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29 ottobre 2011

L'ultimo zingaro

Autunno tempo di scrittura. Elaboro strategie sempre più sottili per ritagliarmi angoli.
La casa è calduccia, Pablita dorme sul termosifone e quando la guardo ricambia la mia apprensione di mamma gatta lanciandomi un'occhiata a mezz'occhio "sono qui per il tuo e il mio piacere, sto bene e intanto che ci sono mi sto anche meritando la ciotola, ti pare?".
Ieri sono partita per Milano Rogoredo. Avendo di fronte a me un'oretta di autostrada mi sono messa comoda ben cacciata dentro ai miei stivaletti verdi pelosi nonostante i diciotto gradi (eh, ma io l'aspetto con ansia il vecchio dignitoso inverno e intanto mi preparo) e ho acceso l'autoradio sintonizzandomi su Radio Tre, emittente che, nonostante qualche caduta, mi ha più volte salvato la vita, sempre più spesso devastata dallo sgombro in scatola.
- Concerto di Klezmer - intervista alla direttrice della libreria delle donne di Milano - (al ritorno) concerto per ciabattino e bottaio -
Oltre lo spartitraffico ho sorriso al passaggio di due camion scassati degli "Jommi" che viaggiavano nella direzione opposta alla mia, che viaggiavano verso casa.
La destinazione del viaggio era il campo nomadi di Rogoredo.
Alyosha mi aspettava sorridente all'uscita della metropolitana, era una bella giornata di sole e avevamo da raccontarci più di quello che il tempo ci avrebbe concesso.
Non appena individuate le prime roulotte un simpaticissimo bastardino tutt'orecchi ha cominciato a correrci dietro segnalando a più non posso la nostra infrazione nel perimetro del campo.
Mentre noi, un po' spiazzati, ci chiedevamo dove dirigerci si è affacciata una signora, attirata dai lamenti del cagnolino, più spaventato che aggressivo.
Siamo così stati introdotti al vecchio patriarca.
L'ultimo zingaro indossava pantaloni a costine, una camicia a scacchi e un vecchio cappello sdrucito. Sulla tesa del cappello aveva una testa di cavallo di metallo, precisa visualizzazione dei suoi ricordi più cari.
Siamo stati in piedi per ore - di fronte al neonato Museo del viaggio intitolato alla memoria di Fabrizio De Andrè - ad ascoltarlo raccontare. Ogni mia singola sensazione si concentrava sul suono della sua voce, sulle sue pause di riflessione, mi è stato assolutamente impossibile l'uso - pure così essenziale in quel momento - del registratore vocale o, peggio, della macchina fotografica.
Non ho mai incontrato nessuno che fosse consapevole, come lui ha imparato ad esserlo non senza aver pagato il prezzo più caro, della propria identità.
Il signor Bezzecchi ci ha raccontato i suoi viaggi in carovana, le nottate in spiaggia a riscaldarsi vicini al falò (quando ancora il mare era loro), le lunghe gonne delle donne a portare la primavera nell'inverno delle città. La stessa gonna che adesso ha proibito d'indossare a sua moglie, accusata ingiustamente di furto in quanto riconosciuta come zingara.
Allo scomparire della civiltà contadina e con l'avvento dell'automobile non è più possibile essere zingari, se non in riserva, se non nel campo, nel piccolo campo, che i campi grandi sono ghetti di piccola delinquenza e disperazione.
Ai suoi tempi quando una carovana si fermava in un paese, il paese era protetto. I contadini ti davano da mangiare. Rubare era peccato, era proibito dalla legge severa del gruppo, è concesso rubare solo per fame.
Della donna si aveva la massima considerazione e i rapporti erano, nei fatti, paritari. Un rom difende tutte le donne, le zingare come le gadje. Fare un torto ad una donna era il crimine più grave che si potesse commettere e quello sanzionato con la massima durezza, dato che "la donna ragiona col cervello, ma l'uomo, si sa, ragiona col sesso".
Il signor Bezzecchi ha capito che i suoi figli non avrebbero più potuto essere zingari la prima volta che ha incrociato un guard-rail. Il cavallo si è impennato per la paura di trovarsi di fronte ad un oggetto sconosciuto, e per poco non sono stati investiti da un tir. Da quel momento in poi le tangenziali si sono moltiplicate, la velocità ha distrutto la lentezza, i vecchi mestieri artigiani sono scomparsi, non c'è più spazio per esseri zingari.
Suo zio è morto ad Auschwitz e suo padre dalla guerra non è più tornato.
A quel punto, tornato esso stesso dalla deportazione, ha preteso che tutti i suoi ragazzi, ben otto, trovassero un lavoro - perché in questa società se vuoi essere uno zingaro devi essere disposto a rubare, quindi non si può più essere zingari - ha cercato di mandarli via dal campo, ma tanti di loro sono rimasti, coi figli e i figli dei figli, condannati in una posizione liminale: non più zingari, mai accettati dai gadji. Una comunità solidale di una quarantina di persone, una grande famiglia. Un luogo in cui tornare e trovare protezione quando si perde il lavoro, quando si perde la casa, quando si perde la dignità. L'unico luogo veramente sicuro della periferia milanese.
Ho ascoltato rapita una storia di miseria, di razzismo, di sgomberi, di privazioni di ogni tipo, ma anche dell'ultima forma di libertà. Una storia che mi assomiglia, riflessa nei miei tratti somatici.
Di fronte alla resa, all'alzata di mani ho urlato al crimine, ho preteso il dovere della resistenza. Quando anche la cultura zingara sarà scomparsa non avremo più nulla che valga la pena di essere difeso se non riusciremo ad aprire fratture, a continuare a produrre sub-cultura, quella pasolinina, per intenderci senza allungare ulteriormente questo sfogo, senza voler condannare la dignità di un urlo a toni striduli, che possano infastidire qualcuno, uscire dai margini.
Il piccolo Museo è nato e ora prova ad alzarsi e a camminare. L'archivio (strano materiale scritto per una comunità di cultura orale), la carovana anni '50, gli amici che passano a portare un saluto, a vedere se possono dare una mano adesso che le cooperative gliele hanno chiuse.
Certo, il Museo stesso è la prova della resa, una sorta di mummificazione della cultura, una presa di coscienza del genocidio culturale. Ma è anche un tentativo di difesa del campo, della comunità, della famiglia; una risposta all'ignoranza, al razzismo, all'omologazione, al vuoto.

30 agosto 2011

Desiderio di cieli d'Irlanda (céad míle fáilte)


Galway - Irlanda, 26 agosto 2011

Pare impossibile da credere, ma è arrivato anche per me il momento di fare le valigie. Mi fermo a guardare la stanza irlandese in cui ho passato un mese della mia vita chiedendomi cosa mi aiuterebbe a rendere meno dolorosa la partenza, cosa potrei ancora infilare a forza nello spazio stracolmo dei ricordi, quanto sentimento mi resta per pagarne la sovrattassa al momento del check-in. Sulla scrivania rimangono le lettere, i disegni, le fotografie che mi sono state spedite dall'Italia: àncore fatte carta e inchiostro che mi richiamano - donna affacciata sull'oceano - al mio mare; l'ultima tazza di tè che ho - volutamente - dimenticato di riportare in cucina.
Lancio uno sguardo furtivo al cortile dove Bernadette e Christian stanno sfamando i gatti randagi; sì, sono parte della famiglia ormai (desiderio di estati più miti).
Scriverò cartoline per Natale? Penserò che anche in Irlanda bastano cinque centimetri di neve per mandare in panico il servizio pubblico di trasporti?
Domani avrò una lunga attesa all'aereoporto di Dublino.
Spero ci saranno ampie vetrate trasparenti per godere ancora degli incredibili cieli d'Irlanda.
Gli amici, le isole, i megaliti, gli insegnanti, le scogliere si sono presi ognuno una comoda tasca della valigia, senza chiedere permesso, sta a me ora infilarci anche il modo in cui questo paese si sta disfacendo: un amplesso dovuto alla voluttosità del tempo; la solitudine del percussionista; la voglia di stringersi l'uno all'altro nei vaporosi pub di Gallimh.

01 agosto 2011

"Mum, mum we are landing on the clouds!"

Con queste parole, pronunciate da una bimba affascinata dal volo e dai panorami vaporosi del cielo grigio d'Irlanda sono atterrata a Dublino. Le nuvole qui corrono talmente forte che verrebbe voglia di stare a guardarle per ore e ore. Squarci di blu intensissimo appaiono a volte a far da contrappunto ai verdi incredibili della campagna.
Due giorni nella capitale sono stati sufficienti a farmi innamorare dell'Irlanda e degli irlandesi. Tanti stereotipi si sono già infranti e, ora che sono arrivata a Galway, sulla costa atlantica, il desiderio di affacciarmi sull'oceano si fa sempre più forte.
Dublino, è quasi inutile dirlo, è una città piena di colori, musica, cultura. Per le sue strade sono passati scrittori e uomini di teatro del calibro di Joyce, George Bernard Shaw, Wilde, Beckett. Scopro di averli amati da profana, perché amarli nella loro terra d'origine assume un altro rilievo. Vi sono infiniti giardini e splendide corti in cui meditare, validissimi musei da esplorare. Dopo aver camminato per chilometri e chilometri lungo le vie del centro sono riuscita a trovar tempo per il Museum of Decorative arts & History (che ospitava un'interessantissima mostra sull'arte giapponese, nonchè un angolino etnografico), L'Irish Film Institute, L'Irish Museum of Modern Art e, grazie a Stefano, la biblioteca storica del Trinity College.
La cucina è ottima, sempre grazie a Stefano ho potuto assaggiare una bayles chocolate cheese cake che si è assicurata un posto eterno nella mia memoria gustativa. Realizzo solo ora che, pur avendo sangue nomade, non ero mai partita per l'estero da sola e tantomeno ero stata via così a lungo. Casa mi manca, ma in maniera strana: piuttosto che tornare vorrei portare casa qui, impacchettare tutti gli affetti, tutti gli oggetti, tutti i sapori, gli odori, i sorrisi e portarli a Galway almeno per un po'. Mi rendo conto che già pianifico come ritornare, se rimanere. Per cominciare spero che questo agosto non sia né troppo lungo, né troppo corto, ma per una volta a misura dei miei sentimenti che ho portato a scongelare al nord, data la mitezza della temperatura umana.

