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26 giugno 2009

Non mi ricordo mai dei giorni come mi ricordo di certi momenti, per questo i miei scritti non hanno data.

Arresa

Il mio bisogno d'amore
è più grande del cielo
Se vuoi prendimi ma fallo con tenerezza
perchè l'anima mia potrebbe farsi male
Il mio bisogno d'amare
è infinito come l'universo
Se vuoi prendimi ma fallo con dolcezza
perchè l'amore potrebbe spaventarsi e fuggire

Bianca puledra

Sono schiava
sono regina
sono puttana
con lo sguardo di dolce madonna
sono orgogliosa di essere donna
e fra lenzuola di seta
sono una bianca puledra.

Ti porto a galoppo sul dorso
ti porto a galoppo sul petto
insieme facciamo un viaggio d'amore
sul prato di un comodo letto.
Ti gusti attimi intensi
e mi ammiri
fra grida gioiose
e brevi sospiri
amando di me
tutto quello che c'è.

Quando la corsa è finita
io ho avuto da te
tu hai avuto da me
quello che in eterno sarà
solo un attimo breve di vita.

Non sono una schiava
non sono regina
non sono puttana
non sono madonna:
sono una donna
che fra lenzuola di seta
sembra bianca puledra.

Confesso

Ho rubato i colori all'aurora
e l'ho regalati
ho rubato il profumo dei fiori
e l'ho regalato
ho rubato la gioia a un sorriso
e l'ho regalata
ho rubato la luce alle stelle
e l'ho regalata
ho rubato a un poeta i versi più belli
e l'ho regalati
ho donato il mio amore ad un uomo
rubandogli in petto il dolore
e me lo sono tenuto
ma grida e non riesco a farlo tacere.

Maria Teresa Batosti

22 giugno 2009

Il giorno in cui ho incontrato l'uomo dai quattromila lucchetti.


Approfitto di una pozza di solitudine per ritagliare uno scampolo di piacere oltre il ferreo dovere di questi giorni e raccontarvi la giornata di ieri prima che ne sbiadiscano i dettagli, seppure la sostanza mi accompagnerà per tutto il mio tempo.
Un giorno ho deciso che avrei voluto imparare a dare forma alle sensazioni, plasmare i pensieri in strutture di parole. Ho cominciato a fissare idee estemporanee, combinarle, imparare giochi di vocaboli, scommettere su uno stile modesto, che non andasse a intaccare l'emozione, la storia pura. Ne sono nati racconti, aforismi, scarabocchi, un abbozzo di romanzo lasciato al culmine del suo sviluppo per troppo dolore, per paura di voltare pagina. Trasmutavo - stegoneria narrativa - visi e sensazioni vissute da me o da altri in storie, insaporendo la realtà con incastri fra reale e reale immaginato.
Ieri ho avuto invece la consapevolezza di incontrare una storia viva, fatta di carne, tempo dilatato e respiro.


Cedogno è un paesino in sasso. Vi si arriva tramite una stradina sterrata che penetra nel borgo fra stretti muri ed ebeti tremanti anziani cani, apparentemente confusi al passaggio di un'automobile, raro mostro d'acciaio e meccanica a contaminare un paradiso naturale a guardia del quale sta il Monte Fuso. Delizia di paesaggio d'appennino.
La casa dell'uomo dai quattromila lucchetti domina il torrente, lungo la stradina che porta a valle verso un ponticello ed un mulino.
Ubriachi di ciliegie sotto spirito assaporate in una deliziosa trattoria da quattro tavoli [trattoria Tarasconi a Paderna di Neviano degli Arduini] vi siamo arrivati nel tardo pomeriggio dopo esserci gustati oggetto per oggetto - e artigianali piccoli spaventapasseri costruiti da un piccolo e disordinatissimo gruppo di bambini - un minuscolo museo etnografico, un piccolo sogno, un piccolo scrigno di memoria, questo a Bazzano [Museo Uomo Ambiente]. Lì abbiamo conosciuto un'altra temporalità resa possibile dal lavoro su un vecchio telaio, fra i suoni ritmati del legno, tatto di canapa e lino e vecchi canti popolari.Vittorio galleggiava sprofondato su una poltrona fra bacheche in vetro che esponevano un selezionatissimo e allo stesso tempo numeroso gruppo di oggetti. Ci scrutava dubbioso e diffidente, esaminava il nostro interesse per cercare di capire quanto valesse la pena dare di un tesoro raccolto, fra sacrifico e piacere, in una vita intera. Ci sfidava, volendo dimostrare che il suo Museo potesse essere all'altezza delle più belle collezioni. Tibet, Marocco, pezzi di età romana, lucchetti da sei chiavi, segreti dei templari. Il mondo intero a partire da un lucchetto ricevuto in prestito e smarrito in guerra, sepolto sotto un cumulo di macerie e mai più ritrovato, la cui combinazione a lettere riportava il nome esotico di una donna "Juana" che come una chiave chissà a quale serratura di cuore era stata legata. Poi qualcosa è scattato fra un incrocio di sguardi e Vittorio ha cominciato ad estrarre ferrosi e arrugginiti grossi lucchetti da scatoloni e buste di plastica, questi finalmente da toccare, oltre i grandi vetri dell'esposizione. Per noi ha svelato l'enigma di complicati meccanismi che per la sua sapienza non hanno mistero. Ha combinato chiavi e serrature, raccontato storie lontane nei luoghi e nel tempo, srotolato la sua vita, condiviso - regalo infinito - la sua meravigliosa passione. Vittorio ha fatto ancora di più. Ci ha mostrato l'oggetto più bello del mondo, qualcosa che non avremmo mai più rivisto nella vita (un porta monete da tram) e poi ci ha rivelato la sua cantina (lavatrici a mano, seminatrici adoperate dalle sue mani poderose e gentili come fossero violini, piccoli mulini casalinghi),fino a portarci a conoscere Tito, il suo migliore amico, un grassoccio cane nero dolcissimo e ad assaporare un caffè a casa sua. Si è lasciato fotografare abbracciato a sua moglie che ha pazientemente sopportato per tutti i loro anni la sua strabordante passione, vedendone irrimediabilmente contaminata la casa, mentre sua nuora metteva la caffettiera sul fuoco. E nell'attesa ci ha rivelato altre decine di meraviglie nella sua sala strapiena di cose, facendone parlare una ad una e poi riponendole in una precisa geografia di oggetti, materializzazione palpabile della memoria.
Sorrideva Vittorio. E noi sorridevamo, riconoscenti, con lui.

Museo storico del lucchetti
Museo Uomo Ambiente

20 maggio 2009

Stralci di vita. E quando la politica la fanno le persone e per giunta appassionate.


