprimere in categorie tutta la vita che ho in mente
Forse ho già detto che io non credo in Dio, ma credo nel pensiero geometrico puro, da cui nasce la cultura.

19 novembre 2008

Interno - giorno e notte.

No, non scappo, vorrei, ma sono qua: un forte prurito di nostalgia narrativa mi solletica le vene e non basta a placarlo una curiosità intellettuale incontrollabile per l'antropologia visuale. E non so come gestire le inquadrature mediocri di mia nonna che, a ottant'anni, mi affida in eredità il suicidio di suo padre. Sono paralizzata nella condizione di aver filmato il mio personale e ancestrale non filmabile.

10 novembre 2008

Come quando ascolti il silenzio fra un battito del cuore e l'altro: il senso del tempo fra il Museo Cervi e Piazza Alimonda Giuliani.

Non sono poi tante le giornate della vita di un uomo in cui si è talmente emozionati da riuscire a concepire il silenzio del proprio corpo fra un battito del cuore e l'altro.
Immaginate di percorrere un buio sentiero di montagna e, proprio quando comincia a montare la disperazione della consapevolezza dell'essersi persi, scorgere d'improvviso all'orizzonte le luci di un paesino isolato. Due luci più forti delle altre a illuminare la piazza, tante finestre accese a fare da coro alle luci principali.
Come si può descrivere la commozione? Come si può, oltre che con un bacio sulla guancia, comunicare a parole la gratitudine, l'emozione, il gusto intenso di una lotta condivisa? Come si può, poi, tenere a bada la sensazione che ti scivola sulla pelle - fino a farti rizzare tutti i peli delle braccia - a sentire strati di sofferenza e di speranza nella profondità e nel tono di una voce, di un canto accompagnato da "quattro note"? Un dolore e una forza che, probabilmente, solo una donna può esprimere.
Sono atea, ma sabato 8 novembre ho ascoltato cantare Giovanna Marini e Patrizia Nasini al Museo Cervi come si ascolta una preghiera, anche se non ho saputo rispettarla e ho sentito l'esigenza di cantare (di recitarla) a mia volta, aggiungere voce su voce, lode e lamentazione.
Poi, siccome mi mancavano le parole, l'ho baciata. Quando mi sono alzata per andare a
ringraziarla per l'incredibile lavoro artistico, per la lotta di conservazione della storia orale, della storia degli ultimi, della memoria di Pasolini muore civilmente un paese che è capace di uccidere anche il suo Poeta, [proprio come ora che scrivo] mi sono mancate le parole e l'ho solo baciata.

Persi le forze mie persi l'ingegno
la morte mi è venuta a visitare
«e leva le gambe tue da questo regno»
persi le forze mie persi l'ingegno.

Le undici le volte che l'ho visto
gli vidi in faccia la mia gioventù
o Cristo me l'hai fatto un bel disgusto
le undici volte che l'ho visto.

Le undici e un quarto mi sento ferito
davanti agli occhi ho le mani spezzate
la lingua mi diceva «è andata è andata»
le undici e un quarto mi sento ferito.

Le undici e mezza mi sento morire
la lingua mi cercava le parole
e tutto mi diceva che non giova
le undici e mezza mi sento morire.

Mezzanotte m'ho da confessare
cerco perdono dalla madre mia
e questo è un dovere che ho da fare
mezzanotte m'ho da confessare.

Ma quella notte volevo parlare
la pioggia il fango e l'auto per scappare
solo a morire lì vicino al mare
ma quella notte volevo parlare
non può non può, può più parlare.


Lei mi ha sorriso e mi ha detto che si è accorta che [le canzoni] le sapevo tutte. E io, grazie alla sua lotta di resistenza, mi sono sentita una giovane ragazza privilegiata. Privilegiata per aver vissuto tanta passione attraverso la voce stratificata della storia in odore di sangue, sudore e terra e non di carta stampata.
Tutto ciò nella stessa sala in cui, tempo fa, con la mia famiglia, ho potuto ascoltare le testimonianze degli orrori delle stragi nazi-fasciste, solo finché il cuore e il fiato di chi raccontava sono stati in in grado di reggere al disumano. Il resto non si può descrivere e, solo per questo, noi non sapremo mai fino in fondo cos'è stato l'inferno.
Ieri pomeriggio, se foste passati per le strade di Genova, ci avreste potuto vedere seduti su una panchina di Piazza Alimonda. Ricordavo fin troppo bene quelle strade anche se la tentazione era quella di chiedere un'indicazione alle camionette di celerini che sfilavano verso lo stadio: "scusate, voi che la conoscete bene, sapreste indicarci la strada per Piazza Alimonda?" Il semaforo ha cambiato tante volte colore prima che ci decidessimo a riprendere il nostro cammino. Come Giovanna fa rivivere i canti di quei malfattori, noi volevamo intensamente che Carlo rivivesse in noi in quel preciso luogo, fra anziani signori davanti ai loro caffè, un extracomunitario che cercava di sopravvivere vendendo fazzoletti, alcuni piccioni, un edicolante indaffarato, la vita indifferente ad ogni tragedia. Non ci ero più tornata e mi aspettavo di vedere il tempo ancora immobilizzato, come nell'istante immediatamente successivo allo sparo.

Non capisco come il tempo possa non vergognarsi di scorrere ancora in Piazza Alimonda.

Anche se ora mi sembra decisamente un fatto minore, c'è stato un convegno molto interessante che ha animato la sala conferenze dell'archivio-biblioteca Emilio Sereni dove ho avuto il piacere di tenere in mano vecchi e meno vecchi volumi di storia contadina, soprattutto.
L'occasione era quella della biennale del paesaggio. Si è ragionato di paesaggio polisemico, stratificato. Mi è dispiaciuto constatare che Farinelli si è limitato - pur facendo filtrare parole come esche di riflessione - a fare da coordinatore. Si è partiti dalla distinzione importante dei termini: territorio con il suo senso politico, paesaggio con il suo senso estetico. A Emilio Sereni il debito della scoperta dell'agricoltura come arte del paesaggio, "panorama culturale". Ri-scoprire - fin dai poemi omerici - la vite come simbolo del genio umano e del passaggio, del confine, del limite fra natura e cultura. Saper leggere il tessuto narrativo del paesaggio dall'archeologia alla contemporaneità, sentirvi all'interno la propria testimonianza identitaria, auspicare la nascita a livello di massa del concetto di coscienza del luogo. Perché il paesaggio è innanzitutto memoria e solo chi non ha memoria non ha bisogno di tutelare il paesaggio: l'identità, il luogo di riproduzione della vita sociale. Asor Rosa, infine, si è riscoperto commosso a trovarsi in quel luogo per la prima volta. Per la prima volta?! È così che mi ha lasciato tanto amaro in bocca nel mettermi di nuovo di fronte alla consapevolezza dei grossi limiti non tanto del panorama culturale italiano come dice lui nascondendosi dietro una pagliuzza, quanto invece della nostra classe intellettuale.



Su flickr qualche foto di una giornata a Genova fra via del campo e il porto e l'installazione del prof. Mario Turci al Museo Guatelli. Spero di poter presto pubblicare uno stralcio del concerto anche qua sul blog.

31 ottobre 2008

Contro il decreto Gelmini: corteo di Parma e (fin troppo) veloci riflessioni politiche