16 aprile 2011

Bozza intervento convegno sulla scrittura al femminile Assessorato alle pari opportunità - Comune di Morro d'Alba

Buongiorno a tutti, innanzitutto ringrazio gli organizzatori e in modo particolare l’Assessore Cingolani per avermi invitato a questo convegno che ritengo doppiamente importante visto che riguarda due argomenti che mi appassionano enormemente quali sono il racconto e la donna e, in particolare, la scrittura al femminile. E la ringrazio doppiamente, arrossendo un poco, per la qualifica di scrittrice della quale mi onora, decisamente esagerata per quanto riguarda la mia tutto sommato limitata (non solo in quantità - perlomeno quella resa pubblica - ma soprattutto in qualità) produzione narrativa. E la ringrazio per una terza volta perché, essendo impegnata in questo periodo nella redazione di un saggio utile all’attività didattica del corso dell’università di Bologna del quale mi occupo, avevo da diverso tempo trascurato il mio sempre insoddisfatto prurito di narrativa.
Avrei voluto inaugurare il mio discorso con la lettura di un passo di un meraviglioso saggio di Virginia Woolf il cui tema è assolutamente simile a quello che ci proponiamo di trattare oggi e la cui abilità di conferenziera è ben diversa dalla mia, ma mi prendo la libertà – e vi chiedo scusa per questa parentesi di tempo e attenzione che vi sto coscientemente rubando - di ricordare pubblicamente un amico scomparso poche ore fa in Palestina, un attivista dei diritti umani: Vittorio Arrigoni. Siate così clementi da non considerarla del tutto un’invasione di spazio, Vittorio era infatti prima di tutto un narratore, un narratore dell’inenarrabile. E la sua opera, la sua missione al servizio degli oppressi, può essere agevolmente riassunta con il titolo del suo ultimo libro: Restiamo Umani.

Ma passiamo, adesso, al tema del nostro incontro.

*[Stralcio tratto da Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf]*
Ma insomma, potreste dire, ti avevamo chiesto di parlarci delle donne e il romanzo – cosa ha a che fare, questo, con una stanza tutta per sé? Tenterò di spiegarmi. Quando mi avete chiesto di parlarvi delle donne e il romanzo, sono andata a sedere sulla sponda di un fiume e ho cominciato a chiedermi che cosa volessero significare quelle parole. Avrebbero potuto semplicemente voler dire offrirvi alcune osservazioni su Fanny Burney; alcune altre su Jane Austen; un omaggio alle sorelle Brönte, con un ritratto della canonica di Haworth coperta di neve; forse alcune battute di spirito sulla Mitford; una allusione rispettosa a George Eliot; un riferimento alla Gaskell, e me la sarei cavata. […] Ma quando mi sono messa a considerare l’argomento […] ho dovuto presto rendermi conto del fatto che esso portava con sé un fatale risvolto negativo. Non sarei mai riuscita a raggiungere una conclusione. Non sarei mai stata in grado di adempiere quello che è, ne sono certa, il dovere primo di un conferenziere – consegnarvi, dopo un’ora di parole, un nocciolo di verità pura da serbare ripiegato tra le pagine del vostro quaderno d’appunti o da custodire per sempre sulla mensola del caminetto. La sola cosa che potevo fare era offrirvi un’opinione su un aspetto minore di questo argomento – se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé.

Lo stesso quesito che ci poniamo noi oggi, il motivo che spinge l’essere umano a raccontare e che può essere rintracciato fino in quelli che sono i nostri assunti culturali di base (il mito, le figure archetipiche), declinato al femminile, è parte della richiesta che venne posta a Virginia Woolf in occasione di un convegno sulle scrittrici donne di romanzo. La geniale autrice ne tirò fuori un saggio (Una stanza tutta per sé) che è oggi una pietra miliare della rivendicazione femminile della parità fra i sessi e si inserisce all’interno di un movimento femminista maturo, consapevole della valenza differenziale dei sessi studiata in particolare in campo antropologico da un’allieva di Claude Lévi Strauss: Françoise Héritier. Il primo problema che si pone Virginia Woolf riguarda, infatti, il rapporto coercitivo sull’essere femminile da parte della società patriarcale, l’impossibilità della donna, fino al secolo scorso, di assumere autonomia – anche economica - ed essere considerata a tutti gli effetti individuo, condizioni di base della produzione artistica, fatte salve rare e stupefacenti eccezioni, destinata all’occhio e alla penna maschile: lo sguardo sulla realtà è, infatti, tutt’altro che asessuato. L’Héritier ci dimostra che la donna, in tutto il mondo, vive una situazione di inferiorità sul piano dei diritti rispetto all’uomo per una costruzione culturale che prende origine con l’espressione di una volontà di controllare la riproduzione da parte di coloro che non ne dispongono, il terrore maschile della partenogenesi. Addirittura l’inferiorità intellettuale femminile viene fatta risalire, persino da Aristotele, in un parallelismo fra idea creatrice e seme riproduttore, problema di flussi sanguigni. La saggista s’impegna a dimostrare che i sistemi di parentela sono manipolazioni simboliche del reale e tale assunto, tramite l’analisi delle società cosiddette primitive, si estende anche alla disparità fra i sessi, alla sterilità (in certe popolazioni la sterilità maschile non esiste) e addirittura alla filiazione (una saggia sentenza Samo recita: è la parola che fa la filiazione, è la parola che la sopprime ad intendere che tutto ciò che è tipicamente umano è fondato sul logos) dimostrando un primato del sociale sul biologico nelle società umane. Essendo il matrimonio uno dei tre costrutti fondamentali delle società umane – stato di cooperazione economica in cui le competenze reciproche non sono dettate da attitudini naturali, ma da convenzioni sociali – la possibilità del celibato, la certezza che la realizzazione della persona non passa necessariamente per una discendenza e dunque l’idea dell’indipendenza della donna è occorsa solo nella società moderna a seguito della nascita della nozione di individuo e non è casuale se il movimento di rivendicazione della donna degli anni ’70 si sia concentrato proprio sul diritto del pieno controllo sul proprio corpo.

Dunque, scrive la Woolf, la narrativa al femminile è così rara, prima del secolo scorso, perché le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita sino a due volte le sue dimensioni normali.

Siamo dunque alla necessità di avere 500 sterline all’anno, ora passiamo all’idea che sia necessaria una stanza tutta per sé.

È nota la storia di Melusina, essere mitico a metà fra una donna e un serpente (elemento di bestialità femminile presente persino nella Genesi) fondatrice della stirpe di Lusignano. Melusina, creduta donna “normale” dal compagno, discende da una società matriarcale e promette al suo uomo - reo di aver ucciso, seppure involontariamente, suo zio e per questo caduto in disgrazia - infinità felicità e ricchezza in cambio di un giorno alla settimana dedicato solo a se stessa sul quale il marito non dovrà mai indagare. Rivendica, insomma, l’appartarsi come un appartenersi. Il mito, infatti, fonda e sancisce le impossibilità umane. Ma, ben presto, il consorte di Melusina, pur reso ricco e felice dalla donna, non riesce più ad accettare questa minima limitazione del possesso sulla moglie e viola il patto attirando sulla sua famiglia una serie di disgrazie legate magicamente al suo vecchio delitto e sancendo simbolicamente l’unica possibilità di una femminilità addomesticata, tradotta oggi in immagini mass-mediatiche deprimenti. Lo stesso Gaston Bachelard, un filosofo d’approccio fenomenologico, analizza l’importanza dell’atto del rannicchiarsi come protezione della possibilità del pensare (per lui l’immagine della casa rappresenta la topografia del nostro essere intimo). La Woolf con questo si spiega l’impossibilità della donna di produrre cultura, la stanza tutta per sé protegge il sognatore, la casa è uno dei più potenti elementi di integrazione per i pensieri, i ricordi e i sogni, protegge l’intimità necessaria all’atto dello scrivere, addirittura rimodella l’essere umano che la abita. Noi ci possiamo espandere solo se ci appartiamo e per appartenerci abbiamo bisogno di avere uno spazio intimo, a nostra completa disposizione.

Ma perché si scrive? È forse impossibile rispondere a questa domanda, le teorie freudiane ci spiegano che si scrive per appagamento di un desiderio frustrato, io mi sento più vicina alle contemporanee e post-freudiane teorie di psicologia dell’arte che cercano di spiegarsi i motivi profondi della scrittura in un bisogno di riparazione, di scaricare una tensione ritenuta insopportabile. Credo che il bisogno di esprimersi faccia parte della stessa natura umana e compensi sempre un disagio dell’esistere. Considero la scrittura narrativa come un grido, come il pianto del bambino appena nato che, venuto a contatto con il mondo, ha bisogno di comunicare la sofferenza di un essere anfibio che impara a respirare catapultato in un mondo che sente estraneo, che imparerà a conoscere per mezzo della parola. Ed è su temi quali il rapporto fra generazioni, l’essenza del dolore, l’assenza di Dio, il rapporto con la morte e con la malattia, il tema della maternità che si concentra la mia scrittura che diviene una specie di autoanalisi su argomenti che sento pressanti e che mi rendo conto di non saper controllare appieno, che cerco di esternare per condividere col prossimo (gli altri: il vero senso della vita oltre l’eterno conflitto irrisolto fra scienza e religione per Ingmar Bergman) e per aiutare il processo di formazione della mia individualità. Ma, esternare la mia intimità mi è stato tanto difficile da non sapere, per lungo tempo, scrivere in prima persona o identificarmi in personaggi femminili, per i quali sentivo maggiore prossimità. Ed è proprio un’urgenza oserei dire fisiologica che mi porta a preferire le forme brevi: l’aforisma o il racconto, per sfogare tutto subito e aver poi modo di rivedere mille volte lo stile e procedere ad un processo di semplificazione. La parola rende determinato un dolore il cui peso nell’indeterminatezza risulta eccessivo, la parola ha funzione catalizzatrice, liberatrice. Liberazione che passa, innanzitutto, attraverso il gesto fisico della scrittura. Barthes, ne Il piacere del testo, meglio di chiunque altro affronta il segno come la traccia della nostra individualità e il prolungamento del nostro corpo, momento di coagulazione del nostro gioire e soffrire e momento universale di eterna variazione stilistica e grafica degli stessi temi archetipici.