Vediamo se sono ancora capace di sporcare questo silenzio bianco con briciole nere di punteggiatura da pensieri smozzicati rammendati col fil di ferro su un tarlato pezzo di memoria. Di notte sogno talmente tanto e faccio sogni così complicati da svegliarmi stanca. Così ho imposto al mio alter ego il silenzio, ma lui mi ha spiegato che anche un uomo solo con se stesso vive nel frastuono dei suoi organi interni. Il mio tempo libero galleggia cadavere sulla superficie oleosa di un periodo denso.
Però fra gli impegni ho nascosto l'intera Padova coi suoi mercatini e le sue botteghe d'altri tempi: salumieri faccia piena, anguille nelle vasche di sbeccate mattonelle di coccio a far da vetrina alle pescherie, oggetti intrisi di passato a strizzarne racconti al solo vederli, i matti sotto al palazzo della ragione, dopo Giotto il battistero del Duomo da lasciarci storditi e le madonnine medievali ad allattare grassocci bambinelli fra le vene del legno e la lotta di sopravvivenza del colore.
Dei miei tre giorni in oriente - Udine al Far East Film - ho portato indietro un senso di stordimento e piacere. Uscita dalle quattro ore di proiezione di Love Exposure di Sono Sion (l'unica descrizione possibile sarebbe stata la mia e le altre facce), la sensazione era quella di aver aperto una breccia su una cultura dagli enormi contrasti, in cui si può passare dalla gioia alla tristezza, come dal trash al sublime con una facilità disarmante, inspiegabile nonché completamente affascinante e densa di significati umani al punto che l'unico confronto possibile resta la migliore letteratura russa ottocentesca. La città invasa da una marea di forzati volontari delle 16 ore giornaliere di cinema, al punto da farmi sentire quasi normale nelle mie escursioni cittadine, fra osterie semibuie visto che gli occhi faticavano a ritrovare il giusto rapporto diaframma/tempi di fronte alla luce del sole e ad espandere il loro campo visivo oltre i quattro lati del quadro. E cerco di esservi utile segnalandovi anche The equation of love and death di Cao Baoping.
Ma aspettate un minuto che metto su l'acqua della pasta, che tanto il ragù l'ho preparato ieri.
All'inaugurazione di una mostra fotografica, dopo aver cercato di esporre tre decenni di cinema in meno tempo possibile e averne comunque subito l'impazienza dei giornalisti mi sono chiesta perché la (mia) timidezza debba necessariamente essere un difetto così atroce in questa epoca standardizzata e perfetta. E l'ho pure caricata d'affetto citando Pasolini che racconta il suo primo incontro con Fellini che gli raccontava, trascinandomi in quella campagna perduta in un miele di suprema dolcezza stagionale, la trama delle Notti. Io, gattino peruviano accanto al gattone siamese, ascoltavo con in tasca Auerbach.
Poi da brava mamma gatta curo la mia palla di pelo nero che si è presa un brutto acciacco stagionale, nell'utopia di mostrarvi il cuore dell'essere donna attacco l'uno all'altro corpi digitali, organizzo filmografie in improbabili nomi danesi, cerco di concludere - e magari chissà di ricominciare - anche l'università seppure, e nonostante la mia impreparazione cinematografica, continuo a comprare libri d'antropologia (che se ritenuti buoni saranno prontamente inseriti e commentati in aNobii).

E adesso la conclusione col botto: la mamma (Franca Bassani o la Franca di Francamente), finalmente, si candida a sindaco. Dopo 16 anni di amministrazione comunale in cui ha ricoperto svariate cariche, ha acquisito una competenza notevole e si è fatta praticamente da sola l'opposizione avendoci messo tempo e cuore come nessuno (chi la conosce come anche i tanti che telefonavano a casa perché sapevano di trovare l'unica persona in grado di portare le loro proposte o di dare una risposta utile sa che non parlo con le parole di sua figlia), penso che sia davvero una candidatura forte, giusta. A lei, oltre a nomi di indispensabile valore, si è unita una lista fresca, giovane così che, oltre alla necessaria competenza, si è sviluppato un clima di gioiosa partecipazione. Alle riunioni, che io ho solo sfiorato, si vive un entusiasmo contagioso, si sta bene insieme. Si è inoltre convinti di portare avanti idee condivise da tutti che davvero hanno in potenza la forza di migliorare il paese, assolutamente al di fuori da interessi di parte. Molti di voi amici che passate a trovarmi in mezzo a questa confusione di tic da tastiera siete lontani per sostenerla, ma se volete riconoscere amicizia ad una lista di sinistra vera o conoscere il programma ci trovate sui blog, su facebook, per e-mail. E per chi fosse fisicamente vicino ad Agugliano (AN) vi segnalo l'iniziativa organizzata dalla nostra lista (A sinistra per Agugliano) con Fulvio Grimaldi, il 22 maggio alle 21,00 nei locali della sala polivalente del Socopad. Per il 29 maggio, invece, dopo il successo della prima, si sta organizzando la seconda cena di autofinanziamento.

P.S.: se qui latito mi potete sempre spiare attraverso finestre aperte a soffietto: twitter e facebook.


09 aprile 2009

Il coraggio e la solidarietà in Abruzzo

Questo blog non chiude, i muri non fanno parte della mia filosofia, ritroverà tempo e parole.
Oggi si fa spazio per un urlo:
vi comunico un riferimento sicuro per le donazioni per il terremoto. Rifondazione ha già improntato campi e tramite le brigate di solidarietà attiva e le sedi abruzzesi è sul territorio. Per le donazioni via internet da qui, se volete, potete dare in sicurezza il vostro contributo (e trovare altri link e informazioni).
E poi voglio segnalare il blog di una nostra vecchia amica blogger: Anna dove trovate altri riferimenti per gli aiuti sicuri e dove, soprattutto, grazie al suo coraggio e nonostante le perdite subite, sta cercando di fare vera informazione oltre il muro di omertà politica e giornalistica. Qui (da Marina) trovate le coordinate bancarie per aiutarla a ricevere un portatile dotato di connessione internet, la catena solidale del mondo dei blog si è messa in movimento.
Non smetteremo di parlarne finché anche l'ultimo abruzzese non avrà una sistemazione dignitosa e la certezza di tornare il più presto possibile ad avere un vero tetto per la sua famiglia.

Update: Rifondazione ha approntato due campi accoglienza a San Biagio e Camarda con servizi di cucina, asilo sociale, assistenza psicotraumatologica, lavanderia sociale.
Per il contributo economico:
Conto Corrente Bancario
RIFONDAZIONE PER L'ABRUZZO
IBAN: IT32J0312703201CC0340001497 (dall'estero aggiungere cod. Swift: BAECIT2B)
Per disponibilità varie tutti i recapiti sul sito di Rifondazione

Update 2:
Anna ha ricevuto il portatile!

31 gennaio 2009

Il tempo del racconto

Dov'è finito il mio tempo del racconto?
Fra un'inquadratura spiata in un cinema d'essay di Pordenone o nel sogno di condividere una passione fino a non dormirci la notte. Fra pagine di tesi, la mia, e pagine di tesi, quelle degli altri. Il senso di impreparazione culturale mi coglie più forte quando meno me l'aspetto e mi pietrifica l'intestino fino a bloccarmi, a tradimento, il respiro. Guardo la mia bella professoressa, dal viso d'attrice francese, l'ascolto ascoltarmi e poi sussurrarmi parole che rallentano i tempi della tensione. Mentre l'osservavo salire sul treno e sparire all'interno della carrozza, speravo intensamente solo di aver la possibilità di imparare ancora da lei.
E l'alba della domenica, che prima era furia di libertà, si leva ogni settimana come il momento del riposo fisico e mentale. Vorrei venire a incontrarvi, riposarmi nelle nostre case virtuali, appoggiarmi su una vostra frase e veder sfilare i vostri testi fino alla fine senza l'ansia dei troppi appuntamenti.
Intervisto anziane donne in questi giorni. Attraverso il sapere delle loro mani gesticolano storie talmente dense da annientarmi per vari giorni. Al montaggio di questi video mi si svela il senso stesso dell'essere donna, pazzia di fotogrammi mi fa credere che si possa salvare ancora qualcosa.
A teatro sono morta con Elisabetta Pozzi per tutto il tempo di Max Gericke e il sorriso dell'attrice che recupera il suo corpo è stato anche la mia dolorosa resurrezione.