Qui tutte le foto che ho scattato giovedì 30 ottobre alla manifestazione di Parma contro il decreto Gelmini. Per quei ragazzi che, probabilmente, le stanno cercando.
Solidarietà per Yassir Goretz, compagno di rifondazione in stato di arresto a seguito degli attacchi fascisti al corteo di Roma preparati e gestiti a monte.
Parma, una città che ha una meravigliosa tradizione culturale è, tuttavia, ormai a ragione etichettata come una città snob, chiusa e razzista. L'intolleranza si respira soprattutto verso extracomunitari e meridionali ma anche, in dosi ridotte, verso chi non è emiliano o addirittura verso chi non è parmigiano. I vigili picchiano. Si fa repressione.
Parma, insomma, non è più da tempo la città delle barricate.
Nonostante questo un buon movimento di persone si è potuto vedere anche qui. Segno che, finalmente, comincia a filtrare l'idea che certe battaglie si debbano compiere a prescindere dall'orientamento politico, perché sono necessità che riguardano tutti (e non che l'orientamento politico debba escludere alla partecipazione, ma di questo parlerò fra poco). Da registrare, però, c'è il fatto che l'università sembra ancora addormentata e la stragrande maggioranza dei partecipanti riguardava gli studenti medi. Anche se, soprattutto nella facoltà di chimica, qualcosa si muove.
Per prima cosa ho notato una grande disorganizzazione all'interno di questo interessante movimento. Si urla a più voci l'apoliticismo (andare contro le decisioni di un governo, si sappia, è politica), l'apartitismo a tutti i costi, senza considerare che i partiti sono strutture (è vero, alle volte fin troppo burocratiche e che, come nel caso di Rifondazione hanno commesso errori politici che sono stati, però, ampiamente riscattati dall'ultimo congresso che ha finalmente riavvicinato il partito alla base e alla gente) che hanno acquisito notevole esperienza e un loro appoggio può essere notevolmente utile. Insomma non si è capaci di chiedere un permesso per una manifestazione, si chiede a Rifondazione di farlo e poi si insultano i tesserati che scendono in piazza con le bandiere: un controsenso mi pare. Tanto più che, a mio modo di vedere, i partiti della sinistra vera dovrebbero avere tutti i diritti (innanzitutto perché lo prevede la democrazia) di partecipare a questa protesta che li vedeva schierati fin prima della riforma Moratti. Sul diritto politico (non democratico) di parteciparvi del PD ho già qualche dubbio in più e consiglierei di andarsi a rivedere i decreti Berlinguer a proposito di scuola e finanziamento alle scuole private tanto per capire da dove parte il ciclo che ci ha portato direttamente alla Gelmini.
Ho partecipato e continuerò a partecipare, pur sentendomi quasi esclusa per la mia convinzione politica, a questo movimento, ma mi auspicherei che la protesta si diffondesse anche su altri temi. E non si tratta solo di solidarietà, di non protestare solo per quello che ci riguarda più direttamente (per questo mi aspetterei proteste almeno contro il precariato - non solo quello della ricerca - tanto più che gli studenti si presume e si spera diventino giovani lavoratori), ma si tratta di vere e proprie emergenze ambientali e democratiche che riguardano tutti, nessuno escluso. A quando le mamme con le carrozzine in piazza per proteggere il pianeta allo stremo che deve ospitare i loro figli? E' già passato alla camera il pacchetto che riguarda il ripristino del nucleare in Italia senza che sia ancora stato risolto il problema delle scorie, senza che sia incentivata la ricerca sulle fonti di energia pulita già oggi in grado di sostenere il nostro fabbisogno energetico, praticamente senza che i media ne parlassero (dov'era il PD? E dov'era quando il governo ha approvato l'articolo di legge che destina la gestione dell'acqua pubblica ai privati tanto per fare un esempio?).
Abbiamo avuto ronde di fascisti pilotate dall'alto ad attaccare i cortei pacifici di protesta (ribadisco che mi piacerebbe riparlare con certi ex-diessini oggi, a proposito della loro lettura dei fatti di Genova) o a invadere le sedi Rai. Abbiamo un'emergenza Rom che l'unione europea ha sancito come gravissima a livello di distruzione di un'intera popolazione. Ieri sera il TG2 ha detto la parola fascismo almeno dieci volte; si ritirano fuori vecchi filmati d'archivio dove Togliatti si volta a guardare Stalin per dimostrare che i comunisti sono cattivi; si esalta lo statista Mussolini; Gelli è in TV; si tagliano le gambe alla piccola editoria per avere finalmente una mono voce sostenuta con piacere e compiacenza da una grande mono opinione pubblica; si parla di sangue e repressione poliziesca... E mi vengono a dire che il movimento deve per forza essere apolitico. Mi sento male.

28 ottobre 2008

Strimpello due note di solitudine in vostra compagnia

Una giornata di semi libertà dopo tanti giorni passati agli arresti domiciliari di libri che non ho scelto di leggere. Di che mi lamento? Li ho amati lo stesso ed è sempre un privilegio poter ancora permettermi il lusso di studiare a tempo (quasi) pieno. Sarò un po' lenta oggi a mettere insieme delle parole, ma per niente al mondo rinuncerei a quella mano sotto la pancia della mia gatta nera. Lunga, scura e lucida come un fiume di notte. Le sento il cuore, la sento viva. Sono io a farle le fusa, che nella vita bisogna innanzitutto essere capaci di dare. Io e i suoi occhi giallo-verdi guardiamo le anime ancestrali che sono rimaste imprigionate fra le crepe - le rughe - di questo appartamento lontano dal mare che abbiamo iniziato a consumare insieme ormai sette anni fa.
Piove. Non so più per quanto tempo ho aspettato la pioggia. C'è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo. Io guardo le nuvole gonfie e le strizzo col pensiero, perché non esiste nient'altro al mondo che sappia creare in me quello stato naturale di lieve malinconia che mi riempie di voglia di fare. Da sola. Goccia inchiostro sul foglio, picchiano le gocce alla finestra. Ed è un suono che porta lontano: mi sento piccola piccola in viaggio su una foglia rossa che si è appena staccata dal ramo e va a colorare il grigio marciapiede. Talmente piccola da bagnarmi in fiumi che scorrono nelle linee della tua mano.
C'è quel mare troppo lontano, che durante l'ultimo viaggio era in burrasca. La schiuma bianca a gareggiare in luminosità con le nuvole a macchie. E dietro a tanta intensa e lacerante bellezza non poteva che esserci l'est. La minaccia di una nuova guerra, i soldati, le macerie e poi quella letteratura e quella musica (la mia), quel caldo pane profumato a scaldare le dita in una bettola di Sarajevo.
Vi ripropongo per l'ennesima volta un pezzo del lungo e pericoloso viaggio di un uomo dentro se stesso e in un paese lacerato, dove la trageda rimane dietro la nebbia perché il cinema non ha mezzi per raccontare tanto orrore. Un uomo a salvare fantasmi di memorie visive. Perché il cinema, la fotografia fanno parte del nostro album di famiglia mondiale. Mi piace, da quando ho letto un post di Marina, pensare che viaggiamo tutti sulla stessa astronave.
Sopportatemi, oggi va così e basta.



Poi mi è tornata agli occhi questa inquadratura e mi sono di nuovo emozionata. Un uomo con un bagaglio di vita troppo pesante per poter volare. Ma che avrà comunque saputo salire in alto nella maniera più umana possibile. Sono i peccati a dare concretezza ad un'anima. E noi, impietosi voyeur, impietosi amanti del cinema, stiamo lì a guardarlo nascosti dietro la finestra. Nudo. Lui che ha vissuto, noi che sopravviviamo.



Stasera esco, dentro quel maglione blu sformato. E appendo alle orecchie i soliti vecchi cerchioni di rame portandoli fra le gente come si porta una bandiera.

23 ottobre 2008

Quando democrazia è fascismo

Vi chiedo un attimo di pazienza. Un articolo davvero importante che mi è giunto attraverso la newsletter dell'ernesto, la rivista della terza mozione del mio partito. Questa è la nostra democrazia. Non mi stupisce (ero a Genova) ma ho comunque la pelle d'oca. Ormai si possono persino permettere di dirlo ad un giornale.

DO YOU REMEMBER GENOVA 2001?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno (...) ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città (...)dopo di che, forti del consenso popolare (...) le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. » (Francesco Cossiga)

Di seguito l’intervista completa pubblicata su Nazione – Carlino – Giorno del 23 Ottobre 2008

di Andrea Cangini

PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire? «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia? «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».

Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Nel senso che... «Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».

Anche i docenti? «Soprattutto i docenti».

Presidente, il suo è un paradosso, no? «Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero. «Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».

Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».

E` dunque possibile che la storia si ripeta? «Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».

Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti. «Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama...».

Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente... «Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all`inizio del- la contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com`era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla... Ma oggi c`è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».

21 ottobre 2008

Più che altro disordinato cinema (e troppe parentesi).