Ma il racconto non è solo scrittura e non vorrei trascurare l’importanza dell’oralità (chi non ricorda con estrema commozione le fiabe della nonna), oralità che Platone, nella parte quinta del Fedro, considera addirittura superiore alla scrittura. Tale analisi viene riconsiderata da un platonico non misologo come Pier Paolo Pasolini che, per primo, intuisce l’importanza della scrittura come mezzo di riflessione di una parola che “si esternalizza” e, dunque, permette di riflettere sull’oralità stessa. Attraverso il suo amore per le forme dialettali lo scrittore friulano diviene il portavoce del grido delle ultime civiltà mitiche – fra cui la nostra civiltà contadina - distrutte dalla storia.
Per questo ho portato con me un video che testimonia un progetto di antropologia visuale che riguarda proprio il racconto al femminile in rapporto al tema del legame indissolubile fra cottura e cultura, condotto per conto della Fondazione Museo Ettore Guatelli e mostrato in occasione di un festival etnografico biennale ideato e voluto dall’ISRE (Istituto Superiore di studi Etnografici Sardo). Vi si trova condensato il senso del racconto prioritariamente come incontro, vi si intuisce la tonalità multicolore delle forme dialettali, il bisogno di raccontarsi radicato, in modo particolare, in donne chiuse in un panorama domestico. Ho intenzione, a questo punto, di lasciare la parola alle donne stesse, mi permetto solo di leggervi l’introduzione che scrissi a suo tempo in occasione della presentazione di questo progetto di ricerca, unicamente per farvi capire in che stato d’animo mi apprestavo a mostrare queste interviste, di cui vi ho portato gli esempi più lievi, per non infrangere un patto che prevede l’assoluto rispetto dell’altrui intimità.

La tazzina di caffè è ormai vuota, la donna che ho di fronte col cucchiaino ne sposta i granelli di zucchero sciolti a metà. Ci troviamo in cucina; dettagli discreti ne rivelano la vita recente: una macchia di grasso sui fornelli, un’aureola di calcare sul rubinetto, una briciola. Aspettiamo ansiose che parole speziate vadano a mescolarsi nel calderone della memoria condivisa il cui fuoco tentiamo di accendere; sul tavole allestiamo vassoi immaginari, quelli del servizio buono, aspettando di portare a tavola emozioni amalgamate a ricordo. C’è sempre un caffè galeotto a spezzare la ritrosia, a permettere il racconto in presenza di un mostro dall’occhio meccanico – la videocamera – che rischia di allungare le distanze. Devo propormi all’altrui femminile confidenza non solo come donna, ma anche come ricercatrice. E allora, da ricercatrice donna, occorre che io tenga conto dell’etica, dell’eredità che mi viene affidata, della menzogna dell’obiettività, del non-filmabile, della vita in campo e di quella che devo tenere necessariamente fuori campo. Nel menù del giorno vite in cucina, nostalgie della fame, peccati di gola.

*[Proiezione del video]*

*[Stralcio tratto da Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf]*
Vi ho già detto, nel corso della mia conferenza, che Shakespeare aveva una sorella; ma voi non cercatela nella biografia del poeta scritta da Sir Sidney Lee. Lei morì giovane, e ahimè non scrisse neanche una parola. È sepolta là dove oggi si fermano gli autobus, di fronte alla stazione di Elephant and Castle. Ora, è mia ferma convinzione che questa poetessa che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio, è ancora viva. Vive in voi, e in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto i bambini. Eppure lei è viva. Perché i grandi poeti non muoiono; essi sono presenze che rimangono; hanno bisogno di un’opportunità per tornare in mezzo a noi in carne ed ossa. E offrirle questa opportunità, a me sembra, comincia a dipendere da voi. Poiché io credo che se vivremo ancora un altro secolo – e mi riferisco qui alla vita comune, che è poi la vita vera e non alle piccole vite isolate che viviamo come individui – e se riusciremo, ciascuna di noi, ad avere cinquecento sterline l’anno e una stanza tutta per sé; se prenderemo l’abitudine alla libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo; se ci allontaneremo un poco dalla stanza di soggiorno comune e guarderemo gli esseri umani non sempre in rapporto l’uno all’altro ma in rapporto alla realtà; e così pure il cielo, e gli alberi, e qualunque altra cosa, allo stesso modo; se guarderemo oltre lo spauracchio di Milton, perché nessun essere umano deve precluderci la visuale; se guarderemo in faccia il fatto – perché è un fatto – che non c’è neanche un braccio al quale appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità, e quella poetessa morta, che era sorella di Shakespeare, riprenderà quel corpo che tante volte ha dovuto abbandonare. Prendendo vita dalla vita di tutte le sconosciute che l’avevano preceduta, come suo fratello aveva fatto prima di lei, lei nascerà. Ma che lei possa nascere senza quella preparazione, senza quello sforzo da parte nostra, senza la precisa convinzione che una volta rinata le sarà possibile vivere e scrivere la sua poesia, è una cosa che davvero non possiamo aspettarci perché sarebbe impossibile. Ma io sono convinta che lei verrà, se lavoriamo per lei, e che lavorare così, anche se in povertà e nell’oscurità, vale certamente la pena.

Concludo non solo con un invito alla scrittura e alla lettura, ma anche con un invito a contrastare, tramite il racconto e quindi l’incontro, il predominio della tecnica, dell’efficienza, del profitto su ciò che di più profondamente umano esiste. E, per dirlo con le parole di una poetessa marchigiana – Maria Teresa Batosti – a ricercare il senso vero dell’essere donna: donne che si arricchiscono del confronto con la figura maschile, ma che “non sono né di Dio, né degli uomini”.

17 novembre 2010

Appunti per una ricerca in corso, ovvero: "così impiegherei, se potessi permettermelo, gran parte del mio tempo"

Da quasi due anni sto lavorando su una ricerca che riguarda l'analisi dell'ambientazione del film. Inauguro oggi un sottocapitolo tramite il quale vorrei proporre il rapporto fra parola (orale vs scritta) corpo e oggetto (mi sono servita degli studi di Baudrillard per proporre un paragone fra "oggetto-reliquia" e "oggetto-utensile"). Il tutto dovrà essere inserito all'interno di un macro capitolo sugli interni del cinema del dopoguerra italiano d'ambientazione meridionale e contadina con un occhio sempre rivolto agli studi sulla cultura materiale e alla letteratura coeva (fonte di tanti film del periodo e legata al concetto di testualizzazione del visto).

A forza di sezionare e ferire i corpi pellicolari mi è capitato fra le mani un accostamento d'immagini che da solo dice di più di un intero trattato sul modo pasoliniano di esprimere il concetto di sacralità tramite il rapporto fra personaggio e ambiente. Tanto mi ha emozionato che sento la necessità di condividerlo:




Un insieme di citazioni, altrettanto commoventi se accostate, mi hanno spianato la strada e con esse intendo introdurre questa parte del lavoro:

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo [...] E il Verbo si fece carne e dimorò fra noi
*(Gv 1,1-14).

A capo de tutto ce sta Dio, padrone de lo cielo, questo tutti ce lo sanno.
Poi viene il Principe de Torlonia, padrone de la terra.
Poi vengono le guardie de lo Principe.
Poi vengono li cani de le guardie de lo Principe.
Poi niente.
Poi ancora niente.
E poi ancora niente.
Poi venghene li cafoni
.
*[Fontamara - Carlo Lizzani]

- Noi non siamo Cristiani, - essi dicono, - Cristo si è fermato a Eboli -.

* [Cristo si è fermato ad Eboli - Carlo Levi]

14 novembre 2010

Lo spaventasoldati.

Al Museo, qualche giorno fa, durante una delle abituali visite-laboratorio con i bimbi delle elementari, stavo approfittando degli oggetti etnografici stratificati di senso, storia, fatica e povertà, per concretizzare di fronte ai ragazzi i termini per loro soltanto astratti di "guerra", "fame", "sfruttamento", "freddo". Questo, naturalmente, soltanto dopo le doverose spiegazioni sul ciclo del grano e sul lavoro dei contadini in generale, nonché sulla figura del loro nonno-maestro Ettore Guatelli. Ebbene uno di loro, che avevo notato ascoltare in maniera particolarmente assorta il funzionamento e lo scopo dello spaventapasseri, mi tira per la giacchetta. Mi abbasso per poterlo ascoltare e noto che il suo musetto si è fatto serio serio (di solito cerco di approfittare degli oggetti più strani per giocare con loro ed evitare visite boriose e quindi inutili). A questo punto il cucciolo aspetta pazientemente di aver catturato completamente la mia attenzione e poi mi dice: "signora maestra, non ti devi preoccupare, da grande io costruirò uno spaventasoldati". Non ho saputo trattenere le lacrime. C'è ancora speranza.

11 ottobre 2010

A Milano si compie un piccolo miracolo


La scrittura (se vale il nome che porta) è sempre un atto di infinita generosità. Basti pensare che per scrivere un libro (che meriti il nome che porta), possa occorrere una vita. Questa vita la si vede sfilare nello sforzo speso verso la conoscenza, nel tempo usato a riordinare idee che una volta sistemate al loro posto, magari, devono essere abortite perché già sfiorite. Pensate, poi, che tali scoperte raccolte nel corso di decenni vengono regalate ad un lettore che può farle sue nel giro di una settimana. Ma gli scrittori non sono generosi solo nei confronti dei loro lettori, lo sono anche rispetto ai loro figli: i personaggi. Lewis Carrol sapeva che non avrebbe mai potuto essere presente fisicamente nei suoi sogni oltre misura, così ne fece dono alla piccola Alice che fino a quel momento si trovava senza occupazione, se non quella di guardare sua sorella leggere libri senza figure e senza dialoghi, in una spenta british reality.