08 gennaio 2009

Ai bambini palestinesi si ferma il cuore

Non si può restare indifferenti al massacro israeliano a Gaza di questi giorni. L'olocausto non può essere la scusa dietro cui nascondere il genocidio allora subito, oggi perpetrato. Si innalzano muri non solo in terra di Palestina, ma anche contro il buonsenso nascondendosi dietro un presunto antisemitismo, di facile risultato politico. I governi di Israele con i loro crimini di guerra sono i primi responsabili della stessa distruzione del movimento pacifista israeliano. Ma non voglio adesso parlare di simboli: di Sabra e Shatila, del piccolo Muhammad al-Dorra o magari di Rachel Corrie.
Mi vergogno della stampa italiana e di quel che resta di sinistra nel PD. Ho persino letto articoli in cui si dice che Israele sta facendo di tutto per limitare i danni alla popolazione civile. Per questo si bombardano gli ospedali? Si spara sui profughi che tentano di varcare la frontiera del loro stesso Stato e che il loro Stato non ha diritto di controllare? Si distruggono scuole dell'ONU? Si spara sui cortei pacifici di protesta? Si rinchiudono famiglie intere in una casa per poi bombardarla?
Il nostro paese ha liquidato la verità storica, ha dimenticato che in questo conflitto c'è chi ha ragione e chi ha torto, confuso politicamente resistenza e terrorismo (messo alla pari razzi artigianali sparati per difesa e un esercito massiccio sostenuto dalla superpotenza americana), nascosto il genocidio. In questo modo non si arriverà mai alla pace. Volutamente non si è arrivati alla pace. Pace è sinonimo di verità e di giustizia.
Nel 1948 Israele non esisteva. Ad oggi ai Palestinesi resta poco più della striscia di Gaza. Nel 1948 la Palestina non era un deserto, un cumulo di macerie. Guardando la cartina che descrive la perdita delle terre palestinesi non si può non pensare al genocidio, non si può non arrivare a credere che Israele si fermerà solo quando lo stato di Palestina non esisterà più (e di fatto ormai non esiste). Il rapporto, si diceva anni fa, è di uno a cinque. Per un israeliano ucciso cinque palestinesi cadono. Oggi, se si dovesse fare lo stesso macabro rapporto non ci sarebbe più proporzione. Su questo conta lo stato di Israele?
Ci siamo fatti mangiare il cervello con lo scontro di civiltà e adesso i bambini, in Palestina o meglio in quel che rimane della Palestina, non solo muoiono sotto le bombe (75 solo negli ultimi giorni), ma muoiono d'infarto per il freddo e il terrore.
Cosa resta da dire all'umanità quando il cuore di un bambino si ferma?
Mettetevi una mano sulla nostra sporca coscienza di occidentali, sull'insulto degli accordi di Oslo e provate anche solo a farvi venire il dubbio, per un minuto, chiedendovi se c'è anche la più remota possibilità che l'informazione vi abbia corrotti. Provate nel minuto successivo a pensare a cosa fareste voi se foste palestinesi. Poi chiedete prima la verità e poi la pace.

22 dicembre 2008

Migrazioni

Mi capita da sette anni e mezzo di vivere la condizione dell'emigrante. Non sembri ridicolo il fatto che il mio spostamento sia stato appena di trecento chilometri e spiccioli. Anch'io, infatti, ho avuto i miei sacchi neri di plastica in cui infilare la falsa e ipocrita consolazione di oggetti familiari a far stringere il cuore a tradimento; ho conosciuto la fatica e il disagio del non capire una lingua, un dialetto che mi escludeva dai discorsi delle persone più anziane come dalle chiacchierate più familiari o concitate; mi sono sentita straniera in una terra che poco o niente assomigliava alla mia, ma a cui dovevo, almeno in parte e col tempo, cercare di assomigliare. C'è il rischio di perdersi, però, per una donna di collina e di mare a sforzarsi di assomigliare alla pianura. Così, il primo periodo, ho aggiunto un chilo al mese nel ricordo delle curve dei miei profili all'orizzonte, fino a superare il primo anno grazie ai dodici chili circa di ansia trasformata in zuccheri ed energia, grasso a proteggere dal freddo sconosciuto a chi ha sempre vissuto in un clima umano più mite.
Poi, in certi angoli di questa grande casa che è il mondo e che per fortuna nessuno riesce ancora a pulire, perché scomodi e stretti - o forse perché non conviene, ingenuamente non si ritengono pericolosi da chi detiene il potere - ha cominciato a fermarsi una polvere particolare fatta soprattutto di cose vecchie che raccontano al nuovo e lo rendono vissuto, già stratificato. Fatta di quello che l'umano ha di universale, fatta di pazzia, utopia e poesia, fatta di incontro e racconto.
Così si cedono paure e sconforto cedendo chili, fino a tornare al giusto peso dell'anima dove tutto quello che avanza non ha a che fare con lo sfogo, ma è stato solo puro piacere, peccato capitale, gusto di vivere. Ci si comincia a sentire a casa. L'altra casa. Quando si ritorna si può viaggiare in treno seduti verso il senso di marcia, e non più con le spalle alla strada.
Oggi avrei voluto raccontare della Garfagnana, che ogni anno ci accoglie come se non fossimo solo di passaggio - in particolare di un luogo fra le alpi apuane e l'apppennino - di Lucca, bellissima più che mai tutta vestita a festa e dove Piazza Krasnaja - un mio vecchio racconto - è stato adottato una seconda volta fra musica e teatro e una nuova pubblicazione, ma il sentimento più forte era quello del mio nomadismo interiore. Per due meravigliose speranze, invece, per il racconto di quelle, ci può essere solo il bar e possibilmente un bar con la vetrina mezza appannata a guardare progetti di vita affrettati e infreddoliti procedere verso l'una o l'altra strada, all'incrocio.
Ne approfitto, però, almeno stavolta, per ricambiare un gesto che mi ha commossa (non mi piacciono le catene, ma se c'è di mezzo l'affetto è diverso) e per farvi gli auguri. Natale mi mette ansia, la cosa migliore che mi sento di augurarvi è che questi giorni di festa vi vedano in cammino.



Ho ricevuto da ed attraverso i suoi due blog (l'altro è imperia parla) questo premio dedicato ai blog che hanno dimostrato impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali. Commossa lo assegno a mia volta (parenti esclusi!).

Il regolamento del premio è questo:
1. accettare e comunicare il regolamento visualizzando il logo del premio
2. linkare i blog che ti hanno premiato
3. premiare altri 15 blog meritevoli avvisandoli del premio

A piena voce
Alzata con pugno
Attaccati alla spina
Babilonia61
CalMa
Chit
ed
Frutti di stagione
Il più personale dei piaceri
Ineziessenziali
Pensare in un'altra luce
Che vuoi farci è la vita, è la vita, la mia
The bookshow
Tipi d'aMare
Zefirina

Perdonatemi se non dovessi avervi avvisato, ma sempre più la lettura dei blog per me è un piacere puro da godermi in momenti e stati d'animo particolari. Cosa che si vede forse dalla mia bassa frequenza di commenti lasciati, ma che vi garantisce un affetto vero e una lettura attenta e appassionata. Se vi leggo, seppure spesso silenziosamente, link o no, comunque vi apprezzo. Sono giochini, questi, che mettono sempre in difficoltà.

10 dicembre 2008

Sbiadite impressioni di maremma

Insieme ai gatti mendichiamo qualcosa da mangiare e un po' di caldo in un bar da pescatori, a Porto Ercole. Grosseto, coi suoi mercatini e i droghieri dalla faccia piena - cecina e castagnaccio - è già alle nostre spalle e il mare si è finalmente svelato. Fa freddo anche in maremma.
Un uomo ha preso un polpo e gli toglie la vita sugli scogli, i pescatori sbrogliano le reti e s'ingraziano il mare: è l'ultimo giorno di festa. Il sole cala sul golfo, mentre il faro si accende e con la sua lampada accende la luna. Il viaggio è stato lungo a partire dal punto in cui la terra respira e nasce la nebbia, occhi interrotti dal muro bianco ora pattinano fra mille acrobazie lasciando segni come giochi d'aerei su un orizzonte invernale.
Il paesaggio addomesticato esplode selvatico e irsuto, le parole e gli steccati lo sporcano di cultura. Massi ammucchiati ai margini dei campi ne rivelano la resistenza all'uomo, la dose maggiorata di fatica. Luoghi da ulivi e pecore, mani callose grasse di pecorino e olio, terra rossa, piccoli capezzoli caldi. Lascivo filtrare fra valli.
Di notte i vicoli di Capalbio, uomini e cani frettolosi fra il vento gelido a rintanarsi in un locale di legna buona ad ardere nel camino, buon vino e Jazz. Sulle pareti fantasmi nudi di donne abbondanti a sfidare maliziose l'obiettivo. Pitigliano, Sorano, Sovana come note sulle spartito della terra, oltre il silenzio della campagna. Miracoli ricavati nel tufo rosa, case come rampicanti. Villani a sfrecciare su vecchi apetti colorati, trattorie da quattro tavoli e timida cortesia, fontane ingioiellate da mille riflessi.
Il gusto aromatico di vecchi libri usati in edizioni non più in commercio fra botteghe artigianali, meraviglie di legno d'ulivo, giocattoli scomparsi anche dalla memoria...