Più che altro alcune riflessioni che è più facile ritrovare qui che nel vortice di lettere nere in corsivo nervoso e quadretti della mia moleskine. In fretta. Sul poco cinema goduto in questi ultimi tempi.
Ho voglia - in particolare - di segnalare un film semi-nuovo: The dark knight di Christopher Nolan (sì, è il regista di Memento) titolo che agli appassionati di fumetti suonerà di certo "milleriano". E dai fumetti voglio partire, proprio io che di fumetti non me ne intendo molto, ma che con un'immagine di Batman (post anni '80) ci sono cresciuta. Me la ricordo ancora la mia prima volta al cinema: avevo sei anni e mi accompagnavano i miei zii. Ero uscita talmente affascinata dal film (il Batman di Burton dell'89) - e dal cinema: quel buio illuminato da mondi fantastici a cui sembrava, per qualche ora, di appartenere - da chiedere, timidamente, di poter portare a casa un gadget: un cappellino nero con il logo inconfondibile del pipistrello giallo sulla visiera e il paraorecchie! Così ho conosciuto questo supereroe complessato e borghese - la sua immagine stuprata dal merchandising sfrenato di Hollywood - ma anche filantropo e generoso (talmente convincente da farci quasi credere che esista un capitalismo buono). Di lì una piccola collezione di volumi sul pipistrello, quel poco che più o meno abbiamo tutti. Finita la pellicola di Nolan, dunque, mi sono sentita derubata. Mi è sembrato di intuire che - se il commercio non avesse vergogna di ingurgitare anche i sentimenti - questo dovrebbe essere l'ultimo film su Batman: quel personaggio invecchiato che - edajela con Miller - il ritorno del cavaliere oscuro aveva resuscitato. La psicologia dei personaggi, infatti, è talmente curata da svelarne nei dettagli l'immensità, la profondità che li rende non più esseri di carta trasposti sul grande schermo - nella vita - ma corpi pericolosamente caldi. Dunque il film rompe il piacere inconscio che mi catturava nei fumetti da ragazzina e mi rende conscia della loro grandezza. Un cattivo - penso al Joker naturalmente - che, come unica arma, usa la sua incredibile intelligenza; che si rende invulnerabile perché non corrotto nè dal denaro, nè dagli affetti e tanto meno dai ricordi, da una storia personale. Superiore a un Batman che perde - in quanto costretto a percorrere sempre l'unica strada che il Joker gli lascia aperta - e a cui Nolan toglie l'ultima maschera. Un Batman - Dio (colui che tutto vede, tesi supportata dalla scelta di Freeman nel ruolo del suo aiutante, attore che ha già interpretato Dio in "Una settimana da Dio": e il cinema che si auto-cita) costretto a lasciare il mondo che, egoisticamente, per un impulso personale, protegge. Un film dove un Dio martire scappa e vengono a cadere tutte le categorie morali e politiche del bene e del male (penso in particolare alla scena altamente metaforica delle navi dove, fra l'altro, è aspramente criticato il sistema democratico). Non si rispettano neppure le categorie di diritto e rovescio, il cinema esalta la propria superiorità ottica nei confronti dell'occhio umano e ribalta l'orizzonte. La sceneggiatura è una sceneggiatura di ferro, senza una macchia, intertestuale e dialogica nel senso più ampio del termine (sì, sto studiando per l'esame di Quaresima). Non solo citazioni in puzza di vecchio post-moderno, ma un lavoro a 360 gradi sull'intero panorama culturale. Non esplosioni, ma lavoro fino: camion ribaltati da un cavo d'acciaio invece che da un bazooka: un'opera spettacolare che dosa l'effetto degli effetti speciali, perché non è quella la sua forza. Un film che lascia l'amaro in bocca, che da in pasto allo spettatore solo minimi contentini qua e là per prepararlo alla batosta finale: Batman - almeno quello cinematografico - è stato svelato e non è più necessario, viene riconsegnato al mondo del fumetto con il bambino che, alla fine, lo vede scomparire e grida all'ingiustizia. Quel bambino siamo tutti noi che, almeno una volta nella vita, abbiamo amato Batman e - ammettiamolo - un certo tipo di (in)giusta società.
Poi Pranzo di ferragosto senza pretese (?), ma delizioso. Come a dire che si possono fare dei bei film anche con gli scarti di lavorazione (il neorealismo lo faceva, no?) e che oggi non bisogna essere per forza postmoderni. Come a dire che si può barare per far entrare un documentario a Venezia fra i film di finzione, l'olimpo del cinema, per non ghettizzarlo in mezzo ai generi di serie B (si sente che sono baziniana?). Falso sporco e in realtà curato fotograficamente, forse con troppa compiacenza nell'uso dello sfuocato in rapporto alla profondità di campo. Troppo realista quando fa vedere le anziane vecchine che sputazzano - la forza dell'imprevisto al cinema e la mosca sul viso della Giovanna d'Arco - mentre parlano? Commovente la sua capacità di ritrarre un piccolo mondo difficile con la giusta dose di ironia.
Infine Wall-E dove ritrovo lo spirito guatelliano (persino lo scarpone!) e la necessità di comunicare che la prima rivoluzione è quella ambientale (contro il Mercato del consumismo sfrenato). Quello della Pixar sempre più sembra un lavoro di resistenza (a partire anche dal delizioso, solito, corto iniziale) che riesce ancora - in parte - a non farsi disneyzzare del tutto (perché Disney ha bisogno di "cinematizzare" la computer graphic per non scomparire) e mantiene uno spirito sovversivo. Mi pare di aver scovato un difetto di sceneggiatura - o un obbligo di produzione - in rapporto al tema del valore dei ricordi che contamina irreparabilmente la conclusione. Ma i titoli di coda col loro potere politico (la cultura è politica) riescono a sciogliere il mio scoramento prima che mi alzi, per l'ultima volta in queste settimane, dalla poltrona rossa e dal mio insano amore.

13 ottobre 2008

11 ottobre: diario a quattro mani.

Ci alziamo la mattina dell'11 ottobre che è ancora buio. Ci mettiamo in viaggio e già fa capolino il sole; lo vediamo alzarsi all'orizzonte ma, soprattutto, ce lo sentiamo dentro. Siamo una famiglia dislocata geograficamente e la manifestazione è anche un'ottima scusa per rivederci. Sara e Gabriele partono da Parma in treno, perchè il pullman di Rifondazione parte troppo presto per un edicolante che deve consegnare i giornali. Franca, invece, da Ancona è già in marcia coi compagni del partito. Appuntamento fra di noi e con i tanti amici con cui abbiamo condiviso anni di impegno e di lotta in Piazza della Repubblica. Ad ogni traversina dei binari, ad ogni chilometro di strada, monta l'emozione. Nei nostri blog restano i segni, già vecchi, dello sforzo fatto per contrastare il silenzio colpevole dei media, i cellulari sono già scarichi nell'ultimo tentativo di convincere tutti della necessità di questa presenza.
Roma ci accoglie con una giornata quasi estiva, come volesse partecipare a rendere ancora più caldo questo evento. Ci fermiamo "in Piazza Esedra per il solito caffè" e cominciano i primi abbracci... siamo di nuovo tutti insieme! Il nostro piccolo nucleo familiare e quello più esteso di tutti coloro che (disoccupati, donne, studenti, giovani, lavoratori, pensionati, extracomunitari), come noi, credono davvero - e non si tratta solo di uno slogan - che un'Italia e un mondo diverso siano possibili.
Il corteo si muove poco prima delle due; tra i primi ci sono i compagni del Manifesto imbavagliati in segno di protesta per i tagli all'editoria, noi con lo striscione del comitato regionale, il segretario Ferrero finalmente sorridente: la sua ansia (e la nostra) si scioglie a vedere confluire un mare di bandiere rosse... ma quanti siamo?!
Ci sono davvero tutte le realtà della sinistra (c'è persino la banda di Testaccio!); c'è Véronique che, solidale, arriva da Parigi pronta a sostenere i compagni italiani e a scattare centinaia di fotografie; c'è Luigi, il nostro "friggitore di salcicce", con la bandiera della sezione di Montemarciano orlata a fili d'oro con i palloncini in cima all'asta; c'è tutta la nostra rappresentanza istituzionale al gran completo confusa fra gli altri; ci sono Andrea, Matteo, Simone, Schuma, tutti gli amici di sempre; c'è Marina meravigliosa e poetica "romanaccia autentica" con tanto di nipotino al seguito provvisto di kit da piccolo infermiere, pronto ad aiutare eventuali compagni infortunati. La nostra amicizia virtuale trova, in questa manifestazione che unisce, l'occasione di diventare reale (Marina, contiamo su di te per visitare le fosse ardeatine nel giro dedicato alla memoria che stiamo un po' alla volta percorrendo); c'è un compagno baffuto con un'immensa bandiera rossa che fatica a trascinare e che domina l'intero Circo Massimo. Proviamo un'indescrivibile emozione ad incontrare Haidi Giuliani con cui, noi reduci di Genova, per sempre condivideremo uno sterminato affetto, una giusta rabbia e un'esigenza di giustizia.
Arriviamo in piazza Bocca della Verità - mai così piena! - e ripercorriamo a ritroso tutto il corteo che continuerà a sfilare per più di cinque ore consecutive. Incontriamo Rinaldini coi compagni della FIOM, gli studenti compatti contro la Gelmini, tantissimi giovani (un'assicurazione per il futuro), il camion dei Giovani Comunisti/e che non smettono per un secondo di ballare. Siamo più di 300.000, dal palco azzardano un mezzo milione che non ci sembra poi così esagerato.
Sangue rosso scorre in ogni via (ogni vena) Roma è un cuore che pulsa.
Quando usciamo dalla metropolitana è già notte e il ritorno è l'occasione per tirare le prime conclusioni. E' evidente che la Sinistra c'è e ha ancora voglia di lottare. L'esigenza è quella di lasciarsi indietro le divisioni e gli sbagli politici: due anni di partecipazione al governo hanno lasciato il segno. La sconfitta elettorale è stata bruciante, ma anche per questo deve diventare la spinta per ripartire e ritrovare una logica di lavoro partecipato: la nostra gente ha dimostrato di esserci e di crederci ancora.
Ripartiamo da qui!
Intanto, semplicemente, ci acconteremmo di ripartire da Roma, ma all'appello i compagni non sono tutti: alcuni si sono persi in metropolitana! A metà strada siamo talmente stanchi che dobbiamo chiamare l'ambulanza perché un compagno è svenuto. Arriviamo a casa dopo le due e mezza (ma i compagni di Torino hanno fatto anche più tardi)... stremati, puzzolenti, ma felici!
Le foto di guccia e Franca le trovate qui

08 ottobre 2008

Le cose sono parole

Eravamo in tre a percorrere un sentiero di mare e montagna guardando curiose le cose sconosciute per sforzarci di raccoglierne con la memoria parole in due lingue: finché di un oggetto non si suonano le note del nome, tasti alfabetici, culturalmente non esiste.
Un po' come i libri che, con mattoni di lettere, costruiscono mondi interi.
Nelle chiese costringono al silenzio, la nostra voglia di raccontarci ci ha tenuto fuori dalla porta pesante del duomo.
Siamo tre sognatrici: giovani a cui non hanno distrutto la voglia di futuro e il ricordo del passato.