Milano ci ha accolti, o meglio, Milano non ci ha accolti con la sua consueta grigitudine di sentimenti. Facce stanche anche di domenica, carestia di sorrisi e cortesia. Molti disperati nei tunnel della metropolitana. Come talpe ci siamo mossi sottoterra dal parcheggio al Piccolo Teatro. Le bambine che ci accompagnavano ci confortavano con il loro entusiasmo per ogni piccola cosa, per loro era tutto nuovo e ci ricordavano che nei nostri percorsi quotidiani non siamo più capaci di vedere quello che ci circonda e in cui possono nascondersi infinite sorprese e infiniti incontri.

Usciti dal tunnel della metropolitana abbiamo cominciato a vedere piccoli fiocchi di neve di carta, un percorso che ci ha portato, improvvisati segugi, fino alle porte del teatro milanese.
Seduti sulle rosse poltroncine si è sempre un po' in attesa che accada una magia, stavolta aspettavamo di respirare l'aria di un sogno. Quando Slava Polunin è entrato in scena, cappio al collo e sospirando forte nella sua gialla tuta da lavoro e nelle sue buffe pantofole rosse, noi siamo entrati in una bolla spazio-temporale di pura poesia e fascinazione infantile, idiozia dostoevskijana.
Un caleidoscopio di suggestioni si sono succedute lasciandoci sconvolti da tanta bellezza e da emozioni di tale struggente intensità da renderci partecipi di una realtà parallela, nella quale ci trovavamo, con una giusta dose di assurdo, pienamente coinvolti e pienamente coinvolti erano tutti i nostri sensi.
Una giusta dose di elio in una sfera illuminata con grande sapienza unita alla precisa consapevolezza di ogni movimento e di ogni espressione può materializzare un miracolo: angeli caduti che per levarsi da terra camminano sui trampoli; una storia d'amore con un vecchio cappotto; infiniti viaggi su velieri composti da nient'altro che una scopa e un letto; tempeste di sentimenti glaciali; ritorno a mondi magici d'infanzia che altro non sono che la sapiente capacità di mescolare ciò che di più affasciante il nostro meraviglioso pianeta ci offre; sketch della migliore tradizione mimo-clowneristica alla Marceu, alla Charlot; crudeltà e generosità gratuite, sogni e incubi; enormi tele di ragno ad avvolgerci come preoccupazioni da rimuovere insieme.
Fragilità, abnormità, malinconia, musica e silenzio, nostalgia, magia e poesia, bellezza, dolcezza e crudeltà, vita e silenzio, morte e parola in una domenica a teatro.

Slava è con noi fino al 17 ottobre: Slava's snowshow

05 ottobre 2010

Attenti siam briganti!

Nasce il Dipartimento Partito Sociale di Rifondazione Comunista anche a Parma

Ai compagni presenti all’ultima riunione di coordinamento delle attività del neonato Dipartimento Partito Sociale del Partito della Rifondazione Comunista proporre un’iniziativa al circolo Matonge era sembrato perfetto: non vi sarebbe stato luogo più degno per un incontro sui temi della solidarietà attiva di un circolo ARCI gestito da un meraviglioso gruppo di immigrati. Franca e Romano, di comprovata esperienza nel settore alimentare e di militanza politica, si erano lasciati conquistare dall’entusiasmo del giovane drappello che aveva lanciato l’idea e, venerdì 1 ottobre, le provviste avevano cominciato ad arrivare sin dalle cinque del pomeriggio: chi portava una torta, chi cucinava la pasta o la spalla, chi si occupava del vino. La voglia era quella di ritrovare, insieme ad un nuovo modo di fare politica strettamente aderente alle necessità del quotidiano, il senso del profondo rapporto d’amicizia fra militanti. Attaccati ai telefoni cellulari si cercava di organizzare gli arrivi del coordinamento emiliano, era prevista partecipazione da parte delle Federazioni di Modena, Reggio Emilia, Piacenza etc. I compagni più anziani attendevano, un po’ sconcertati, di capire chi fossero i cosiddetti nuovi briganti e i gappisti in arrivo, cosa significasse nei fatti l’idea che la solidarietà fosse conflitto. Molti esprimevano dubbi e manifestavano curiosità verso questo nuovo progetto politico, dichiaratamente connesso alle pratiche del mutuo soccorso del vecchio Partito Comunista, del movimento operaio e dei contadini. L’interesse era concentrato sul modo in cui il progetto avrebbe potuto distinguersi nettamente dalle pratiche di solidarietà intesa in senso caritatevole ed intendesse, invece, rilanciare un discorso di lotta e solidarietà di classe contro le disparità apportate alla società dal sistema del mercato capitalista. Si attendevano con ansia i responsabili nazionali in arrivo dalla manifestazione di Bruxelles o dalla Toscana e i relatori delle associazioni del territorio parmigiano invitati per cominciare i lavori, fra cui Roberta Roberti de “La scuola siamo noi”.
A Francesco Piobbichi, Responsabile Nazionale Dipartimento Sociale PRC, è spettato il compito di aprire i lavori coordinati dalla segretaria provinciale del PRC Paola Varesi e di raccontare l’esperienza maturata su tutto il territorio nazionale negli ultimi due anni di militanza attiva. Tutto si è mosso a partire da un bisogno di rispondere alla recente sconfitta elettorale e dalla necessità di prendere atto di un allontanamento progressivo del Partito dalla società, rilanciando conseguentemente un modo di fare politica attento ai bisogni delle classi popolari. A seguito di questa prima spinta, successiva al congresso di Chianciano, si sono costituiti i Gruppi d’Acquisto Popolari, che hanno utilizzato lo strumento della filiera corta e del chilometro zero per combattere il carovita scatenato dalla speculazione sui prezzi dei generi alimentari da parte della grande distribuzione e hanno cominciato a lottare per la riconquista di una piena sovranità alimentare, oltre che costituire un progetto in grado di rispondere alla crisi dello Stato sociale. A seguito del terremoto d’Abruzzo sono scese in campo anche le Brigate di Solidarietà Attiva, che nel giro di una notte hanno smontato cucine da campo, tendoni e attrezzatura delle feste di Partito per portare aiuti ai paesi abruzzesi abbandonati dai campi-ghetti della Protezione Civile. L’esperienza si è estesa poi al sostegno, per tutto il corso della stagione di raccolta, ai braccianti di Puglia contro lo strapotere e lo sfruttamento a livello di schiavismo dei caporali sui migranti. Sono seguiti casse di resistenza permanente, barbieri popolari, dentisti sociali, sportelli di consulenza legale, mercatini del libro usato e corsi di recupero popolare che hanno dato modo di ampliare la discussione ai temi della distruzione del sistema scolastico a seguito delle politiche attuate dal nefasto governo Berlusconi e dall’assenza di qualunque forma di opposizione parlamentare. Le cifre parlavano da sole, ma ciò di cui premeva raccontare erano le persone dietro a queste cifre, dei diritti esigibili da queste. Dopo la testimonianza di Massimo Fiorentini a proposito dell’incredibile esperienza della rete dei GAP Toscani era presente a portare il suo contributo anche il Segretario Regionale PRC Nando Mainardi.
Commossa la testimonianza dei compagni di Parma, fra cui Francesco Samuele, Responsabile Dipartimento Lavoro, Welfare ed Economia PRC, provenienti dall’esperienza delle prime iniziative cittadine. Non c’era vergogna a raccontare i ringraziamenti delle casalinghe, dei pensionati, dei lavoratori che, per la prima volta dopo tanto tempo, si sono resi conto che i volantini che gli venivano proposti in occasione del mercato settimanale di quartiere non rappresentavano solo parole, ma fatti che riguardavano i loro problemi più vicini e proponevano soluzioni concrete. E così si è cominciato anche a Parma a parlare di solidarietà faccia a faccia, mettendo in comunicazione i quartieri popolari e i piccoli produttori della bassa sporcandosi le mani, spostandosi dalle sedi di Partito e incontrando visi, sguardi, sorrisi, stringendo mani. Animati da questo spirito i primi studenti, grazie al supporto di insegnanti professionisti completamente volontari e al Comitato in difesa della scuola pubblica, sono venuti a popolare i nostri circoli per i corsi di recupero scolastico gratuiti. A seguire la conferenza, durante la cena di autofinanziamento del progetto, fra il centinaio di persone che si sono incontrate in occasione di questa iniziativa si sono intrecciate piccole storie che si contrappongono alla Storia imposta dallo sfruttamento del potere e propongono modelli alternativi da praticare insieme immediatamente.