Immagini di Blogger


Chiudendo il racconto di due giornate che ci hanno fatto sentire ogni minuto di tempo come un regalo irripetibile, mi si permetta di esprimere il pensiero costante di questi giorni senza spiegare: all'infinita forza e generosità di Antonella, al dolore di Maria e Corina.

30 novembre 2008

Notturno appena illuminato: prima prova da taccuino per disordinate impressioni.

Le luci del palco vestono la pelle; i movimenti del corpo non feriscono l'aria, ma i gesti si trasformano in parole - parole straniere che pretendono d'essere capite per comunanza - codificate dall'intera storia della cultura umana.
Il tempo stuprato dalla società contemporanea, attraverso il mimo e la temporalità costruita del cinema, acquisisce consapevolezza e inizia a respirare nel traffico.
D'improvviso è silenzio.
Il passo strisciato sulle assi di legno.
E poi, di nuovo, la voce umana. Una donna grida il suo tormento stratificato in secoli di canto. Col canto si avvicina l'aria alle labbra e beve, assetata.
Scattano gambe e mani in una corsa sfrenata a schiacciare fra le mani un'idea come un insetto. Si scambiano millenni di scrittura per un tratto di matita.
Esplode il gesto che libera il movimento, segno grafico di arti.
Una donna può cullare il vento mentre il figlio è concime per la terra.
Silenzio.
Una preghiera striscia e cammina.
Il solista danza sui tetti. La metropoli si sveglia.
Alba gelida: consapevolezza della vita sulla pelle.
Mangiarsi le cellule che rimangono fra i denti. Dipingere di luce e vernice rossa.
Applausi!
La guerra si toglie la maschera e fa un inchino.
Respiro. Buio. Respiro.
Dialogo fra silhouette di note, fra il vento e un crescendo di pensiero, fra ritmo e risacca, fra mani.
L'uomo nasce nella frattura dell'istante perfetto: nel difetto.
Un idiota. Un barcaiolo nuota nell'odore del tuo fiato.
La risacca con dita di sasso suona la battigia.
Luce nel mare, anche oggi non c'è tempesta.

In bilico al confine del palco, al confine della realtà. In equilibrio precario sul misticismo del silenzio. Colonizzazione del buio.

25 novembre 2008

Atti di fede

Ragionavo su diversi tipi di atti di fede:
quello di volare su un areo affidando la propria vita al pilota;
quello di guardare un film - in particolare un documentario - confidando, per la fiducia insita nella vocazione ontologica di riproducibilità del reale del mezzo fotografico, che quel mondo sullo schermo sia effettivamente fedele a quello in cui viviamo (e qui entra in gioco la politica);
quello di fare un salto: utopia del volo.


Mangio un altro biscotto poi torno a studiare, ma non è "mica" facile reprimere e reprimere in categorie tutta la vita che ho in mente
Forse ho già detto che io non credo in Dio, ma credo nel pensiero geometrico puro, da cui nasce la cultura.

19 novembre 2008

Interno - giorno e notte.

No, non scappo, vorrei, ma sono qua: un forte prurito di nostalgia narrativa mi solletica le vene e non basta a placarlo una curiosità intellettuale incontrollabile per l'antropologia visuale. E non so come gestire le inquadrature mediocri di mia nonna che, a ottant'anni, mi affida in eredità il suicidio di suo padre. Sono paralizzata nella condizione di aver filmato il mio personale e ancestrale non filmabile.

10 novembre 2008

Come quando ascolti il silenzio fra un battito del cuore e l'altro: il senso del tempo fra il Museo Cervi e Piazza Alimonda Giuliani.

Non sono poi tante le giornate della vita di un uomo in cui si è talmente emozionati da riuscire a concepire il silenzio del proprio corpo fra un battito del cuore e l'altro.
Immaginate di percorrere un buio sentiero di montagna e, proprio quando comincia a montare la disperazione della consapevolezza dell'essersi persi, scorgere d'improvviso all'orizzonte le luci di un paesino isolato. Due luci più forti delle altre a illuminare la piazza, tante finestre accese a fare da coro alle luci principali.
Come si può descrivere la commozione? Come si può, oltre che con un bacio sulla guancia, comunicare a parole la gratitudine, l'emozione, il gusto intenso di una lotta condivisa? Come si può, poi, tenere a bada la sensazione che ti scivola sulla pelle - fino a farti rizzare tutti i peli delle braccia - a sentire strati di sofferenza e di speranza nella profondità e nel tono di una voce, di un canto accompagnato da "quattro note"? Un dolore e una forza che, probabilmente, solo una donna può esprimere.
Sono atea, ma sabato 8 novembre ho ascoltato cantare Giovanna Marini e Patrizia Nasini al Museo Cervi come si ascolta una preghiera, anche se non ho saputo rispettarla e ho sentito l'esigenza di cantare (di recitarla) a mia volta, aggiungere voce su voce, lode e lamentazione.
Poi, siccome mi mancavano le parole, l'ho baciata. Quando mi sono alzata per andare a
ringraziarla per l'incredibile lavoro artistico, per la lotta di conservazione della storia orale, della storia degli ultimi, della memoria di Pasolini muore civilmente un paese che è capace di uccidere anche il suo Poeta, [proprio come ora che scrivo] mi sono mancate le parole e l'ho solo baciata.

Persi le forze mie persi l'ingegno
la morte mi è venuta a visitare
«e leva le gambe tue da questo regno»
persi le forze mie persi l'ingegno.

Le undici le volte che l'ho visto
gli vidi in faccia la mia gioventù
o Cristo me l'hai fatto un bel disgusto
le undici volte che l'ho visto.

Le undici e un quarto mi sento ferito
davanti agli occhi ho le mani spezzate
la lingua mi diceva «è andata è andata»
le undici e un quarto mi sento ferito.

Le undici e mezza mi sento morire
la lingua mi cercava le parole
e tutto mi diceva che non giova
le undici e mezza mi sento morire.

Mezzanotte m'ho da confessare
cerco perdono dalla madre mia
e questo è un dovere che ho da fare
mezzanotte m'ho da confessare.

Ma quella notte volevo parlare
la pioggia il fango e l'auto per scappare
solo a morire lì vicino al mare
ma quella notte volevo parlare
non può non può, può più parlare.


Lei mi ha sorriso e mi ha detto che si è accorta che [le canzoni] le sapevo tutte. E io, grazie alla sua lotta di resistenza, mi sono sentita una giovane ragazza privilegiata. Privilegiata per aver vissuto tanta passione attraverso la voce stratificata della storia in odore di sangue, sudore e terra e non di carta stampata.
Tutto ciò nella stessa sala in cui, tempo fa, con la mia famiglia, ho potuto ascoltare le testimonianze degli orrori delle stragi nazi-fasciste, solo finché il cuore e il fiato di chi raccontava sono stati in in grado di reggere al disumano. Il resto non si può descrivere e, solo per questo, noi non sapremo mai fino in fondo cos'è stato l'inferno.
Ieri pomeriggio, se foste passati per le strade di Genova, ci avreste potuto vedere seduti su una panchina di Piazza Alimonda. Ricordavo fin troppo bene quelle strade anche se la tentazione era quella di chiedere un'indicazione alle camionette di celerini che sfilavano verso lo stadio: "scusate, voi che la conoscete bene, sapreste indicarci la strada per Piazza Alimonda?" Il semaforo ha cambiato tante volte colore prima che ci decidessimo a riprendere il nostro cammino. Come Giovanna fa rivivere i canti di quei malfattori, noi volevamo intensamente che Carlo rivivesse in noi in quel preciso luogo, fra anziani signori davanti ai loro caffè, un extracomunitario che cercava di sopravvivere vendendo fazzoletti, alcuni piccioni, un edicolante indaffarato, la vita indifferente ad ogni tragedia. Non ci ero più tornata e mi aspettavo di vedere il tempo ancora immobilizzato, come nell'istante immediatamente successivo allo sparo.