Cinque terre con Véronique e Lucia

22 settembre 2008

Diario di una malattia

Con mani gelide dalle dita insensibili alle lettere che vado arbitrariamente scegliendo su questa tastiera nera, cerco di riordinare un intestino - che identifico con la grotta della casa di Monterubbiano, quella dei miei nonni - dov'è lo sfogo soddisfatto di cibi altamente nutritivi. La casa, fra l'altro, me la vendono, occorrerà trovare un intestino di ricambio, a rischio di non aver più luogo per le passioni digerite di cui mi nutro.

Ad intervalli regolari, nella mia vita, ho sentito bisogno di percorrere una strada costeggiata da canali impreziositi dalle ginestre. Dal mare fino ad altezza 463 m.; una bambina delle elementari sa già che non si tratta ancora di una montagna. Ho goduto ad affacciarmi oltre la soglia di una delle chiese abbandonate di questo borgo dell'entroterra, sul cui pavimento polveroso, dacché io possa ricordare, giace una campana. Un batocchio di fantasia la percuote per assaggiarne la nota grave. Violare il portone pesante a guardia del quale sono poste, da sempre, vecchiette a ricamare.
Sono nomade ed emigrata, ma ho un paio di radici ben piantate, se mi allontano per troppo tempo le sento tirare.
Quando ho visto il cartello "vendesi" sulla porta della casa ora disabitata di cui possiedo ancora le chiavi, l'ho subito accettato: come ci si arrende alla notizia di una malattia senza cura. Mi sono istantaneamente rassegnata, non ho avuto l'abituale scatto ideale che mi porta a ricusare l'ingiustizia, a guerreggiare per le cause perse. Ma, papà, stavolta non mi sono andata a sedere fra i cipressi che proteggono ancora il tavolino di pietra sul quale nonno mi insegnava a giocare con la fantasia e poco altro: pietruzze, foglie, strobili. Non ho avuto il coraggio di guardare il lago di cielo che creano gli alberi addossati a cerchio l'uno all'altro aspettando, ansiosa ed eccitata, che vi si andasse ad affacciare il sole. Uscire sulla terrazza che dà sull'infinito, appoggiare al panorama uno sguardo che nei giorni più limpidi (i più sereni) oltrepassa i confini - più o meno lo stesso infinito impedito agli occhi e permesso alla fantasia dalla siepe a Leopardi - è stato come vedere per l'ultima volta la bellezza, sentire per l'ultima volta gli occhi attaccati al cuore, scordare il suono della tua voce che mi sussurra "fino al Gran Sasso". Non ho dormito, perché ho ascoltato per tutta la notte: nel buio - illuminato da stelle non impedite nel loro splendore dalla luce dell'uomo - il vero silenzio, non il rombo di un'automobile; all'alba un gallo, un cane, il suono musicale dei ciottoli del borgo scossi da una carriola carica accompagnato dal passo pesante di un uomo che indossava stivali; a giorno fatto una donna che batteva i panni. L'udito era una dimensione che mancava al mio ricordo ora completo, definitivamente e solo memoria nel momento in cui staccheranno le fotografie di quando eravamo piccoli e della tua laurea in medicina - la prima di una famiglia contadina - dai muri. Prigioni di un'anima di luce sbiadita. Non vedrò più i miei dolci fantasmi nel riflesso della pendola, non sentirò l'odore umido della polenta e dei rametti di origano secco e stampa su fogli di giornale.
Ho cercato a tastoni nel buio la presa di corrente che serve ad illuminare la grotta. Papà, non sento più l'intestino.

05 settembre 2008

La generazione che si vorrebbe non ci fosse. Ovvero restituiteci memoria e futuro.

Mi siedo a raccontare con occhi e orecchie pieni del gusto intenso di questi giorni. Le pagine del mio taccuino nero di nuovo ferite da segni profondi, una grafia che, da sempre, ha preferito il tratto spesso e pesante alla velocità, pur concedendo così molto spazio al bordo pagina, dove i pensieri più autentici, quelli che non si dimenticano, sono scritti nell'aria che respiriamo e gli altri si dissolvono senza delitto se non quello del puro citazionismo, dello sfoggio culturale.
Sono tornata dal festival della mente di Sarzana con un cesto pieno di impressioni che non si possono liquidare in poche righe (a meno che non si trasformino in aforismi), ma a cui spero, col tempo, di trovare la giusta collocazione.
A Mantova, invece, mi sono dovuta scontrare per l'ennesima volta con un argomento che, ultimamente, riempie tante bocche a cui piace sfamarsi con un'aria - io credo - ben diversa da quella che circondava il mio taccuino: "aria fritta".
Stavolta era il turno di Scalfari che era al festival della letteratura a presentare un libro di Heisenberg: "Fisica e oltre", un testo nel quale fisica e filosofia si contaminano e si fondono. A parte le critiche più o meno ovvie che chiunque fosse stato presente può portare all'organizzazione dell'evento (un timer che cronometrava una mezz'ora di acciaio che neppure parole blindate di senso avrebbero potuto sfondare) Scalfari si è attaccato alla penosa presentazione (due ragazzine che leggevano tre parole a testa neanche fossero Cip e Ciop) per portare la solita critica alla generazione dei giovani. Francamente, da giovane, sono stanca di gente che si riempe la bocca di (parziali) conseguenze senza indagarne le cause. Ricerca che, fra l'altro, non prevederebbe di utilizzare strumenti di fisica classica per studiare un sistema di fisica quantistica. Si continua - compiaciuti - ad urlare al fatto che sarebbe nata una generazione che non c'è (che non fa passeggiate di dodici ore per discutere di fisica e del creato in un castello per rimanere alle dichiarazioni di Scalfari). Io, invece, voglio ribaltare la questione e dichiarare che, in questo paese di gerontofili, la generazione dei giovani si sarebbe voluto che non ci fosse. Mi fa specie che padri, madri, nonne e nonni continuino a dichiarare (in televisione, nei bar, sui giornali, a incontri sul principio d'indeterminazione) che i giovani sono una classe di sbandati, dediti solo al bullismo senza, innanzitutto, pensare che quegli stessi giovani sono i loro figli, i loro nipoti. Se fosse (del tutto)vera la situazione che dipingono i responsabili sarebbero, dunque, loro stessi.
Di giovani, in effetti, alle conferenze che ho seguito ce n'erano pochi.
Ma quello che tengo a dire è che se una generazione ha dei problemi (culturali) è la società ad essere malata e la nostra, oltre ad essere malata, è compiaciuta di esserlo perché le poltrone, in questo modo, continueranno a scaldare gli stessi sederi e gli introiti saranno sempre più alti (fino a che non finirà la rendita, ovviamente, ma questo riguarda il futuro che siamo incapaci di vedere: questo sistema economico non potrà durare per sempre). Un liberale più di ogni altro dovrebbe averlo presente a rischio di confondersi con un liberista... al punto che mi chiedo se l'ateismo ruggente - e lo dico da atea - non serva ormai che a frenare l'ultimo nemico del mercato: quello religioso. Un editore che butta sul mercato quintali di inutile carta stampata non può dichiarare che non ci sono giovani scrittori di talento, perché gli stessi sono affogati sotto quei quintali di alberi sacrificati al consumismo. Un insegnante che tiene una cattedra fino a 90 anni non può dichiarare che non ci sono giovani docenti o lamentarsi di avere cattivi studenti se è la struttura che non funziona, se i mezzi di comunicazione di massa bombardano di pubblicità perché il nostro sistema economico ha bisogno di consumo sfrenato per sostenersi (e la cultura è fuori dal mercato tant'è vero che vive di beneficenza statale o privata).
La mia è una generazione a cui hanno rubato i ricordi oltre che il futuro. Il nuovo è il cibo ingurgitato ed espulso prima ancora di essere digerito di cui ha fame il capitalismo. Agli oggetti non ci si affeziona, perché gli oggetti non si riparano, non invecchiano, non assumono i difetti che sono il cuore del sentimento umano. Come il precariato ha distrutto il futuro dei giovani, la globalizzazione distrugge il passato. Ci hanno insegnato a non parlare in dialetto e ad imparare l'inglese e ci hanno tolto la capacità espressiva. Ci hanno spiegato che studiare serve a far carriera e hanno distrutto la cultura, il piacere della lettura, l'allenamento alla curiosità.
La conclusione la lascio al linguaggio dell'ideologia, che questa società liquida sempre più spesso come una cosa, appunto, "da giovani": Signori adulti che giudicate senza giudicarvi... sia che lo facciate perché vi fa comodo o perché vi compiace o perché vi lasciate ingurgitare il pensiero dall'unica, grande, monodirezionata opinione pubblica, non siete altro che una banda di reazionari decisi a uccidere una generazione, perché ogni nuova generazione prevede il cambiamento!