21 agosto 2010

Matàhr (la mia Gerusalemme)


Dopo tanto tempo una classica domenica mattina. Tante scadenze a settembre che provo a dimenticare per il tempo di due ore riconquistate. Socchiudo gli scuri cercando quella penombra appena sufficiente per leggere, cerco il respiro e il contatto della mia gatta nera, sfoglio il domenicale de Il sole 24 ore, momento che aspetto per tutta la settimana.
Nei muscoli delle gambe persiste la sensazione di strade polverose fra Basilicata e Puglia.
È impossibile levarsi Matera dagli occhi.
Uno stato di affezione permanente ne implovera i ricordi, coprendoli di una patina d'autenticità, di vita vissuta talmente spessa da poterci lasciare solchi, segni con il dito. E su questa superficie mi trovo ora a scrivere, in attesa impaziente del primo acquazzone che sciolga per sempre scritture in ambizione di eternità congelata per lasciare il posto a potenza d'oralità, di racconto stratificato, sinfonia di voci. Siedo alla mia scrivania poco convinta di trovarmi a casa e piuttosto renitente al lasciare fluire parole maturate in profondità come tuberi in una terra arsa dal sole e lavata dagli incendi.
Attraverso uno di quegli incendi appiccati per pulire i margini della strada siamo entrati a Matera e un incendio è stato il primo sguardo oltre la balconata panoramica. Perché a Matera entri senza accorgertene. Prosegui fra chilometri di nulla, in un meraviglioso paesaggio arido e ti ritrovi, d'improvviso, immerso in una spopolata periferia. T'inerpichi, svalichi e solo quando abbandoni l'automobile e svolti dietro l'ennesimo angolo t'accorgi davvero di Matera.
Matera è una città scolpita sul mondo e i suoi abitanti sono uomini e donne sconfitti.
Con tenacia e ingegno sono sopravvissuti dignitosamente alla povertà, alleati delle Murge e della Gravina, ma a sopraffarli è stata la ricchezza. Una guerra fulminea, chiamata legge del 1952, se li è portati via, ha corroso i loro ricordi di tufo fino al crollo, fino ai primi crolli e alla caduta nell'oblio delle tante cisterne pubbliche.
Per risolvere il problema delle misure igieniche e della mortalità infantile, ricchi uomini dagli occhi nascosti da lenti scure, venuti dal Nord, decisero che era tempo di murare le case, nascondere quella vergogna.
Furono venduti gli asini, non si sentì più schiudersi le uova sotto il letto, i ragazzini smisero di addormentarsi su caldi mucchi di letame. E il paese ora non suona più dei richiami delle madri, non ci sono vecchiette mezze addormentate davanti alla porta, in cucina le pareti sono bianche di calce, il fuoco non mostra il ricordo nerastro dei cibi preparati per undici figli, intorno al braciere non si raccontano favole aspettando che l'uomo torni dai campi. È morta la civiltà del mutuo soccorso.
Ma abbiamo incontrato Donato Cascione, la sua famiglia, il suo Museo. Donato che è stato costretto ad andarsene dai sassi da bambino e, per tutta la vita, ha sentito l'esigenza di ritrovare quei suoni, quegli odori, al punto da tornare nel rione quando era ancora roba da matti a salvare memorie da cui i materani erano stati sradicati, di cui erano stati costretti a vergognarsi. Un sigaro spento in bocca, grandi occhiali, una canottiera bianca e mani capaci sia di lavorare che di accarezzare a comunicarci la sua missione, a riportare il sacro a casa sua, a sentire il diritto di essere ormai stanco e sconfortato. Per terra trucioli di legno, fra le sua dita la corda a riparare la sella, polvere di pietra bianca.
E poi vecchi dipinti bizantini nelle chiese rupestri, ingegnosi canali di raccolta delle acque, sculture moderne che trovano il loro ambiente naturale fra antichi cunicoli di pietra e sussurrano ancora la storia di una grande civiltà uccisa a cui non è stato lasciato il suo tempo.
Il viso scavato di Pier Paolo Pasolini lo si ritrova dappertutto qui come lo si ritrova ad Alberobello e come s'intuisce lo sguardo di Luchino Visconti fra le commoventi esagerazioni del barocco consumato delle chiese di Lecce. Pier Paolo parla di dignità, umanità e bellezza. Lui che aveva capito riscatta quella vergogna e, poeta, realizza un'antropologia che è una lotta, che è ancora tutta da venire, persino tutta da concepire. La si scorge solo negli occhi di uomini come Donato (o come Ettore e Vittorio) e nei loro Musei che non sanno, o non possono, sopravvivergli. Edifici come casse toraciche dei loro cuori.

Voi udrete con le orecchie, ma non intenderete. E vedrete con gli occhi, ma non comprenderete. Perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile e hanno indurito le orecchie e hanno chiuso gli occhi per non vedere con gli occhi e per non sentire con le orecchie [P.P.P. da Mt 13, 10-17]

23 luglio 2010

Le mie donne

18 maggio 2010

Acqua bene comune

I comunisti sono belli come il sole :)

Firmate, firmate, firmate.
Ecco il sito nazionale del comitato promotore con le date di tutti i banchetti divisi regione per regione: www.acquabenecomune.org



08 maggio 2010

Fra bicchieri di rosso e altre amenità

Un bicchiere di cattivo vino da damigiana in offerta al supermercato è bastato a mettermi in quella ambigua amaro dolciastra condizione d’animo a cui aspirano normalmente i cattivi scrittori. Ho molto da dire e nessuna buona parola racchiusa nel cassetto per farlo. Mia madre ha appena finito di traslocare. L’ultima impressione della casa in cui sono cresciuta, io che mi nutro di ricordi, è stato il cattivo odore che proveniva dal frigorifero, lo spiacevole ritorno d’eco nelle enormi stanze vuote. Avrei potuto approfittare della temporanea impossibilità d’accesso alla rete – un fastidioso dipendente Telecom oggi ha già telefonato tre volte per ricordarci l’appuntamento di domattina – per disintossicarmi dai social network e godermi il piacevole e attesissimo indolenzimento muscolare da trasporto mobili, dopo mesi e mesi passati piegata su una ricerca in odore d’amore per il cinema e in sapore di niente che ha accresciuto notevolmente il mio peso corporeo più che la mia atrofizzata massa grigia. Mi verso un altro bicchiere, poi mi accingo alla pratica zen di rimetterlo, cucchiaio dopo cucchiaio, nella damigiana, perché mi rendo conto di aver sopravvalutato le mie scarse capacità di bevitrice. Il vino ha il colore dello sciroppo per la tosse che mi dava mio padre, medico, da bambina. La tesi ha prosciugato ogni mia insana avidità di scrittura. Mi sono laureata. Ho tenuto la mia prima lezione universitaria, mi sono immedesimata in un ruolo che il mio paese – e comunque le mie capacità e il mio grado di preparazione – non sapranno mai garantirmi, ma che ho potuto assaggiare (questo, sì, è vino buono) grazie a Loretta, che ho il privilegio di chiamare per nome. Sarà quel che sarà, le coincidenze fortunate della mia vita superano già la mia immaginazione. Ho scoperto che la mia generosità e la mia timidezza, nonostante l’ingratitudine e le notti in bianco, non sono necessariamente un difetto. Sono stata al Far East Film Festival e dal lontano oriente ho riportato con me Nakagawa (e Simone). Fra horror tailandesi, film sociali hongkonghesi, serie giapponesi sui gatti fantasma, ho scoperto che il cinema è una buona droga e che, a prescindere dai miei cinque anni di DAMS, sono una potenziale cinefila. Considerati i cinque anni di DAMS, invece, sono irrimediabilmente baziniana.
Il fantastico al cinema è consentito solo dal realismo irresistibile dell’immagine fotografica. È essa ad imporci la presenza dell’inverosimile, a introdurlo nell’universo delle cose visibili. (rinvenuta nello Schrader, mentre preparo gli esami di analisi di film, stavolta dall’altra parte della barricata). Mi sposo. Ve lo dico senza neanche andare a capo. Visto che, nonostante le richieste, non sarà nel modo più assoluto un matrimonio tradizionale, considerate questa come la vostra partecipazione. Sarà una festa agricola in un luogo in cui conservo almeno un buon quartino di cuore: siete liberi il pomeriggio del 19 giugno? Sarà festa grande a casa Guatelli: protagonisti arcangeli e zingare, nel cast artisti, cinefili, antropologi, professori, bibliofili, salami del Gruppo d’Acquisto Solidale, ipocondriaci, musicisti folli, gatti, comunisti. È inutile, ci ho persino provato, ma non so pensarmi senza di lui; che sia questione di trascendenza o d’immanenza poco importa.
E ora, scusate, ho un gatto nero da coccolare.

08 febbraio 2010

Le persone che amo.

Ecco cosa significa essere orgogliosi dei propri amici. Di chi, dopo tanti anni di lontananza, senti ancora vicino giorno per giorno.

Daniele a Santiago del Estero

01 febbraio 2010

Le parole, d'inverno, sono nuvole (un post ridicolo e un fatto serio).

Non so, fuori c'è la neve.
Mi hanno detto che siamo almeno dieci gradi sotto. Il padre di quel tale ricordava che in Siberia gelava la saliva così, se sputavi per terra, producevi un rumore quasi metallico.
Ghiaccio contro ghiaccio (Tlin!).
D'inverno le parole le vedi uscire dalla bocca e rimanere a galleggiare attaccate alle labbra. Le parole, d'inverno, sono nuvole.
Cento paia di occhi mi scrutavano da alti banchi di legno scuro.
Temevo un vuoto di memoria.
Tastavo gli appunti con le dita, un solco mentale entro cui far scorrere un filo di pensiero.
(Pitagora - Ippocrate. Pitagora...Ippocrate. Pitagora, Ippocrate)
L'aula, però, era calda.
La nuvoletta si è dissolta.
Poi, mi hanno detto, la voce si è incrinata. Dico "mi hanno detto" perché io non la sentivo, la voce; non ci sono mai stata, io, in Siberia.
Ma c'era lei che mi guardava. E, da casa, mi guardavano un po' tutti.
Avete presente le fiabe russe? Non si ha mai il vero senso della distanza.
Allora ho preso la rincorsa e mi sono buttata.

Mi hanno detto che era come se l'avessi sempre fatto. Mi hanno detto che dovevo essere marchigiana e che ci tenevano ad assicurare alla mia maestra che l'allieva è degna di lei. Questo, naturalmente, è impossibile. Ma occhi hanno ricambiato con attenzione la mia passione. Mi hanno ringraziata. E, a forza di allenare il cuore a saltare ostacoli, la pista si è un po' spianata. Ora, davvero, non m'importa che orizzonte ci sia alla fine della strada. Chiedo solo a voi, e alle mie scarpette rosse, di accompagnarmi ancora a casa.