Non capisco come il tempo possa non vergognarsi di scorrere ancora in Piazza Alimonda.

Anche se ora mi sembra decisamente un fatto minore, c'è stato un convegno molto interessante che ha animato la sala conferenze dell'archivio-biblioteca Emilio Sereni dove ho avuto il piacere di tenere in mano vecchi e meno vecchi volumi di storia contadina, soprattutto.
L'occasione era quella della biennale del paesaggio. Si è ragionato di paesaggio polisemico, stratificato. Mi è dispiaciuto constatare che Farinelli si è limitato - pur facendo filtrare parole come esche di riflessione - a fare da coordinatore. Si è partiti dalla distinzione importante dei termini: territorio con il suo senso politico, paesaggio con il suo senso estetico. A Emilio Sereni il debito della scoperta dell'agricoltura come arte del paesaggio, "panorama culturale". Ri-scoprire - fin dai poemi omerici - la vite come simbolo del genio umano e del passaggio, del confine, del limite fra natura e cultura. Saper leggere il tessuto narrativo del paesaggio dall'archeologia alla contemporaneità, sentirvi all'interno la propria testimonianza identitaria, auspicare la nascita a livello di massa del concetto di coscienza del luogo. Perché il paesaggio è innanzitutto memoria e solo chi non ha memoria non ha bisogno di tutelare il paesaggio: l'identità, il luogo di riproduzione della vita sociale. Asor Rosa, infine, si è riscoperto commosso a trovarsi in quel luogo per la prima volta. Per la prima volta?! È così che mi ha lasciato tanto amaro in bocca nel mettermi di nuovo di fronte alla consapevolezza dei grossi limiti non tanto del panorama culturale italiano come dice lui nascondendosi dietro una pagliuzza, quanto invece della nostra classe intellettuale.



Su flickr qualche foto di una giornata a Genova fra via del campo e il porto e l'installazione del prof. Mario Turci al Museo Guatelli. Spero di poter presto pubblicare uno stralcio del concerto anche qua sul blog.

31 ottobre 2008

Contro il decreto Gelmini: corteo di Parma e (fin troppo) veloci riflessioni politiche


Qui tutte le foto che ho scattato giovedì 30 ottobre alla manifestazione di Parma contro il decreto Gelmini. Per quei ragazzi che, probabilmente, le stanno cercando.
Solidarietà per Yassir Goretz, compagno di rifondazione in stato di arresto a seguito degli attacchi fascisti al corteo di Roma preparati e gestiti a monte.
Parma, una città che ha una meravigliosa tradizione culturale è, tuttavia, ormai a ragione etichettata come una città snob, chiusa e razzista. L'intolleranza si respira soprattutto verso extracomunitari e meridionali ma anche, in dosi ridotte, verso chi non è emiliano o addirittura verso chi non è parmigiano. I vigili picchiano. Si fa repressione.
Parma, insomma, non è più da tempo la città delle barricate.
Nonostante questo un buon movimento di persone si è potuto vedere anche qui. Segno che, finalmente, comincia a filtrare l'idea che certe battaglie si debbano compiere a prescindere dall'orientamento politico, perché sono necessità che riguardano tutti (e non che l'orientamento politico debba escludere alla partecipazione, ma di questo parlerò fra poco). Da registrare, però, c'è il fatto che l'università sembra ancora addormentata e la stragrande maggioranza dei partecipanti riguardava gli studenti medi. Anche se, soprattutto nella facoltà di chimica, qualcosa si muove.
Per prima cosa ho notato una grande disorganizzazione all'interno di questo interessante movimento. Si urla a più voci l'apoliticismo (andare contro le decisioni di un governo, si sappia, è politica), l'apartitismo a tutti i costi, senza considerare che i partiti sono strutture (è vero, alle volte fin troppo burocratiche e che, come nel caso di Rifondazione hanno commesso errori politici che sono stati, però, ampiamente riscattati dall'ultimo congresso che ha finalmente riavvicinato il partito alla base e alla gente) che hanno acquisito notevole esperienza e un loro appoggio può essere notevolmente utile. Insomma non si è capaci di chiedere un permesso per una manifestazione, si chiede a Rifondazione di farlo e poi si insultano i tesserati che scendono in piazza con le bandiere: un controsenso mi pare. Tanto più che, a mio modo di vedere, i partiti della sinistra vera dovrebbero avere tutti i diritti (innanzitutto perché lo prevede la democrazia) di partecipare a questa protesta che li vedeva schierati fin prima della riforma Moratti. Sul diritto politico (non democratico) di parteciparvi del PD ho già qualche dubbio in più e consiglierei di andarsi a rivedere i decreti Berlinguer a proposito di scuola e finanziamento alle scuole private tanto per capire da dove parte il ciclo che ci ha portato direttamente alla Gelmini.
Ho partecipato e continuerò a partecipare, pur sentendomi quasi esclusa per la mia convinzione politica, a questo movimento, ma mi auspicherei che la protesta si diffondesse anche su altri temi. E non si tratta solo di solidarietà, di non protestare solo per quello che ci riguarda più direttamente (per questo mi aspetterei proteste almeno contro il precariato - non solo quello della ricerca - tanto più che gli studenti si presume e si spera diventino giovani lavoratori), ma si tratta di vere e proprie emergenze ambientali e democratiche che riguardano tutti, nessuno escluso. A quando le mamme con le carrozzine in piazza per proteggere il pianeta allo stremo che deve ospitare i loro figli? E' già passato alla camera il pacchetto che riguarda il ripristino del nucleare in Italia senza che sia ancora stato risolto il problema delle scorie, senza che sia incentivata la ricerca sulle fonti di energia pulita già oggi in grado di sostenere il nostro fabbisogno energetico, praticamente senza che i media ne parlassero (dov'era il PD? E dov'era quando il governo ha approvato l'articolo di legge che destina la gestione dell'acqua pubblica ai privati tanto per fare un esempio?).
Abbiamo avuto ronde di fascisti pilotate dall'alto ad attaccare i cortei pacifici di protesta (ribadisco che mi piacerebbe riparlare con certi ex-diessini oggi, a proposito della loro lettura dei fatti di Genova) o a invadere le sedi Rai. Abbiamo un'emergenza Rom che l'unione europea ha sancito come gravissima a livello di distruzione di un'intera popolazione. Ieri sera il TG2 ha detto la parola fascismo almeno dieci volte; si ritirano fuori vecchi filmati d'archivio dove Togliatti si volta a guardare Stalin per dimostrare che i comunisti sono cattivi; si esalta lo statista Mussolini; Gelli è in TV; si tagliano le gambe alla piccola editoria per avere finalmente una mono voce sostenuta con piacere e compiacenza da una grande mono opinione pubblica; si parla di sangue e repressione poliziesca... E mi vengono a dire che il movimento deve per forza essere apolitico. Mi sento male.