Jan Švankmajer. Food - Breakfast (1992)

01 settembre 2008

Appunti. Maschile e femminile - Héritier

Sono una donna che abortisce le idee ancora prima che siano state concepite. Di conseguenza la mia mente è affollata di pensieri nati morti. Questo fatto ha un lato positivo: gli stimoli - seppure incompleti - mi servono a dar continuamente in pasto alla mia mente cibi che non saranno digeriti. La fame, insomma, rimane sempre.

Una questione di liquidi

Immagine di Maschile e femminile

L'immagine femminile a livello storico, epico, sociologico, antropologico, è qualcosa che stimola particolarmente questo mio insano appetito. Qualche settimana fa ho mangiato Maschile e femminile, il pensiero della differenza. Trattasi di uno dei lavori dell'Héritier, allieva di Lévi-Strauss, nonché una delle figure più interessanti per quanto riguarda il campo di studi dell'antropologia contemporanea. Attraverso l'analisi dei sistemi di parentela di varie popolazioni del mondo, l'Héritier acquisisce gli strumenti per un'indagine critica del pensiero della differenza.
Argomento centrale della nascita del pensiero della valenza differenziale dei sessi sarebbe dunque l'opposizione controllabile / incontrollabile inscritta nel funzionamento biologico. Più che conseguenza di una fragilità corporea, la differenza è una necessità del sesso maschile che si sente incapace di controllare la riproduzione. Già Aristotele prova questa presunta inferiorità della donna nell'incapacità dell'essere femminile di controllare la perdita sanguigna, perdita che invece nel maschio è voluta (caccia, guerra... situazioni cercate). Secondo il filosofo greco solo l'uomo ha la capacità di cuocere il sangue e trasformarlo in sperma, la donna, per il fatto di avere le mestruazioni, non può compiere questo atto (situazione che viene fatta dipendere dal calore corporeo). Questi elementi vengono, tramite la cultura, trasferiti nell'ordine sociale. Il dominio maschile, dunque, deriva da questa categoria conoscitiva, trasmessa per generazioni (interessante notare il fatto che l'idea che il sangue venisse prodotto dalle ossa era già presente fin dai tempi dei sumeri, che distruggevano le ossa dei nemici per distruggerne la storia, cioè il seme. Idea in seguito certificata dalla scienza). Studiando i sistemi di parentela patrilineari e matrilineari l'Héritier arriva ad individuare una ineguaglianza strutturale che fa sì che, nei sistemi matrilineari crow, la struttura si inceppi e non tutti gli uomini possano essere cadetti per tutte le donne del loro gruppo di filiazione, cosa che non accade mai nelle strutture speculari patrilineari. Il rapporto di ineguaglianza non è biologicamente fondato: questo prova che ogni sistema di parentela è una manipolazione simbolica del reale.
Sesso forte, sesso debole non sono altro che termini dell'ideologia.
Una parte del libro riflette, inoltre, sull'atteggiamento delle società nei confronti dell'infertilità femminile e bisogna annotare che tutti i casi di infertilità nelle popolazioni studiate (compresa la nostra, fino alle ultimissime scoperte scientifiche) erano imputate alla donna (donne spesso tacciate di stregoneria o ritenute pericolose per la comunità) grazie a sistemi di filiazione nei quali all'uomo era garantita sempre una discendenza, anche quando era, in effetti, sterile. La sterilità, infatti, non era mai vista come un qualcosa di ordine fisiologico. L'uomo dà la priorità all'ambito sociale su quello biologico, costruendo categorie culturali a seconda dei propri bisogni. L'Héritier a questo proposito cita una sentenza samo che dice è la parola che fa la filiazione, è la parola che la sopprime. Con vari esempi si arriva alla conclusione che la filiazione non è mai un semplice derivato della generazione. Questi studi sui sistemi di parentela, oltre a stabilire l'errore dell'ipotesi diffusionista, spiegano il modo in cui la differenza si è tradotta in diseguaglianza. Per questo, fra gli altri, per la Chiesa cattolica ufficialmente vi è uguaglianza ma, siccome Cristo sceglie di incarnarsi in forma maschile, alle donne è vietato essere ordinate sacerdote. Per questo i bastioni della diseguaglianza sono contraccezione e aborto, la riappropriazione del corpo della donna. L'idea è quella che il seme veicoli tutta l'identità, di conseguenza alle donne era/è negato lo statuto di individui. Il potere riguarda dunque il controllo (la negazione del controllo) della riproduzione biologica e sociale.

27 agosto 2008

Il ciclo delle mie parole

Dai blocchi di partenza della cultura il muscolo atrofizzato della curiosità si tuffa. Annega, ma beve.
Trascinati dalla corrente del flusso temporale galleggiano pensieri cadaverici.
Raccolgo, nelle mani a coppa, parole liquide che filtrano nello spazio fra le dita dove non c'è memoria.


Non siete a Venezia? Vi segnalo questo
Ho creato questo e questo.

19 agosto 2008

Festival Nazionale del Teatro Dialettale. Premio La Guglia d'oro 2008

Dedico un altro spazio a questa manifestazione... perché lo merita. Agugliano non è soltanto un paesino dell'entroterra marchigiano, per me è il paesino dell'entroterra marchigiano. Perché ci sono cresciuta io, perché quando passo per le sue strade gli anziani mi salutano e sussurrano "ma quella non è la figlia del dottore?". Immerso nelle dolci colline cariche di viti e fra cittadine splendide e di alto valore culturale (Offagna, Recanati, Osimo, Jesi...) è stato distrutto dall'urbanizzazione selvaggia della vecchia DC, ma evidentemente ha un cuore di ferro. Grazie al lavoro dell'Associazione La Guglia ora ogni aguglianese può vantarsi di ospitare un Festival Nazionale di Teatro Dialettale e, ogni anno, nel campetto del prete, quando si spengono i lampioni stradali e si accendono le luci del palco, la consapevolezza è quella di contribuire a salvaguardare, a unire, a condividere, a imparare - grazie a lingue vive e fatte per stare insieme - un mondo autentico e vitale che lavorando con amore forse riusciremo a non far estinguere. Noi ci crediamo :)
Pubblico due video: un estratto del Festival con le sei Compagnie Teatrali finaliste e una parte dello spettacolo dell'ottimo gruppo folkloristico Li Pistacoppi città di Macerata... ogni volta che li guardo mi fanno venire voglia di sorridere e ballare. E come non ballare trascinati dal saltarello?


09 agosto 2008

Piccoli talenti crescono.

In occasione del Festival Nazionale del Teatro Dialettale organizzato dall'associazione La Guglia di Agugliano, la Compagnia Teatrale La Guglia ci ha deliziati con lo spettacolo Quel che nun se pô cumprà cun dô bòcchi di Patrizia Falcioni. Teatro e ricerca insieme per non dimenticare quello che siamo nell'utopia di salvare il mondo in cui vorremmo vivere.
Non sono solo piccoli, sono anche bravi!

21 luglio 2008

6058 chilometri fra Spagna del Sud e Portogallo.


Chiedo scusa a chi ha già letto o tentato di leggere queste parole o parole simili a queste su una cartolina scritta in fretta - in una mano la penna, nell'altra un bicchiere di porto - in faccia al Museo Alberto Sampaio, con un clown girovago che mangiava carte da gioco e mi baciava per comprarsi una birra, quando avevamo appena finito di deliziarci con un Bacalhau Assado com Batatas a Murro e Vino Verdhe in un ristorantino di Guimarães.


Sulla facciata della Sagrada Familia una ragazza di pietra suona note scolpite su corde di vento. Piange lacrime di guano la pastorella, in eterno la madre implora il soldato romano: mano di Erode; lago di vetro, raglio di sasso.
Dall'alto del Parc Güell un sole di porcellana.
Sorseggiamo Sangria sulle rive del Guadalquivir, autostrada di un'intuizione che ha violentato l'oceano prima, il mondo più tardi.
A Granada gitane elemosinano offrendo mazzolini di rosmarino. Sul punto più alto dell'
Albaycín un Cristo di pietra rammendato col fil di ferro. Profumo di dolci e sorriso arabo sopra la calle, sopra il bianco quartiere a illuminare il cielo della città. Finita la scuola padre e figlio a consegnare il pane in splendidi giardini, fiore di porcellana. Arabe fronde di un bosco di colonne, virtuosismo dell'intaglio.