(ho solo rotto il ghiaccio)

30 novembre 2009

Ticchettii

Qualcosa troverò pure da scrivere. Non mi va che muoia. La giornata, poi, è di quelle che sembrano fatte apposta per accendere una tenue e giallastra luce da scrivania e ticchettarci sotto parole sconnesse, mentre fuori ticchetta la pioggia e la coppia di colombelle della piazza si stringe e si bagna. Lui dorme nell'altra stanza e io mi devo laureare. Quando si sveglierà mi dirà di smetterla col libro di Sartre e poi sorriderà per i testi di psicologia buttati sulla sedia a dondolo per evitare che la micia vi si vada a coricare con le zampette umide. Allora guarderò per l'ennesima volta l'orologio e maledirò il tempo che non è mai abbastanza. Non è abbastanza per laurearsi e neanche per stare insieme.

07 ottobre 2009


Giusto un gioco per permettermi di raccogliere qualche scritto e qualche scatto di questi anni di blog, che non vadano persi perché sono comunque Vita. A cliccare sulla foto si raggiunge il prewiew e, con un po' di fatica, a selezionare l'opzione "full screen" si riesce persino a leggere. Giusto una distrazione fra interminabili sedute di preparazione della tesi.

16 settembre 2009

Nuoro, Etnu 2009. Appunti a modo mio.

Come fosse un diario estemporaneo, dal quadernino a righe che ci ha regalato il Museo deleddiano di Nuoro, che il tempo per scrivere era poco e la voglia di vivere tanta. Svolazzi spontanei senza pretese, così come mi frullavano in mente per quel che sono riuscita ad acchiappare prima che il ricordo stingesse.

9 settembre 2009. Viaggio aereo Milano Linate - Olbia (il mio primo volo) Il naso spremuto sul finestrino.
La natura rifiuta i principi geometrici che appartengono, invece, all'edificare umano. Milano come un mosaico e l'anarchica costa sarda: specchio geografico di culture.
Nuvole come colossali macigni e strade e ponti della levità di un capello. Gli infiniti strati e i giochi di proiezione dell'ombra che appare come traslata, non rispetta il nostro asse. Abituati a considerarci il centro del mondo in volo siamo traditi.
Paesaggi massicci e in realtà inconsistenti, che al calore del sole oppongono bianchi glaciali. Nuvole che paiono poggiare sull'aria come la terra incrosta, simile a muffa secca, le acque del mare.
C'è un cielo d'orizzonte umano anche al di sopra delle nuvole.

10 settembre 2009: Primo incontro con Nuoro
Appena fuori da S.Maria della neve mi chiedo se qui la neve sia talmente improbabile da farne voti ai santi. Siedo immersa in un silenzio irreale, gioco a perdermi fra le vie di un anomalo centro storico. Due zingare percorrono il parco e uno stuolo di anziane ingobbite dal lavoro e dalla vecchiaia tirano a lucido il marmo e spolverano l'altare gridandosi accuse e improperi in un dialetto impenetrabile.
(allestiamo lo stand, arrivano gli amici, comincio a sentirmi a casa)

12 settembre 2009. Laboratorio "Dalla missione alla gestione del museo" a cura di Mario Turci (appunti)
Concetto di RESTITUZIONE.
Contrasto fra celebrazione e valorizzazione.
Efficacia come un insieme di forma e politica.
Gestione più missione.
La conservazione non è sufficiente: progetto sociale, efficacia e utilità pubblica.
Missione (azione) - politica (progetto) --> gestione
La missione deve sempre comprendere un atto di negoziazione col territorio.
Errata concezione di determinismo della forma --> la forma non determina la politica --> obsolescenza --> necrosi (Se la forma non è sostenuta da un contenuto congruo alla missione).
Per evitare la solitudine, l'autoreferenzialità al centro non porre l'oggetto, ma il visitatore.

L'emozione di veder riconosciuto un lavoro di ricerca video su biografie femminili sul tema del rapporto fra cottura e cultura a cui tengo più di me stessa. Osservare le mie donne prendere voce, raccontare la fame, la gola, il dolore, la vita intera svoltasi nell'ambiente della cucina con una semplicità e una forza inimitabili.

La morra sarda, la poesia campidanese, il cibo, l'accoglienza.
La tanta gente che passa e si emoziona a vedere la foto del Guatelli. Sente voglia di condividerne il racconto. L'inenarrabile valore. La promessa di una visita e un incontro.

13 settembre 2009. La mostra su De Andrè.
Criticare il concetto di maggioranza già nella stessa etimologia della parola: maiore: chi era titolare di privilegi ed esercitava l'autorità. Disvalore del disprezzo, dell'intolleranza.
Brividi e pelle d'oca condivisi. La stupenda installazione di studio azzurro. Il rapporto fra Liguria e Sardegna, fra la sua anima di poeta borghese e cantore del popolo. Seduti fra la polvere della moquette all'interno dei suoi sguardi. Stupire per il modo in cui spinge fuori il canto, quasi in ritardo, quasi a cercarlo in estreme profondità e all'ultimo aver bisogno di conservarlo, difenderlo, ritirarlo, respirarlo.
"Il trionfo della speranza sull'esperienza."

Il concerto di Piero Marras, la notte in bianco a desiderare di viverne ancora.
A teatro un connubio di stratificazione musicale popolare e cultura alta, contaminazioni ritmiche e linguistiche, incontro di rabbia e dolcezza, disperazione e speranza, anarchismo e regolamentazione, utopia. A infilarsi fra le note concretezza di sogni sognati, dolori e passioni travolgenti com'è travolgente la cultura sarda che si presenta così orgogliosa e radicata seppure così disponibile e aperta.
Qualche volta capita di desiderare d'abitare in un altro mondo per poi rendersi conto che si trova appena dietro l'angolo, giusto dove finiva il nostro sguardo corrotto, tramortito, imbalsamato.
La musica non smette di stupirmi di stupore profano. Le vedo le ali del musicista che si estendono a raccogliere il palco, a solleticare di piume i nasi della platea, a raggiungere il confine del suono ben oltre i confini fortificati dell'anima. La sento penetrare nei respiri e restare come memoria, l'unica possibile isola di senso.
Sento che il linguaggio del musicista è solitario, ma meno faticoso, meno ruvido o accidentato. Un liquido caldo, un liquido denso.

Ed è già ora di tornare, di salutare tristemente gli amici, di riempirsi di nuovo il cuore di speranze e progetti, quel tanto che basta per garantirsi ancora un po' di tempo da Vivere.

http://www.etnu.it/

23 agosto 2009

Tudo isto é fado

La luce imita o accarezza le curve della mandola stasera? Assaggio la tua lingua e vi scopro un ricordo di liquore fatto in casa. Erano mele cotogne, erano noci, erano prugnoli.
Si leva un canto di donna fra le farfalle notturne. Le unghie stringono sul cuore, perle e tacco su sillabe e note: dolcissima veglia. Il chitarrista le pizzica la trachea, consuma, col tatto, sacrificio di corde vocali. Ne esce un canto umido, uterino, dolore di parto. Urlo e sussurro. Trasparenza su fianchi, nero pizzo dei seni e fado. Fiore appassito, frutto violato.
Ti manifesti con un bacio lieve sull'orecchio eccitato da altre frequenze e soffi sul timpano: si accendono brividi in chiaro e scuro, ruvidità su una pelle ombreggiata di peluria. Contrasto: crepuscolo e bassa marea.
Poi il bambino schiaccia la farfalla e spezza il ramo. Ora, l'istante stesso in cui si spegne la voce.

21 luglio 2009

Venezia di bianco e di nero

Non ti scrivo tanto di Venezia, quanto della sua consapevolezza.
Sono sdraiata fra porose lenzuola di bianco fragoroso, intorno a me pareti di un azzurro vivido, appena oltre la finestra e gli scuri socchiusi da cui filtrano fascine di raggi di sole s'intravedono calli dai nomi improbabili, storie scolpite nella lingua e nelle impietose pieghe. Desidero smarrirmi per goderne il racconto.
Riposo al fresco di paesaggi di tendaggi e biancheria, di tanto in tanto mi bagno gli occhi coi pensieri liquidi conservati nel bicchiere posto sul mio comodino. Pungono e bruciano, poi vanno a schiarire il rosso nerastro delle mie palpebre abbassate. Lacrime alogenuro d'argento su membrane acetato di cellulosa che la luce decompone in regioni d'argento metallico.
A Venezia il mare odora d'oriente, crea forme alle finestre, incrosta di sale gli occhi già corrosi.


Riposano con me, all'ombra di possenti rampicanti, tavolini in ferro battuto ricoperti da spesse tovaglie in canapa sbiancate con la cenere, recuperate da vecchi bauli in cui conservare doti d'altri tempi.
E un gatto.
Un gatto che fa capolino fra piante e gambe. Il suo manto grigio incupisce le ceramiche vuote di latte e caffè.
D'improvviso è notte.
Funeree gondole scivolano su neri sospiri, tagliano le tenebre dei canali oscuri con piccole lame d'argento. Finissimo argento nella notte dei tuoi capelli che cominciano ad imbiancare al sorgere dei tuoi cinquant'anni.
Venezia è una città scolpita in una luce di due secoli fa. Tremolano proiezioni di mura illuminate dalle candele o dalle lampade a gas.
È vero, di Venezia non so scriverti, ne mancano gli odori delle radici (gli odori nelle narici) seppure (neppure) in sovrapposizioni temporali su fogli traslucidi.

Più tardi, o magari fra qualche giorno, proverò a raccontarti della biennale. Se appena mi riuscirà lo farò sempre su questo stesso foglio. Tu dormi, oppure aspettami.

22 giugno 2009

Il giorno in cui ho incontrato l'uomo dai quattromila lucchetti.