28 ottobre 2008

Strimpello due note di solitudine in vostra compagnia

Una giornata di semi libertà dopo tanti giorni passati agli arresti domiciliari di libri che non ho scelto di leggere. Di che mi lamento? Li ho amati lo stesso ed è sempre un privilegio poter ancora permettermi il lusso di studiare a tempo (quasi) pieno. Sarò un po' lenta oggi a mettere insieme delle parole, ma per niente al mondo rinuncerei a quella mano sotto la pancia della mia gatta nera. Lunga, scura e lucida come un fiume di notte. Le sento il cuore, la sento viva. Sono io a farle le fusa, che nella vita bisogna innanzitutto essere capaci di dare. Io e i suoi occhi giallo-verdi guardiamo le anime ancestrali che sono rimaste imprigionate fra le crepe - le rughe - di questo appartamento lontano dal mare che abbiamo iniziato a consumare insieme ormai sette anni fa.
Piove. Non so più per quanto tempo ho aspettato la pioggia. C'è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo. Io guardo le nuvole gonfie e le strizzo col pensiero, perché non esiste nient'altro al mondo che sappia creare in me quello stato naturale di lieve malinconia che mi riempie di voglia di fare. Da sola. Goccia inchiostro sul foglio, picchiano le gocce alla finestra. Ed è un suono che porta lontano: mi sento piccola piccola in viaggio su una foglia rossa che si è appena staccata dal ramo e va a colorare il grigio marciapiede. Talmente piccola da bagnarmi in fiumi che scorrono nelle linee della tua mano.
C'è quel mare troppo lontano, che durante l'ultimo viaggio era in burrasca. La schiuma bianca a gareggiare in luminosità con le nuvole a macchie. E dietro a tanta intensa e lacerante bellezza non poteva che esserci l'est. La minaccia di una nuova guerra, i soldati, le macerie e poi quella letteratura e quella musica (la mia), quel caldo pane profumato a scaldare le dita in una bettola di Sarajevo.
Vi ripropongo per l'ennesima volta un pezzo del lungo e pericoloso viaggio di un uomo dentro se stesso e in un paese lacerato, dove la trageda rimane dietro la nebbia perché il cinema non ha mezzi per raccontare tanto orrore. Un uomo a salvare fantasmi di memorie visive. Perché il cinema, la fotografia fanno parte del nostro album di famiglia mondiale. Mi piace, da quando ho letto un post di Marina, pensare che viaggiamo tutti sulla stessa astronave.
Sopportatemi, oggi va così e basta.



Poi mi è tornata agli occhi questa inquadratura e mi sono di nuovo emozionata. Un uomo con un bagaglio di vita troppo pesante per poter volare. Ma che avrà comunque saputo salire in alto nella maniera più umana possibile. Sono i peccati a dare concretezza ad un'anima. E noi, impietosi voyeur, impietosi amanti del cinema, stiamo lì a guardarlo nascosti dietro la finestra. Nudo. Lui che ha vissuto, noi che sopravviviamo.



Stasera esco, dentro quel maglione blu sformato. E appendo alle orecchie i soliti vecchi cerchioni di rame portandoli fra le gente come si porta una bandiera.

23 ottobre 2008

Quando democrazia è fascismo

Vi chiedo un attimo di pazienza. Un articolo davvero importante che mi è giunto attraverso la newsletter dell'ernesto, la rivista della terza mozione del mio partito. Questa è la nostra democrazia. Non mi stupisce (ero a Genova) ma ho comunque la pelle d'oca. Ormai si possono persino permettere di dirlo ad un giornale.

DO YOU REMEMBER GENOVA 2001?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno (...) ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città (...)dopo di che, forti del consenso popolare (...) le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. » (Francesco Cossiga)

Di seguito l’intervista completa pubblicata su Nazione – Carlino – Giorno del 23 Ottobre 2008

di Andrea Cangini

PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire? «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia? «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».

Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Nel senso che... «Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».

Anche i docenti? «Soprattutto i docenti».

Presidente, il suo è un paradosso, no? «Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero. «Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».

Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».

E` dunque possibile che la storia si ripeta? «Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».

Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti. «Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama...».

Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente... «Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all`inizio del- la contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com`era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla... Ma oggi c`è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».

21 ottobre 2008

Più che altro disordinato cinema (e troppe parentesi).

Più che altro alcune riflessioni che è più facile ritrovare qui che nel vortice di lettere nere in corsivo nervoso e quadretti della mia moleskine. In fretta. Sul poco cinema goduto in questi ultimi tempi.
Ho voglia - in particolare - di segnalare un film semi-nuovo: The dark knight di Christopher Nolan (sì, è il regista di Memento) titolo che agli appassionati di fumetti suonerà di certo "milleriano". E dai fumetti voglio partire, proprio io che di fumetti non me ne intendo molto, ma che con un'immagine di Batman (post anni '80) ci sono cresciuta. Me la ricordo ancora la mia prima volta al cinema: avevo sei anni e mi accompagnavano i miei zii. Ero uscita talmente affascinata dal film (il Batman di Burton dell'89) - e dal cinema: quel buio illuminato da mondi fantastici a cui sembrava, per qualche ora, di appartenere - da chiedere, timidamente, di poter portare a casa un gadget: un cappellino nero con il logo inconfondibile del pipistrello giallo sulla visiera e il paraorecchie! Così ho conosciuto questo supereroe complessato e borghese - la sua immagine stuprata dal merchandising sfrenato di Hollywood - ma anche filantropo e generoso (talmente convincente da farci quasi credere che esista un capitalismo buono). Di lì una piccola collezione di volumi sul pipistrello, quel poco che più o meno abbiamo tutti. Finita la pellicola di Nolan, dunque, mi sono sentita derubata. Mi è sembrato di intuire che - se il commercio non avesse vergogna di ingurgitare anche i sentimenti - questo dovrebbe essere l'ultimo film su Batman: quel personaggio invecchiato che - edajela con Miller - il ritorno del cavaliere oscuro aveva resuscitato. La psicologia dei personaggi, infatti, è talmente curata da svelarne nei dettagli l'immensità, la profondità che li rende non più esseri di carta trasposti sul grande schermo - nella vita - ma corpi pericolosamente caldi. Dunque il film rompe il piacere inconscio che mi catturava nei fumetti da ragazzina e mi rende conscia della loro grandezza. Un cattivo - penso al Joker naturalmente - che, come unica arma, usa la sua incredibile intelligenza; che si rende invulnerabile perché non corrotto nè dal denaro, nè dagli affetti e tanto meno dai ricordi, da una storia personale. Superiore a un Batman che perde - in quanto costretto a percorrere sempre l'unica strada che il Joker gli lascia aperta - e a cui Nolan toglie l'ultima maschera. Un Batman - Dio (colui che tutto vede, tesi supportata dalla scelta di Freeman nel ruolo del suo aiutante, attore che ha già interpretato Dio in "Una settimana da Dio": e il cinema che si auto-cita) costretto a lasciare il mondo che, egoisticamente, per un impulso personale, protegge. Un film dove un Dio martire scappa e vengono a cadere tutte le categorie morali e politiche del bene e del male (penso in particolare alla scena altamente metaforica delle navi dove, fra l'altro, è aspramente criticato il sistema democratico). Non si rispettano neppure le categorie di diritto e rovescio, il cinema esalta la propria superiorità ottica nei confronti dell'occhio umano e ribalta l'orizzonte. La sceneggiatura è una sceneggiatura di ferro, senza una macchia, intertestuale e dialogica nel senso più ampio del termine (sì, sto studiando per l'esame di Quaresima). Non solo citazioni in puzza di vecchio post-moderno, ma un lavoro a 360 gradi sull'intero panorama culturale. Non esplosioni, ma lavoro fino: camion ribaltati da un cavo d'acciaio invece che da un bazooka: un'opera spettacolare che dosa l'effetto degli effetti speciali, perché non è quella la sua forza. Un film che lascia l'amaro in bocca, che da in pasto allo spettatore solo minimi contentini qua e là per prepararlo alla batosta finale: Batman - almeno quello cinematografico - è stato svelato e non è più necessario, viene riconsegnato al mondo del fumetto con il bambino che, alla fine, lo vede scomparire e grida all'ingiustizia. Quel bambino siamo tutti noi che, almeno una volta nella vita, abbiamo amato Batman e - ammettiamolo - un certo tipo di (in)giusta società.
Poi Pranzo di ferragosto senza pretese (?), ma delizioso. Come a dire che si possono fare dei bei film anche con gli scarti di lavorazione (il neorealismo lo faceva, no?) e che oggi non bisogna essere per forza postmoderni. Come a dire che si può barare per far entrare un documentario a Venezia fra i film di finzione, l'olimpo del cinema, per non ghettizzarlo in mezzo ai generi di serie B (si sente che sono baziniana?). Falso sporco e in realtà curato fotograficamente, forse con troppa compiacenza nell'uso dello sfuocato in rapporto alla profondità di campo. Troppo realista quando fa vedere le anziane vecchine che sputazzano - la forza dell'imprevisto al cinema e la mosca sul viso della Giovanna d'Arco - mentre parlano? Commovente la sua capacità di ritrarre un piccolo mondo difficile con la giusta dose di ironia.
Infine Wall-E dove ritrovo lo spirito guatelliano (persino lo scarpone!) e la necessità di comunicare che la prima rivoluzione è quella ambientale (contro il Mercato del consumismo sfrenato). Quello della Pixar sempre più sembra un lavoro di resistenza (a partire anche dal delizioso, solito, corto iniziale) che riesce ancora - in parte - a non farsi disneyzzare del tutto (perché Disney ha bisogno di "cinematizzare" la computer graphic per non scomparire) e mantiene uno spirito sovversivo. Mi pare di aver scovato un difetto di sceneggiatura - o un obbligo di produzione - in rapporto al tema del valore dei ricordi che contamina irreparabilmente la conclusione. Ma i titoli di coda col loro potere politico (la cultura è politica) riescono a sciogliere il mio scoramento prima che mi alzi, per l'ultima volta in queste settimane, dalla poltrona rossa e dal mio insano amore.