Cattedrale di Faro, portoghese sud rurale dove la gentilezza non è ancora in apnea; romanico consumato sporcato di gotico al nord.
Mangiamo cibo a peso ad
Almodôvar, perché nulla vada sprecato.
Una vecchia che ricama sotto un azulejo da vedere col tatto, una processione musicale di fantasmi scesi improvvisamente da decine di pullman davanti alla Igreia de Olhão, dove donne accendono ceri pregando che l'oceano non spenga la vita dei loro uomini pescatori nei giorni di burrasca.


Timidi sfioriamo l'orgoglio gentile di Alfama, che non si lascia stuprare dal turismo. Gravido mistero delle sue vite vere.
Sussurrato da Saramago il Museo di Ovar, dove mischiare italiano, inglese e portoghese per condividere la lotta di resistenza dell'etnografia poetica. Sognare Bologna a Coimbra, lasciare appoggiati per sempre due o tre occhi sulla sua commovente Sé Velha.
Madonne medievali di legno tarlato e scrostato. Madonne Donne al nono mese, Madonne Donne del latte. Bambini i cui primi passi sono già passi di danza.



Muito obrigada Portugal.

Qui un'impossibile selezione delle 500 foto che hanno scattato i miei occhi.

02 luglio 2008

Po Drom

Preparo un viaggio. Pulisco e scopro un patrimonio di scatolini ammaccati o scuriti dall'uso. In un piatto le iniziali sbiadite di mia madre mi ricordano che non si tratta solo di oggetti, ma di un'eredità di esperienze. Nello scatolone, fra forchette e mollette, incastro ricordi. Scarpe comode sono già ben allacciate ai miei piedi, cammino col passo lungo di chi sa che ha da fare ancora molti chilometri. I pochi già percorsi li trasporto sulle spalle, come la mia bisnonna la fascina che tre uomini le caricavano in spalla. Allento le radici che mi legano a questa terra, alle mie colline dai piedi salati; fugge già la vista dall'aquilone che colorava il cielo sopra casa mia.
Po Drom. Con il cuore sono già sulla strada.
Agli amici porterò indietro parole e immagini.

27 giugno 2008

Senza titolo

Quattro becchini senza giacca davanti alla pieve. Anche la morte, oggi, sente caldo e si rimbocca la manica destra del nero mantello. Un sole bianco tagliente - come le quattro camicie, come decine di ossa - a penetrare la penombra odor d'incenso e gli scuri pensieri. Fecondare la vita col dolore. Come piccioni portare chicchi di grano e terra sui tetti, come vento un seme nelle fessure dei marciapiedi.

Poi ho letto due volte un libro meraviglioso. Deve avere qualche piega in più - a ricordare certe pagine per sguardi fugaci (fugaci amplessi) - di quelli che consideravo i più sgualciti (i più goduti, i più consumati).

22 giugno 2008

mercato vs Mercato.


L'estremo consumo contro l'estremo consumismo.

*Scarpa del Museo Guatelli

21 giugno 2008

La casa sull'infinito


Col poco tempo che avanza fra lavoro ed esami solo un ringraziamento per una giornata splendida, passata in un posto meraviglioso.

Alla più bella rezdora (nonché talentuosa attrice) del mondo, alla sua meravigliosa famiglia e compagnia di amici, a nonno Angelo che ogni volta c'insegna qualcosa di nuovo, noi ragazzi senza tradizioni.
Non è male ritrovarsi a tenere una giraffa in mano lavorando e giocando fianco a fianco con Véronique, che ha realizzato questo video delizioso.

Immaginate nel forno il crepitio della legna che arde. Il sapore aromatico che resta sul cibo e il sapore asprigno di marasche rubate. L'orizzonte fin dove non c'è più orizzonte.
Dondolarsi sotto le querce cercando di capire cosa sia recitazione (Ma Marco l'ha già capito).
Essere incapaci di descrivere quello che l'occhio meccanico, che sempre ci accompagna, forse non può registrare.
Senza la donna che mette il dito nella pasta, per provarne la lievitazione, non si può fare il pane.

03 giugno 2008

Il calderaro. Eravamo quindi siamo.

Rame, ossido, stagno, acido, sudore, veleno.
Pelle, muscoli, nervi e ossa.
Corpo e idea, uomo.
Cellula, pensiero, ricordo, parola, tradizione, essere.

[work in progress...]

(perché non ho abbandonato gli amici della Guglia e questo progetto mi spinge le pareti del cuore e dell'intestino)



Tecnicamente ha perso (molto più di molto) in compressione per internet e a causa di quei due fiumi di luce, il montaggio è provvisorio, ma la filosofia, l'amore, il bisogno, il rispetto ci sono già dentro tutti.

26 maggio 2008

Appunti per una teoria dell'identità zingara

L'identità si forma a contatto con la diversità, presupposto di una vera universalità. Questo è un concetto che i rom hanno molto chiaro. Ai loro bambini la prima cosa che insegnano è la differenza fra rom e non rom, ovvero gagè. In questo atteggiamento, sicuramente, si nasconde anche il seme di una diffidenza, frutto di millenni di persecuzioni e garanzia di sopravvivenza fisica e culturale (unione nella sofferenza), ma allo stesso tempo un diverso modo di concepire il mondo e se stessi. Per l'uomo occidentale, troppo spesso, non esiste diversità praticabile, il dialogo avviene solo a seguito dell'omologazione. I rom, invece, concepiscono quello che sono solo grazie alla differenza con l'altro. La storia ha dimostrato che l'occidente ha spesso considerato l'altro una minaccia da annientare o, peggio, fagocitare (colonizzare, adottare, educare). Zingaro, invece, non esiste se non esiste gagè. L'altro, proprio nella sua diversità, è valore fondante dell'io. Lo zingaro è abituato, dopo infinite peregrinazioni, al confronto con ogni popolazione e, da ognuno di questi confronti, nasce una specificità che non impedisce alle varie comunità sparse per il mondo di capirsi e riconoscersi a prescindere dal percorso migratorio affrontato. Ogni rom vive una doppia identità culturale. La propria e quella del paese d'appartenenza (ne adotta i riti, la lingua, le abitudini conservando, contemporaneamente, i propri). Alleandosi con la cultura maggioritaria ne impedisce l'assimilazione. Vogliamo cacciarli dalla nostra terra senza considerare che il rom non ha terra, di conseguenza il mondo intero è il suo luogo, nel mondo intero ha diritto di cittadinanza, dove è la comunità (che intera corrisponde alla nostra famiglia, anche senza vincoli di parentela) è la sua casa. Senza considerare, poi, il fatto che quasi tutti i rom che vivono ormai da decenni sul nostro territorio si sono registrati e sono, a tutti gli effetti, cittadini italiani.
Ci spaventa la diversità dell'uguale. Infatti, mentre le donne hanno mantenuto un aspetto "folcloristico" per ragioni pratiche (ad esempio un "effetto scenografico" per la chiromanzia), gli uomini, dovendo ormai adottare i lavori dei gagè, sono pressoché indistinguibili da noi.
La cosa che maggiormente avremmo da imparare da uno zingaro è la concezione utilitaristica del lavoro che viene sempre dopo la persona. Ormai incapaci di concepire le nostre vite al di fuori di una maschera sociale abbiamo corrotto irreversibilmente la nostra scala di valori e gli affetti, il piacere sono amputati dalla nostra vita frenetica. Il rom sa che il lavoro dà sostegno economico, ma è ancora in grado di pesare il valore dei rapporti e sa che una giornata spesa in compagnia è altrettanto importante che una giornata lavorativa. Costringere l'uomo ad orari fissi è stata una delle sconfitte dell'uomo contemporaneo che, dopo aver inventato macchinari che gli permettessero di avere più tempo libero (produrre di più in minor tempo con minori costi) non è comunque riuscito a liberarsi dalla costrizione della giornata lavorativa fissa e di tempo, di fatto, non ne ha risparmiato. Inoltre lo zingaro non concepisce il lavoro in termini di guadagno monetario, ma guadagno creativo.
Quando i primi rom provenienti dai paesi balcanici sono approdati in Italia, secoli fa, hanno adattato le loro abilità artigianali ed artistiche al nostro mondo prevalentemente contadino, seguendo le feste paesane e fornendo cure alle nostre credenze popolari (al malocchio). Con l'avvento della società dei consumi non è morta solo la solidarietà su cui si fondavano i rapporti fra le persone, ma sono venute meno le loro microeconomie. Li abbiamo costretti a mandare i bambini a scuola, nonostante la loro cultura preveda che la comunità intera si occupi dell'educazione dei bambini, per poi ghettizzare i piccoli creando classi speciali con portatori d'handicap e immigrati che non parlano la lingua attribuendo, così, un valore negativo alla differenza.
Il rom non concepisce la guerra. La guerra è conseguenza della sedentarietà, del considerarsi padroni, proprietari di qualcosa. Il nomadismo, invece, è collegato al concetto di commercio. Il mondo si trasforma in un grande mercato, luogo neutro, di scambio e di pace.