Approfitto di una pozza di solitudine per ritagliare uno scampolo di piacere oltre il ferreo dovere di questi giorni e raccontarvi la giornata di ieri prima che ne sbiadiscano i dettagli, seppure la sostanza mi accompagnerà per tutto il mio tempo.
Un giorno ho deciso che avrei voluto imparare a dare forma alle sensazioni, plasmare i pensieri in strutture di parole. Ho cominciato a fissare idee estemporanee, combinarle, imparare giochi di vocaboli, scommettere su uno stile modesto, che non andasse a intaccare l'emozione, la storia pura. Ne sono nati racconti, aforismi, scarabocchi, un abbozzo di romanzo lasciato al culmine del suo sviluppo per troppo dolore, per paura di voltare pagina. Trasmutavo - stegoneria narrativa - visi e sensazioni vissute da me o da altri in storie, insaporendo la realtà con incastri fra reale e reale immaginato.
Ieri ho avuto invece la consapevolezza di incontrare una storia viva, fatta di carne, tempo dilatato e respiro.


Cedogno è un paesino in sasso. Vi si arriva tramite una stradina sterrata che penetra nel borgo fra stretti muri ed ebeti tremanti anziani cani, apparentemente confusi al passaggio di un'automobile, raro mostro d'acciaio e meccanica a contaminare un paradiso naturale a guardia del quale sta il Monte Fuso. Delizia di paesaggio d'appennino.
La casa dell'uomo dai quattromila lucchetti domina il torrente, lungo la stradina che porta a valle verso un ponticello ed un mulino.
Ubriachi di ciliegie sotto spirito assaporate in una deliziosa trattoria da quattro tavoli [trattoria Tarasconi a Paderna di Neviano degli Arduini] vi siamo arrivati nel tardo pomeriggio dopo esserci gustati oggetto per oggetto - e artigianali piccoli spaventapasseri costruiti da un piccolo e disordinatissimo gruppo di bambini - un minuscolo museo etnografico, un piccolo sogno, un piccolo scrigno di memoria, questo a Bazzano [Museo Uomo Ambiente]. Lì abbiamo conosciuto un'altra temporalità resa possibile dal lavoro su un vecchio telaio, fra i suoni ritmati del legno, tatto di canapa e lino e vecchi canti popolari.Vittorio galleggiava sprofondato su una poltrona fra bacheche in vetro che esponevano un selezionatissimo e allo stesso tempo numeroso gruppo di oggetti. Ci scrutava dubbioso e diffidente, esaminava il nostro interesse per cercare di capire quanto valesse la pena dare di un tesoro raccolto, fra sacrifico e piacere, in una vita intera. Ci sfidava, volendo dimostrare che il suo Museo potesse essere all'altezza delle più belle collezioni. Tibet, Marocco, pezzi di età romana, lucchetti da sei chiavi, segreti dei templari. Il mondo intero a partire da un lucchetto ricevuto in prestito e smarrito in guerra, sepolto sotto un cumulo di macerie e mai più ritrovato, la cui combinazione a lettere riportava il nome esotico di una donna "Juana" che come una chiave chissà a quale serratura di cuore era stata legata. Poi qualcosa è scattato fra un incrocio di sguardi e Vittorio ha cominciato ad estrarre ferrosi e arrugginiti grossi lucchetti da scatoloni e buste di plastica, questi finalmente da toccare, oltre i grandi vetri dell'esposizione. Per noi ha svelato l'enigma di complicati meccanismi che per la sua sapienza non hanno mistero. Ha combinato chiavi e serrature, raccontato storie lontane nei luoghi e nel tempo, srotolato la sua vita, condiviso - regalo infinito - la sua meravigliosa passione. Vittorio ha fatto ancora di più. Ci ha mostrato l'oggetto più bello del mondo, qualcosa che non avremmo mai più rivisto nella vita (un porta monete da tram) e poi ci ha rivelato la sua cantina (lavatrici a mano, seminatrici adoperate dalle sue mani poderose e gentili come fossero violini, piccoli mulini casalinghi),fino a portarci a conoscere Tito, il suo migliore amico, un grassoccio cane nero dolcissimo e ad assaporare un caffè a casa sua. Si è lasciato fotografare abbracciato a sua moglie che ha pazientemente sopportato per tutti i loro anni la sua strabordante passione, vedendone irrimediabilmente contaminata la casa, mentre sua nuora metteva la caffettiera sul fuoco. E nell'attesa ci ha rivelato altre decine di meraviglie nella sua sala strapiena di cose, facendone parlare una ad una e poi riponendole in una precisa geografia di oggetti, materializzazione palpabile della memoria.
Sorrideva Vittorio. E noi sorridevamo, riconoscenti, con lui.

Museo storico del lucchetti
Museo Uomo Ambiente

20 maggio 2009

Stralci di vita. E quando la politica la fanno le persone e per giunta appassionate.


Vediamo se sono ancora capace di sporcare questo silenzio bianco con briciole nere di punteggiatura da pensieri smozzicati rammendati col fil di ferro su un tarlato pezzo di memoria. Di notte sogno talmente tanto e faccio sogni così complicati da svegliarmi stanca. Così ho imposto al mio alter ego il silenzio, ma lui mi ha spiegato che anche un uomo solo con se stesso vive nel frastuono dei suoi organi interni. Il mio tempo libero galleggia cadavere sulla superficie oleosa di un periodo denso.
Però fra gli impegni ho nascosto l'intera Padova coi suoi mercatini e le sue botteghe d'altri tempi: salumieri faccia piena, anguille nelle vasche di sbeccate mattonelle di coccio a far da vetrina alle pescherie, oggetti intrisi di passato a strizzarne racconti al solo vederli, i matti sotto al palazzo della ragione, dopo Giotto il battistero del Duomo da lasciarci storditi e le madonnine medievali ad allattare grassocci bambinelli fra le vene del legno e la lotta di sopravvivenza del colore.
Dei miei tre giorni in oriente - Udine al Far East Film - ho portato indietro un senso di stordimento e piacere. Uscita dalle quattro ore di proiezione di Love Exposure di Sono Sion (l'unica descrizione possibile sarebbe stata la mia e le altre facce), la sensazione era quella di aver aperto una breccia su una cultura dagli enormi contrasti, in cui si può passare dalla gioia alla tristezza, come dal trash al sublime con una facilità disarmante, inspiegabile nonché completamente affascinante e densa di significati umani al punto che l'unico confronto possibile resta la migliore letteratura russa ottocentesca. La città invasa da una marea di forzati volontari delle 16 ore giornaliere di cinema, al punto da farmi sentire quasi normale nelle mie escursioni cittadine, fra osterie semibuie visto che gli occhi faticavano a ritrovare il giusto rapporto diaframma/tempi di fronte alla luce del sole e ad espandere il loro campo visivo oltre i quattro lati del quadro. E cerco di esservi utile segnalandovi anche The equation of love and death di Cao Baoping.
Ma aspettate un minuto che metto su l'acqua della pasta, che tanto il ragù l'ho preparato ieri.
All'inaugurazione di una mostra fotografica, dopo aver cercato di esporre tre decenni di cinema in meno tempo possibile e averne comunque subito l'impazienza dei giornalisti mi sono chiesta perché la (mia) timidezza debba necessariamente essere un difetto così atroce in questa epoca standardizzata e perfetta. E l'ho pure caricata d'affetto citando Pasolini che racconta il suo primo incontro con Fellini che gli raccontava, trascinandomi in quella campagna perduta in un miele di suprema dolcezza stagionale, la trama delle Notti. Io, gattino peruviano accanto al gattone siamese, ascoltavo con in tasca Auerbach.
Poi da brava mamma gatta curo la mia palla di pelo nero che si è presa un brutto acciacco stagionale, nell'utopia di mostrarvi il cuore dell'essere donna attacco l'uno all'altro corpi digitali, organizzo filmografie in improbabili nomi danesi, cerco di concludere - e magari chissà di ricominciare - anche l'università seppure, e nonostante la mia impreparazione cinematografica, continuo a comprare libri d'antropologia (che se ritenuti buoni saranno prontamente inseriti e commentati in aNobii).

E adesso la conclusione col botto: la mamma (Franca Bassani o la Franca di Francamente), finalmente, si candida a sindaco. Dopo 16 anni di amministrazione comunale in cui ha ricoperto svariate cariche, ha acquisito una competenza notevole e si è fatta praticamente da sola l'opposizione avendoci messo tempo e cuore come nessuno (chi la conosce come anche i tanti che telefonavano a casa perché sapevano di trovare l'unica persona in grado di portare le loro proposte o di dare una risposta utile sa che non parlo con le parole di sua figlia), penso che sia davvero una candidatura forte, giusta. A lei, oltre a nomi di indispensabile valore, si è unita una lista fresca, giovane così che, oltre alla necessaria competenza, si è sviluppato un clima di gioiosa partecipazione. Alle riunioni, che io ho solo sfiorato, si vive un entusiasmo contagioso, si sta bene insieme. Si è inoltre convinti di portare avanti idee condivise da tutti che davvero hanno in potenza la forza di migliorare il paese, assolutamente al di fuori da interessi di parte. Molti di voi amici che passate a trovarmi in mezzo a questa confusione di tic da tastiera siete lontani per sostenerla, ma se volete riconoscere amicizia ad una lista di sinistra vera o conoscere il programma ci trovate sui blog, su facebook, per e-mail. E per chi fosse fisicamente vicino ad Agugliano (AN) vi segnalo l'iniziativa organizzata dalla nostra lista (A sinistra per Agugliano) con Fulvio Grimaldi, il 22 maggio alle 21,00 nei locali della sala polivalente del Socopad. Per il 29 maggio, invece, dopo il successo della prima, si sta organizzando la seconda cena di autofinanziamento.

P.S.: se qui latito mi potete sempre spiare attraverso finestre aperte a soffietto: twitter e facebook.


09 aprile 2009

Il coraggio e la solidarietà in Abruzzo

Questo blog non chiude, i muri non fanno parte della mia filosofia, ritroverà tempo e parole.
Oggi si fa spazio per un urlo:
vi comunico un riferimento sicuro per le donazioni per il terremoto. Rifondazione ha già improntato campi e tramite le brigate di solidarietà attiva e le sedi abruzzesi è sul territorio. Per le donazioni via internet da qui, se volete, potete dare in sicurezza il vostro contributo (e trovare altri link e informazioni).
E poi voglio segnalare il blog di una nostra vecchia amica blogger: Anna dove trovate altri riferimenti per gli aiuti sicuri e dove, soprattutto, grazie al suo coraggio e nonostante le perdite subite, sta cercando di fare vera informazione oltre il muro di omertà politica e giornalistica. Qui (da Marina) trovate le coordinate bancarie per aiutarla a ricevere un portatile dotato di connessione internet, la catena solidale del mondo dei blog si è messa in movimento.
Non smetteremo di parlarne finché anche l'ultimo abruzzese non avrà una sistemazione dignitosa e la certezza di tornare il più presto possibile ad avere un vero tetto per la sua famiglia.