13 ottobre 2008

11 ottobre: diario a quattro mani.

Ci alziamo la mattina dell'11 ottobre che è ancora buio. Ci mettiamo in viaggio e già fa capolino il sole; lo vediamo alzarsi all'orizzonte ma, soprattutto, ce lo sentiamo dentro. Siamo una famiglia dislocata geograficamente e la manifestazione è anche un'ottima scusa per rivederci. Sara e Gabriele partono da Parma in treno, perchè il pullman di Rifondazione parte troppo presto per un edicolante che deve consegnare i giornali. Franca, invece, da Ancona è già in marcia coi compagni del partito. Appuntamento fra di noi e con i tanti amici con cui abbiamo condiviso anni di impegno e di lotta in Piazza della Repubblica. Ad ogni traversina dei binari, ad ogni chilometro di strada, monta l'emozione. Nei nostri blog restano i segni, già vecchi, dello sforzo fatto per contrastare il silenzio colpevole dei media, i cellulari sono già scarichi nell'ultimo tentativo di convincere tutti della necessità di questa presenza.
Roma ci accoglie con una giornata quasi estiva, come volesse partecipare a rendere ancora più caldo questo evento. Ci fermiamo "in Piazza Esedra per il solito caffè" e cominciano i primi abbracci... siamo di nuovo tutti insieme! Il nostro piccolo nucleo familiare e quello più esteso di tutti coloro che (disoccupati, donne, studenti, giovani, lavoratori, pensionati, extracomunitari), come noi, credono davvero - e non si tratta solo di uno slogan - che un'Italia e un mondo diverso siano possibili.
Il corteo si muove poco prima delle due; tra i primi ci sono i compagni del Manifesto imbavagliati in segno di protesta per i tagli all'editoria, noi con lo striscione del comitato regionale, il segretario Ferrero finalmente sorridente: la sua ansia (e la nostra) si scioglie a vedere confluire un mare di bandiere rosse... ma quanti siamo?!
Ci sono davvero tutte le realtà della sinistra (c'è persino la banda di Testaccio!); c'è Véronique che, solidale, arriva da Parigi pronta a sostenere i compagni italiani e a scattare centinaia di fotografie; c'è Luigi, il nostro "friggitore di salcicce", con la bandiera della sezione di Montemarciano orlata a fili d'oro con i palloncini in cima all'asta; c'è tutta la nostra rappresentanza istituzionale al gran completo confusa fra gli altri; ci sono Andrea, Matteo, Simone, Schuma, tutti gli amici di sempre; c'è Marina meravigliosa e poetica "romanaccia autentica" con tanto di nipotino al seguito provvisto di kit da piccolo infermiere, pronto ad aiutare eventuali compagni infortunati. La nostra amicizia virtuale trova, in questa manifestazione che unisce, l'occasione di diventare reale (Marina, contiamo su di te per visitare le fosse ardeatine nel giro dedicato alla memoria che stiamo un po' alla volta percorrendo); c'è un compagno baffuto con un'immensa bandiera rossa che fatica a trascinare e che domina l'intero Circo Massimo. Proviamo un'indescrivibile emozione ad incontrare Haidi Giuliani con cui, noi reduci di Genova, per sempre condivideremo uno sterminato affetto, una giusta rabbia e un'esigenza di giustizia.
Arriviamo in piazza Bocca della Verità - mai così piena! - e ripercorriamo a ritroso tutto il corteo che continuerà a sfilare per più di cinque ore consecutive. Incontriamo Rinaldini coi compagni della FIOM, gli studenti compatti contro la Gelmini, tantissimi giovani (un'assicurazione per il futuro), il camion dei Giovani Comunisti/e che non smettono per un secondo di ballare. Siamo più di 300.000, dal palco azzardano un mezzo milione che non ci sembra poi così esagerato.
Sangue rosso scorre in ogni via (ogni vena) Roma è un cuore che pulsa.
Quando usciamo dalla metropolitana è già notte e il ritorno è l'occasione per tirare le prime conclusioni. E' evidente che la Sinistra c'è e ha ancora voglia di lottare. L'esigenza è quella di lasciarsi indietro le divisioni e gli sbagli politici: due anni di partecipazione al governo hanno lasciato il segno. La sconfitta elettorale è stata bruciante, ma anche per questo deve diventare la spinta per ripartire e ritrovare una logica di lavoro partecipato: la nostra gente ha dimostrato di esserci e di crederci ancora.
Ripartiamo da qui!
Intanto, semplicemente, ci acconteremmo di ripartire da Roma, ma all'appello i compagni non sono tutti: alcuni si sono persi in metropolitana! A metà strada siamo talmente stanchi che dobbiamo chiamare l'ambulanza perché un compagno è svenuto. Arriviamo a casa dopo le due e mezza (ma i compagni di Torino hanno fatto anche più tardi)... stremati, puzzolenti, ma felici!
Le foto di guccia e Franca le trovate qui

08 ottobre 2008

Le cose sono parole

Eravamo in tre a percorrere un sentiero di mare e montagna guardando curiose le cose sconosciute per sforzarci di raccoglierne con la memoria parole in due lingue: finché di un oggetto non si suonano le note del nome, tasti alfabetici, culturalmente non esiste.
Un po' come i libri che, con mattoni di lettere, costruiscono mondi interi.
Nelle chiese costringono al silenzio, la nostra voglia di raccontarci ci ha tenuto fuori dalla porta pesante del duomo.
Siamo tre sognatrici: giovani a cui non hanno distrutto la voglia di futuro e il ricordo del passato.

Cinque terre con Véronique e Lucia

22 settembre 2008

Diario di una malattia

Con mani gelide dalle dita insensibili alle lettere che vado arbitrariamente scegliendo su questa tastiera nera, cerco di riordinare un intestino - che identifico con la grotta della casa di Monterubbiano, quella dei miei nonni - dov'è lo sfogo soddisfatto di cibi altamente nutritivi. La casa, fra l'altro, me la vendono, occorrerà trovare un intestino di ricambio, a rischio di non aver più luogo per le passioni digerite di cui mi nutro.