[...] xulaj [in romanes] significa padrone, colui che è il possessore, detentore di qualcosa, in particolare di terre e di case. Analizzando l'etimo di xulaj viene fuori una associazione molto sintomatica con rulì o xolì, che esprime la rabbia, l'ira. Dunque il possesso si accosta alla rabbia, mentre in italiano padrone deriva da padre, la persona che ha diritto di possesso, per lo zingaro il padrone rappresenta l'eterno irascibile.*

La nostra è una cultura scritta dove quasi non esiste spontaneità, ogni produzione culturale deve rifarsi al precedente, ogni produzione artistica è mummificata nel peso di una tradizione fondamentale e spesso ingombrante (rinascimento o neorealismo che sia).

In un convegno svoltosi a Cachan nel 1995 sulla Resistenza francese si alzò un signore e disse: "Io ho fatto tutta la Resistenza, ma mentre la facevo non avrei mai immaginato che fosse una cosa tanto complicata come ora la state facendo voi"**

Il rom fa vivere la sua cultura orale sul momento, per lui esistono solo il presente e la memoria che l'essere umano è in grado di archiviare, più vicina al concetto di esperienza che di Storia. Ciò gli assicura maggiore istinto e predisposizione all'ascolto. Maggiore capacità d'interpretazione. Con quintali di carta e le peggiori violenze non siamo stati in grado di sopraffare un alito di voce sempre pronto ad augurarci Lactho Drom: buon viaggio!


*L'identità zingara. Riti miti magie racconti proverbi lingua, Bruno Morelli, Anicia, 2006, pag.53
**Prima lezione di storia contemporanea, Claudio Pavone, Editore Laterza, 2008, pag.65

Domenica 8 giugno corteo nazionale contro gli atti razzisti perpetrati contro il popolo rom, per informazioni e adesioni http://www.associazionethemromano.it/newsletter.htm

19 maggio 2008

Sarà l'odore di pioggia che contamina i miei pensieri

Ho visto un uomo morire e diventare cosa, ma non non ho sentito la differenza con i vivi, oggetti del sistema. Il suicidio è ad un livello intellettuale superiore alla sopravvivenza, è il rifiuto della legge naturale, la lotta di liberazione dalla tirannia di una falsa realtà temporanea. La proclamazione del non essere per scelta opposta al non essere per condanna divina.
Ho visto un uomo morire in treno e così proseguire il viaggio. Cavo dell'alta tensione: onde sulla panoramica quasi salata del tramonto.
Poi l'amore di Antinoo e Adriano.
I mie sentimenti, pur in primavera, non si svegliano ancora dal lungo letargo di Genova.

14 maggio 2008

Dall'estremo ieri all'estremo domani

Finalmente posso presentarvi il motivo di tanta assenza dai vostri blog (e dalla mia vita). Del Museo Guatelli ho già avuto modo di parlare (qui) e di descrivere l'amore puro che mi lega a questo luogo in cui è contenuta tutta la poesia, la pazzia, l'utopia di Ettore; un luogo in cui ognuno dei suoi 120.000 oggetti parla, racconta la fatica dell'uomo. Nello stesso casolare di campagna ho imparato a far sorridere i bimbi, a costruire con loro burattini, lavorare al telaio e con la creta, raccontare come fosse un gioco la favola del maestro Ettore, aprire ad una ad una le porte del museo aspettando ogni volta il loro "oooooh". Poi, grazie al laboratorio sul documentario di Francesco Merini, alla pazienza dei tecnici dello spazio cinema di Bologna (Véronique, Stefano, Mirella), a Cisco e ai Modena City Ramblers a cui abbiamo rubato la canzone (e che dobbiamo aggiungere ai titoli di coda), abbiamo potuto (io, Silvia Guidotti, Fabio Terra e Lucia Tralli) realizzare questo ricordo di Ettore che, finalmente, ho modo di condividere sul blog. Con l'emozione con cui l'abbiamo realizzato vi chiedo 13 minuti di pazienza e, soprattutto, un vostro giudizio. Un grazie infinito alla direzione del museo ma, soprattutto, agli intervistati: Gianni Guatelli (il cugino di Ettore), Donatella Canali (sua ex-alunna), Jessica Anelli (conservatore del museo). Tutte persone veramente eccezionali.

03 maggio 2008

Frammenti di Terre di Ponente


Entri in Liguria e il cielo azzurro si staglia lungo i profili montani carichi di ulivi, poi scivola a valle lungo le terrazze e le nuvole diventano onde. Nei borghi medievali uomini sporchi dal lavoro si salutano ancora a pugno chiuso e i bambini, abbracciati dai portici, giocano in piazza discretamente sorvegliati dalla comunità intera. Nei bar si consumano mazzi di carte fra cani golosi e ruffiani, i piccoli si arrampicano sugli sgabelli per arrivare a chiedere un gelato. Ci si prende a parole solo un pò. I gatti sonnecchiano dopo i pasti preparati dalle gattare, aprono appena un occhio di traverso per sbirciare minacciosi o preoccupati un turista. Gli occhi divorati dalla luce non riescono ad abituarsi alla penombra delle chiese, l'odore dell'incenso e una musica di violino si diffondono nelle strade. Le case hanno messo radici e le donne hanno steso i panni. In un terrazzino un cavallo a dondolo aspetta la fine della scuola accontentandosi del vento. I carruggi e i burroni, l'odore dell'olio nei frantoi che acquisisce diverse sfumature sul legno e sulla pietra. A Toirano un Piccolo museo etno-antropologico dove sono narrate leggende scritte a mano su un vecchio quaderno a righe, il terribile Buranco; a Dolce Acqua le bandiere rosse per il 1 Maggio; ad Apricale una coppia che vende libri e difende dalle pallonate oggetti resi nobili dal tempo e poster del cirque du bidon: tristi pagliacci in pensione; ai piedi di Bajardo il mondo intero, nelle sue strade gli anziani a tenersi compagnia, le osterie coi tavoli pieni di vino e di birra, a dominare il paese la chiesa distrutta dal terremoto del 1887: soffitto di cielo e pavimento d'erba, raggi di sole a decorare le pareti; a Cervo i vicoli a cadere sul mare, terrazzine sospese e negozietti per turisti. Conquistiamo Castelvecchio di Rocca Barbena affascinati dalle vie mascherate da cunicoli in pietra dove l'edera mangia pietra e finestre e le case s'inginocchiano al castello. Un uomo chiama dalla finestra suo figlio. A Borgo di Balestrino ci fermiamo a parlare con una donna talmente affezionata e triste per il suo paese abbandonato a seguito di una frana, da tornare a tagliare l'erba della sua piccola aiuola fra le macerie, con un falcettino arrugginito.
Ad Imperia un sorriso amico, tutta la gentilezza di ed che ci mostra la Foce e il Parasio fra un belìn e l'altro. La sensazione di stare con chi conosci da sempre in luoghi che ti viene voglia di abitare. Come avere Crêuza de mä negli occhi, sentirla negli organi interni.

Anche se le uniche foto possibili le hanno scattate gli occhi qui trovate qualche avanzo d'immagine... fino al prossimo viaggio.

26 aprile 2008

Momenti a casa Cervi


Siamo arrivati "alla bassa" in un meraviglioso giorno di primavera. Già dalla mattina sapevo che non sarebbe stato un giorno qualunque e attendevo con ansia l'arrivo (fin da Ancona) in un treno superaffollato di mia mamma, mio fratello e Agnese. Ancora prima di alzarmi immaginavo che quell'alba mi sarebbe parsa di un rosso più intenso del solito, che una forte consapevolezza durante tutto il giorno avrebbe camminato a fianco del mio sentire, che uno spirito di fratellanza mi avrebbe reso lieve e dolce il respiro. Casa Cervi ti accoglie come solo un abbraccio materno è capace di fare. Appena entri nel cortile senti una dolce sensazione di calore al ventre, ti sembra che papà Cervi sia ancora lì ad attenderti. L'orizzonte infinito accarezza il fossato. Il grano, ancora verde, ondeggia sfiorato dal vento. Già dalla mattina avevo messo in borsa le bandiere che mi accompagnano da una vita. Ci aspettavamo che ad accoglierci, all'ingresso, ci sarebbe stato "Cin", partigiano sorridente dal dialetto difficile, e così è stato. A fianco a noi ragazzi con la kefia e i piercing, donne con fiori fra i capelli, gonne colorate, sottane, voci, giochi e sorrisi di bimbi, odore di grigliata, collane. Sotto il palco tanta gente aspettava di cantare. Ogni tanto intravvedevamo fra la folla numerosissima una mondina: cappello di paglia, calze smagliate, vestaglia, fazzoletto rosso al collo; poi un partigiano. Signore preparavano la pasta fatta in casa e ridevano delle mie importune fotografie. Avrei voluto portarmi via un ritratto di ogni componente di quella grande famiglia, una famiglia che sentivo mia. Dopo l'applauso del discorso ufficiale, migliaia di mani si sono alzate al cielo, ad accompagnare i Fiamma Fumana e il girotondo delle mondine più sorridenti che mai, Cisco, La Casa del Vento.