Update: Rifondazione ha approntato due campi accoglienza a San Biagio e Camarda con servizi di cucina, asilo sociale, assistenza psicotraumatologica, lavanderia sociale.
Per il contributo economico:
Conto Corrente Bancario
RIFONDAZIONE PER L'ABRUZZO
IBAN: IT32J0312703201CC0340001497 (dall'estero aggiungere cod. Swift: BAECIT2B)
Per disponibilità varie tutti i recapiti sul sito di Rifondazione

Update 2:
Anna ha ricevuto il portatile!

31 gennaio 2009

Il tempo del racconto

Dov'è finito il mio tempo del racconto?
Fra un'inquadratura spiata in un cinema d'essay di Pordenone o nel sogno di condividere una passione fino a non dormirci la notte. Fra pagine di tesi, la mia, e pagine di tesi, quelle degli altri. Il senso di impreparazione culturale mi coglie più forte quando meno me l'aspetto e mi pietrifica l'intestino fino a bloccarmi, a tradimento, il respiro. Guardo la mia bella professoressa, dal viso d'attrice francese, l'ascolto ascoltarmi e poi sussurrarmi parole che rallentano i tempi della tensione. Mentre l'osservavo salire sul treno e sparire all'interno della carrozza, speravo intensamente solo di aver la possibilità di imparare ancora da lei.
E l'alba della domenica, che prima era furia di libertà, si leva ogni settimana come il momento del riposo fisico e mentale. Vorrei venire a incontrarvi, riposarmi nelle nostre case virtuali, appoggiarmi su una vostra frase e veder sfilare i vostri testi fino alla fine senza l'ansia dei troppi appuntamenti.
Intervisto anziane donne in questi giorni. Attraverso il sapere delle loro mani gesticolano storie talmente dense da annientarmi per vari giorni. Al montaggio di questi video mi si svela il senso stesso dell'essere donna, pazzia di fotogrammi mi fa credere che si possa salvare ancora qualcosa.
A teatro sono morta con Elisabetta Pozzi per tutto il tempo di Max Gericke e il sorriso dell'attrice che recupera il suo corpo è stato anche la mia dolorosa resurrezione.

08 gennaio 2009

Ai bambini palestinesi si ferma il cuore

Non si può restare indifferenti al massacro israeliano a Gaza di questi giorni. L'olocausto non può essere la scusa dietro cui nascondere il genocidio allora subito, oggi perpetrato. Si innalzano muri non solo in terra di Palestina, ma anche contro il buonsenso nascondendosi dietro un presunto antisemitismo, di facile risultato politico. I governi di Israele con i loro crimini di guerra sono i primi responsabili della stessa distruzione del movimento pacifista israeliano. Ma non voglio adesso parlare di simboli: di Sabra e Shatila, del piccolo Muhammad al-Dorra o magari di Rachel Corrie.
Mi vergogno della stampa italiana e di quel che resta di sinistra nel PD. Ho persino letto articoli in cui si dice che Israele sta facendo di tutto per limitare i danni alla popolazione civile. Per questo si bombardano gli ospedali? Si spara sui profughi che tentano di varcare la frontiera del loro stesso Stato e che il loro Stato non ha diritto di controllare? Si distruggono scuole dell'ONU? Si spara sui cortei pacifici di protesta? Si rinchiudono famiglie intere in una casa per poi bombardarla?
Il nostro paese ha liquidato la verità storica, ha dimenticato che in questo conflitto c'è chi ha ragione e chi ha torto, confuso politicamente resistenza e terrorismo (messo alla pari razzi artigianali sparati per difesa e un esercito massiccio sostenuto dalla superpotenza americana), nascosto il genocidio. In questo modo non si arriverà mai alla pace. Volutamente non si è arrivati alla pace. Pace è sinonimo di verità e di giustizia.
Nel 1948 Israele non esisteva. Ad oggi ai Palestinesi resta poco più della striscia di Gaza. Nel 1948 la Palestina non era un deserto, un cumulo di macerie. Guardando la cartina che descrive la perdita delle terre palestinesi non si può non pensare al genocidio, non si può non arrivare a credere che Israele si fermerà solo quando lo stato di Palestina non esisterà più (e di fatto ormai non esiste). Il rapporto, si diceva anni fa, è di uno a cinque. Per un israeliano ucciso cinque palestinesi cadono. Oggi, se si dovesse fare lo stesso macabro rapporto non ci sarebbe più proporzione. Su questo conta lo stato di Israele?
Ci siamo fatti mangiare il cervello con lo scontro di civiltà e adesso i bambini, in Palestina o meglio in quel che rimane della Palestina, non solo muoiono sotto le bombe (75 solo negli ultimi giorni), ma muoiono d'infarto per il freddo e il terrore.
Cosa resta da dire all'umanità quando il cuore di un bambino si ferma?
Mettetevi una mano sulla nostra sporca coscienza di occidentali, sull'insulto degli accordi di Oslo e provate anche solo a farvi venire il dubbio, per un minuto, chiedendovi se c'è anche la più remota possibilità che l'informazione vi abbia corrotti. Provate nel minuto successivo a pensare a cosa fareste voi se foste palestinesi. Poi chiedete prima la verità e poi la pace.

22 dicembre 2008

Migrazioni

Mi capita da sette anni e mezzo di vivere la condizione dell'emigrante. Non sembri ridicolo il fatto che il mio spostamento sia stato appena di trecento chilometri e spiccioli. Anch'io, infatti, ho avuto i miei sacchi neri di plastica in cui infilare la falsa e ipocrita consolazione di oggetti familiari a far stringere il cuore a tradimento; ho conosciuto la fatica e il disagio del non capire una lingua, un dialetto che mi escludeva dai discorsi delle persone più anziane come dalle chiacchierate più familiari o concitate; mi sono sentita straniera in una terra che poco o niente assomigliava alla mia, ma a cui dovevo, almeno in parte e col tempo, cercare di assomigliare. C'è il rischio di perdersi, però, per una donna di collina e di mare a sforzarsi di assomigliare alla pianura. Così, il primo periodo, ho aggiunto un chilo al mese nel ricordo delle curve dei miei profili all'orizzonte, fino a superare il primo anno grazie ai dodici chili circa di ansia trasformata in zuccheri ed energia, grasso a proteggere dal freddo sconosciuto a chi ha sempre vissuto in un clima umano più mite.
Poi, in certi angoli di questa grande casa che è il mondo e che per fortuna nessuno riesce ancora a pulire, perché scomodi e stretti - o forse perché non conviene, ingenuamente non si ritengono pericolosi da chi detiene il potere - ha cominciato a fermarsi una polvere particolare fatta soprattutto di cose vecchie che raccontano al nuovo e lo rendono vissuto, già stratificato. Fatta di quello che l'umano ha di universale, fatta di pazzia, utopia e poesia, fatta di incontro e racconto.
Così si cedono paure e sconforto cedendo chili, fino a tornare al giusto peso dell'anima dove tutto quello che avanza non ha a che fare con lo sfogo, ma è stato solo puro piacere, peccato capitale, gusto di vivere. Ci si comincia a sentire a casa. L'altra casa. Quando si ritorna si può viaggiare in treno seduti verso il senso di marcia, e non più con le spalle alla strada.
Oggi avrei voluto raccontare della Garfagnana, che ogni anno ci accoglie come se non fossimo solo di passaggio - in particolare di un luogo fra le alpi apuane e l'apppennino - di Lucca, bellissima più che mai tutta vestita a festa e dove Piazza Krasnaja - un mio vecchio racconto - è stato adottato una seconda volta fra musica e teatro e una nuova pubblicazione, ma il sentimento più forte era quello del mio nomadismo interiore. Per due meravigliose speranze, invece, per il racconto di quelle, ci può essere solo il bar e possibilmente un bar con la vetrina mezza appannata a guardare progetti di vita affrettati e infreddoliti procedere verso l'una o l'altra strada, all'incrocio.
Ne approfitto, però, almeno stavolta, per ricambiare un gesto che mi ha commossa (non mi piacciono le catene, ma se c'è di mezzo l'affetto è diverso) e per farvi gli auguri. Natale mi mette ansia, la cosa migliore che mi sento di augurarvi è che questi giorni di festa vi vedano in cammino.



Ho ricevuto da ed attraverso i suoi due blog (l'altro è imperia parla) questo premio dedicato ai blog che hanno dimostrato impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali. Commossa lo assegno a mia volta (parenti esclusi!).

Il regolamento del premio è questo:
1. accettare e comunicare il regolamento visualizzando il logo del premio
2. linkare i blog che ti hanno premiato
3. premiare altri 15 blog meritevoli avvisandoli del premio

A piena voce
Alzata con pugno
Attaccati alla spina
Babilonia61
CalMa
Chit
ed
Frutti di stagione
Il più personale dei piaceri
Ineziessenziali
Pensare in un'altra luce
Che vuoi farci è la vita, è la vita, la mia
The bookshow
Tipi d'aMare
Zefirina

Perdonatemi se non dovessi avervi avvisato, ma sempre più la lettura dei blog per me è un piacere puro da godermi in momenti e stati d'animo particolari. Cosa che si vede forse dalla mia bassa frequenza di commenti lasciati, ma che vi garantisce un affetto vero e una lettura attenta e appassionata. Se vi leggo, seppure spesso silenziosamente, link o no, comunque vi apprezzo. Sono giochini, questi, che mettono sempre in difficoltà.