Ad intervalli regolari, nella mia vita, ho sentito bisogno di percorrere una strada costeggiata da canali impreziositi dalle ginestre. Dal mare fino ad altezza 463 m.; una bambina delle elementari sa già che non si tratta ancora di una montagna. Ho goduto ad affacciarmi oltre la soglia di una delle chiese abbandonate di questo borgo dell'entroterra, sul cui pavimento polveroso, dacché io possa ricordare, giace una campana. Un batocchio di fantasia la percuote per assaggiarne la nota grave. Violare il portone pesante a guardia del quale sono poste, da sempre, vecchiette a ricamare.
Sono nomade ed emigrata, ma ho un paio di radici ben piantate, se mi allontano per troppo tempo le sento tirare.
Quando ho visto il cartello "vendesi" sulla porta della casa ora disabitata di cui possiedo ancora le chiavi, l'ho subito accettato: come ci si arrende alla notizia di una malattia senza cura. Mi sono istantaneamente rassegnata, non ho avuto l'abituale scatto ideale che mi porta a ricusare l'ingiustizia, a guerreggiare per le cause perse. Ma, papà, stavolta non mi sono andata a sedere fra i cipressi che proteggono ancora il tavolino di pietra sul quale nonno mi insegnava a giocare con la fantasia e poco altro: pietruzze, foglie, strobili. Non ho avuto il coraggio di guardare il lago di cielo che creano gli alberi addossati a cerchio l'uno all'altro aspettando, ansiosa ed eccitata, che vi si andasse ad affacciare il sole. Uscire sulla terrazza che dà sull'infinito, appoggiare al panorama uno sguardo che nei giorni più limpidi (i più sereni) oltrepassa i confini - più o meno lo stesso infinito impedito agli occhi e permesso alla fantasia dalla siepe a Leopardi - è stato come vedere per l'ultima volta la bellezza, sentire per l'ultima volta gli occhi attaccati al cuore, scordare il suono della tua voce che mi sussurra "fino al Gran Sasso". Non ho dormito, perché ho ascoltato per tutta la notte: nel buio - illuminato da stelle non impedite nel loro splendore dalla luce dell'uomo - il vero silenzio, non il rombo di un'automobile; all'alba un gallo, un cane, il suono musicale dei ciottoli del borgo scossi da una carriola carica accompagnato dal passo pesante di un uomo che indossava stivali; a giorno fatto una donna che batteva i panni. L'udito era una dimensione che mancava al mio ricordo ora completo, definitivamente e solo memoria nel momento in cui staccheranno le fotografie di quando eravamo piccoli e della tua laurea in medicina - la prima di una famiglia contadina - dai muri. Prigioni di un'anima di luce sbiadita. Non vedrò più i miei dolci fantasmi nel riflesso della pendola, non sentirò l'odore umido della polenta e dei rametti di origano secco e stampa su fogli di giornale.
Ho cercato a tastoni nel buio la presa di corrente che serve ad illuminare la grotta. Papà, non sento più l'intestino.

05 settembre 2008

La generazione che si vorrebbe non ci fosse. Ovvero restituiteci memoria e futuro.

Mi siedo a raccontare con occhi e orecchie pieni del gusto intenso di questi giorni. Le pagine del mio taccuino nero di nuovo ferite da segni profondi, una grafia che, da sempre, ha preferito il tratto spesso e pesante alla velocità, pur concedendo così molto spazio al bordo pagina, dove i pensieri più autentici, quelli che non si dimenticano, sono scritti nell'aria che respiriamo e gli altri si dissolvono senza delitto se non quello del puro citazionismo, dello sfoggio culturale.
Sono tornata dal festival della mente di Sarzana con un cesto pieno di impressioni che non si possono liquidare in poche righe (a meno che non si trasformino in aforismi), ma a cui spero, col tempo, di trovare la giusta collocazione.
A Mantova, invece, mi sono dovuta scontrare per l'ennesima volta con un argomento che, ultimamente, riempie tante bocche a cui piace sfamarsi con un'aria - io credo - ben diversa da quella che circondava il mio taccuino: "aria fritta".
Stavolta era il turno di Scalfari che era al festival della letteratura a presentare un libro di Heisenberg: "Fisica e oltre", un testo nel quale fisica e filosofia si contaminano e si fondono. A parte le critiche più o meno ovvie che chiunque fosse stato presente può portare all'organizzazione dell'evento (un timer che cronometrava una mezz'ora di acciaio che neppure parole blindate di senso avrebbero potuto sfondare) Scalfari si è attaccato alla penosa presentazione (due ragazzine che leggevano tre parole a testa neanche fossero Cip e Ciop) per portare la solita critica alla generazione dei giovani. Francamente, da giovane, sono stanca di gente che si riempe la bocca di (parziali) conseguenze senza indagarne le cause. Ricerca che, fra l'altro, non prevederebbe di utilizzare strumenti di fisica classica per studiare un sistema di fisica quantistica. Si continua - compiaciuti - ad urlare al fatto che sarebbe nata una generazione che non c'è (che non fa passeggiate di dodici ore per discutere di fisica e del creato in un castello per rimanere alle dichiarazioni di Scalfari). Io, invece, voglio ribaltare la questione e dichiarare che, in questo paese di gerontofili, la generazione dei giovani si sarebbe voluto che non ci fosse. Mi fa specie che padri, madri, nonne e nonni continuino a dichiarare (in televisione, nei bar, sui giornali, a incontri sul principio d'indeterminazione) che i giovani sono una classe di sbandati, dediti solo al bullismo senza, innanzitutto, pensare che quegli stessi giovani sono i loro figli, i loro nipoti. Se fosse (del tutto)vera la situazione che dipingono i responsabili sarebbero, dunque, loro stessi.
Di giovani, in effetti, alle conferenze che ho seguito ce n'erano pochi.
Ma quello che tengo a dire è che se una generazione ha dei problemi (culturali) è la società ad essere malata e la nostra, oltre ad essere malata, è compiaciuta di esserlo perché le poltrone, in questo modo, continueranno a scaldare gli stessi sederi e gli introiti saranno sempre più alti (fino a che non finirà la rendita, ovviamente, ma questo riguarda il futuro che siamo incapaci di vedere: questo sistema economico non potrà durare per sempre). Un liberale più di ogni altro dovrebbe averlo presente a rischio di confondersi con un liberista... al punto che mi chiedo se l'ateismo ruggente - e lo dico da atea - non serva ormai che a frenare l'ultimo nemico del mercato: quello religioso. Un editore che butta sul mercato quintali di inutile carta stampata non può dichiarare che non ci sono giovani scrittori di talento, perché gli stessi sono affogati sotto quei quintali di alberi sacrificati al consumismo. Un insegnante che tiene una cattedra fino a 90 anni non può dichiarare che non ci sono giovani docenti o lamentarsi di avere cattivi studenti se è la struttura che non funziona, se i mezzi di comunicazione di massa bombardano di pubblicità perché il nostro sistema economico ha bisogno di consumo sfrenato per sostenersi (e la cultura è fuori dal mercato tant'è vero che vive di beneficenza statale o privata).
La mia è una generazione a cui hanno rubato i ricordi oltre che il futuro. Il nuovo è il cibo ingurgitato ed espulso prima ancora di essere digerito di cui ha fame il capitalismo. Agli oggetti non ci si affeziona, perché gli oggetti non si riparano, non invecchiano, non assumono i difetti che sono il cuore del sentimento umano. Come il precariato ha distrutto il futuro dei giovani, la globalizzazione distrugge il passato. Ci hanno insegnato a non parlare in dialetto e ad imparare l'inglese e ci hanno tolto la capacità espressiva. Ci hanno spiegato che studiare serve a far carriera e hanno distrutto la cultura, il piacere della lettura, l'allenamento alla curiosità.
La conclusione la lascio al linguaggio dell'ideologia, che questa società liquida sempre più spesso come una cosa, appunto, "da giovani": Signori adulti che giudicate senza giudicarvi... sia che lo facciate perché vi fa comodo o perché vi compiace o perché vi lasciate ingurgitare il pensiero dall'unica, grande, monodirezionata opinione pubblica, non siete altro che una banda di reazionari decisi a uccidere una generazione, perché ogni nuova generazione prevede il cambiamento!


Jan Švankmajer. Food - Breakfast (1992)