Son la mondina, son la sfruttata,
son la proletaria che giammai tremò:
mi hanno uccisa, incatenata,
carcere e violenza, nulla mi fermò...


Irresistibile voglia di saltare per scaricare la troppa vita che straripava dalle mie vene. Sollievo nella consapevolezza che la memoria non morrà mai, finché esisteranno partigiani come noi, tutti quelli che come noi parteggiano, sono di parte, dalla parte giusta! E un grazie speciale a chi ha reso possibile questa boccata di speranza.

Qui alcune delle tantissime foto, dei tanti ritratti, di questa indimenticabile giornata.

20 aprile 2008

A Pastè e per un uomo nuovo

Pastè passava le sue giornate in piazza. Pastè era sempre il primo a votare. Pastè era stato l'unico a concedere il muro di casa sua per appendere la bacheca con L'unità. Tutti conoscevano Pastè, ma quasi nessuno sapeva che Pastè era malato di tumore, uno di quei tumori che non lasciano speranza. La notte del 13 Aprile era stata particolarmente difficile, il dolore era una spia che poteva facilmente identificare. Il cielo nuvoloso, all'alba, era andato via via schiarendosi, fino a regalare alle persone libere un meraviglioso sole. Io dalle 6:45 vivevo la prigionia del seggio. Dopo due giorni di conteggi di schede, la burocrazia aveva ormai mangiato e digerito i miei pensieri. A cinque minuti dalla chiusura Pastè si era affacciato alla porta dell'aula di scuola materna in cui svolgevo per la prima volta il mio compito di scrutatrice. Il rappresentante di lista alla mia destra mi aveva sussurrato che non servivano documenti, solo una ragazza giovane come me poteva non sapere che quello era Pastè. Di fronte ai miei occhi un signore che dimostrava più della sua età, affaticato, ma deciso. Gli ho restituito la tessera elettorale. Sua sorella, che lo sosteneva, lo ha visto cominciare a piegarsi ma, nonostante tutto, arrivare fino alla cabina in cui non riusciva a stare in piedi. Provvidenzialmente gli è stata data una sedia. Si è seduto con la scheda e la matita in mano, ha cominciato a segnare il suo voto e poi ha emesso l'ultimo rantolo. La burocrazia ci ha impedito di precipitarci a soccorrerlo e si è dovuto aspettare il finanziere per tirarlo giù dalla sedia, perché la priorità era data alla scheda parzialmente votata. La burocrazia ha impedito ai soccorritori di non infierire con mezz'ora di rianimazione sul corpo di un uomo chiaramente morto. La burocrazia ci ha impedito di lasciare la stanza col cadavere, mentre i parenti subivano un doppio dramma. La burocrazia ci ha impedito di piangere l'uomo, che ormai non era altro che cosa, e ci ha costretti a proseguire, col cadavere nella stanza, al conteggio. Sono uscita a mezzanotte dal seggio ancora più convinta che questa società ha perso. L'uomo ha perso.
Veltroni, a cui Pastè stava cercando di consegnare il suo voto, nonostante la morte, sappia che ha disilluso la speranza di un uomo che stava morendo e ha comunque trovato la forza di vestirsi, salire in macchina, sfruttare gli ultimi minuti disponibili di apertura del seggio e di vita per credere ancora in qualcosa che è definitivamente morto con lui, è morto in questa società, è morto con questa politica.
I giornalisti comincino a sentirsi responsabili per questo clima di odio sociale, per questa caccia alla sicurezza, per questa esaltazione dell'interesse personale.
Non servono i commenti elettorali. Sono passata attraverso la completa sfiducia nell'uomo. In treno, al ritorno, ho guardato tutti con odio, ho pianto, ho singhiozzato, ho urlato senza che nessuno mi chiedesse se stavo bene, se avevo bisogno di una carezza. Ora ho solo bisogno di poter credere alla distruzione di questo modello sociale e alla riconquista di una solidale umanità. Una sinistra moderata non serve ed è bene che, per propria colpa e per colpa di chi di sinistra non ha più neanche l'ombra, sia scomparsa. Aspetto di capire se posso investire quel po' di anima che mi è rimasta in un nuovo progetto. Se si può di nuovo convincere a dare. Ho bisogno di tempo.

05 aprile 2008

Aki

Immagine di Dialogo sul cinema, la vita, la vodka

In me c'è un 60% di esistenzialismo, un 20% di comunismo, un 10% di ecologismo di sinistra e un 10% di anarchia. Tutto il resto è acqua e normale socialdemocrazia


Dialogo sul cinema, la vita, la vodka di Aki Kaurismäki e Peter von Bagh è, innanzitutto, pubblicato dalla casa editrice ISBN di cui segnalo anche Come gli stregoni hanno conquistato il mondo di Francis Wheen e curato dalla cineteca di Bologna. Il cinema di Aki mi è particolarmente caro perché rappresenta "un granello di sabbia in un mondo insensato" definizione tratta dalle parole del regista stesso, che così ha definito la sua scelta di rifiutare l'invito dell'academy of motion picture arts and sciences vista l'imminenza della guerra in Iraq, aggiungendo a ciò la dichiarazione che "il cinema deve vivere, ma si dovrebbe accordare la stessa possibilità ai civili iracheni: bambini, donne, uomini". Il cinema di Aki è spesso il cinema degli ultimi che arrancano nella società del colonialismo americano, ma quasi senza l'elemento del conflitto di classe, visto che dai poveri ai ricchi siamo tutti schiavi della stessa malattia: il mercato. E' un cinema che cerca disperatamente l'umano e lo trova nella dignità del sentimento che ormai riesce a sopravvivere solo nel bisogno, sopraffatto dalle insegne al neon che hanno distrutto l'immagine delle città e il criterio di solidarietà fra le persone. Commuove questa ricerca disperata di speranza, questo voler dare l'immagine della dignità, del rispetto di se stessi nonostante la perdita totale sul piano sociale degli emarginati che il cinema ha rifiutato di rappresentare. Helsinski, come fosse un corpo, si trasforma, diviene un cancro che, attraverso la disoccupazione, corrode l'essere sociale la cui unica salvezza risiede nella solidarietà che sta via via scomparendo. I dialoghi si rarefanno e gli attori recitano con la forza dello sguardo, la sensibilità europea del fare cinema diventa preponderante e si esprime la potenza ideale dell'inattività, della persona qualunque, dello spazio caricato di oggetti portatori della sensazione nostalgica della fine di un mondo e dell'inizio del niente. L'importanza del silenzio o dello spazio bianco fra le righe. Persino Amleto si mette in affari, nel commercio delle paperine di gomma. Lo stato sociale soccombe, il modello del socialismo reale perde la guerra fredda e alla Finlandia non resta altro che la vodka, così nasce la pazza anarchia anticlericale dei Leningrad cowboys con la loro critica a questa democrazia con la frusta. Di Aki mi piacciono il coraggio e la fantasia intuitiva e spontanea che non si lasciano schiacciare dalla sua notevole preparazione intellettuale, il suo modo di fare cinema con pigrizia e artigianato. Di Aki mi piace che i suoi personaggi possano parlare con un fiore o bruciare gli scritti di una vita per scaldare la propria donna malata senza cadere nella retorica ma essendo profondamente umani nel momento in cui l'umanità si estingue. Di Aki mi piace la foto di Peltsi bambino in Nuvole in viaggio. Mi piace sentire il desiderio di chiamarlo per nome, guardare il suo viso fotografato e, tastandolo, sentirlo caldo nonostante il gelo del Nord da cui sente l'esigenza di fuggire. Mi piacciono la sua ironia e la sua rabbia disperata a cui i suoi personaggi cercano di dare un'ultima speranza, il fatto che, nell'età del postmoderno, creda ancora all'importanza di una storia. A tutto questo denso umano, la sua amicizia con von Bagh aggiunge calore su calore, simpatia e comprensione immediata, il gusto di poter ascoltare una conversazione fra vecchi amici malati (quindi innamorati) di cinema e di vita, che non sono altro che la stessa cosa.