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15 ottobre 2007

Un porto sicuro

Mi aggiro, munita di macchina fotografica, come fossi una turista, per le vie del ghetto, ad Ancona. Mi fermo ad annusare ad occhi chiusi l'odore dei cibi che massaie scrupolose stanno preparando già dall'alba di questa domenica mattina. Osservo stupita architetture molto particolari a cui non avevo mai fatto caso con l'attenzione rapita dalla bellezza esibita di piazza del Plebiscito, piccole e minuscole chiese che si affacciano oltre l'ennesimo angolo, a fianco di quel borgo stretto dove ripide scalette arrancano verso il Duomo, sospeso fra l'alba e il tramonto del golfo. Prima delle grandi e sfarzose navi da crociera, ben altre navi sono passate sotto questo tempio: grandi corazzate dell'ultima guerra fraticida che ha visto popolato solo da paura lo stesso ghetto, stive piene di sacchi neri di plastica per i morti che ha risparmiato il terremoto, accanitosi solo con gli ultimi edifici scampati ai bombardamenti inutili degli americani. La frana, la guerra, il terremoto, forse Ancona doveva scontare la posizione in un luogo dov'è concentrata tanta diversa bellezza. Ma oggi sono diretta al cimitero ebraico, che ho scoperto essere il più grande d'Italia e che è appena stato restaurato e siamo diretti anche nel luogo dove il vento che sferzava il faro, la pioggia invernale che giocava a trasformarsi in ghiaccio, non impedivano ad un amore in bilico di mettere radici. Non smetterò mai di essere riconoscente ad un vecchio faro in pensione che ci ha protetti senza giudicare, ad emozionarmi nell'abbraccio di quel panorama a 360 gradi, non riuscirò mai a stancarmi di vedere la città tuffarsi, col porto, in mare senza rinunciare a piccole deliziose spiagge di colori improbabili, a picco sotto la scogliera. Bianchissime lapidi di forme uniche nel loro genere mi ricordano che lì sono stati sepolti, al tramonto, una donna impareggiabile e un padre amatissimo. Bianchissime lapidi pesanti a nascondere in fretta la vergogna della morte, a mostrarsi in incomprensibili segni di una lingua antica, parole che non mancano di errori, fra cui quello della morte stessa, l'unico incorreggibile. Davanti a quel mare schiumoso e infinito scopro di essermi fermata a riflettere sulla pazzia del genocidio, al razzismo presunto esportato dai colonizzatori che riesce a far sentire diversi anche gli uguali. Oggi penso alla zuppa di banane degli Utu e alla carne, al latte dei Tuzi, alle radio che diffondevano le targhe delle automobili per riconoscere, nella totale uguaglianza etnica e culturale, chi doveva essere trucidato, lasciato morire lentamente con gli arti tagliati, penso a chi aveva la fortuna di poter pagare per essere ucciso con una pallottola e non a colpi di machete o martello. Oggi penso alle fosse comuni di Sebrenica, appena al di là di questo mare, dove gli assassini parlavano la stessa lingua degli uccisi, dove bisogna ancora oggi fare 110 km per trovare un dottore e ai pochi bambini fortunati che frequentano la scuola viene insegnata la storia della Serbia. Penso alle città fantasma della Cecenia, della zona settentrionale dell'isola di Cipro, ai Kurdi, agli armeni. Penso ai passamontagna del Chiapas, ai Tamil. Penso all'orrore di sentir parlare italiano, in mezzo a sconosciuti idiomi tedeschi, dai torturatori e assassini di Marzabotto, di Sant'Anna di Stazzema. Penso a tutti quelli che non hanno trovato posto nei miei pensieri, uno spazio bianco che riempirà il cuore di chi legge.
Il genocidio, l'eccidio, lo sfruttamento, la violenza non sono solo in presenza di differenze etniche, culturali, linguistiche, religiose, l'uomo, parte dello stesso popolo mondiale, uccide anche in mancanza di tali differenze, che vengono fabbricate ad ogni sanguinaria necessità. Un popolo unico fatto di identità plurime che vengono giornalmente sezionate e isolate per farci sentire diversi in nome di altri interessi.
Questa che ho intorno oggi è la mia terra e vorrei che, non solo per me, non solo per noi, ma soprattutto per gli altri, possa essere per sempre un porto sicuro.

9 commenti:

Gloutchov ha detto...

Non credevo che Ancona fosse così bella... devo rimediare e farci un saltino :)

Gianfranco ha detto...

Pugno sullo stomaco o carezza sulle spalle? Forse pugno sullo stomaco E carezza sulle spalle il tuo post...

P.S. Pure tu tenti la strada di adsense? Fammi sapere come va! Io, intanto, ricambio il click :)

chit ha detto...

Credo che purtroppo è talmente tanta la cattiveria in giro per il mondo che veri porti sicuri (geograficamente parlando) ahinoi non esistano quasi più. Esiste però per taluni la capacità di saper godere di piccole ma preziosi sensazioni ed esaltarle fino a trasformare in un angolo sicuro. Bellissima descrizione di una città di cui purtroppo ho solo ricordi sfumati e fugaci...
Buona serata

Isabel Green ha detto...

che bella ancona.ci dovrò fare un giretto.che bello rileggerti ;)

Mimmo ha detto...

...ah...l'Italia! :)

princeps ha detto...

Dolci, intense, terribili queste righe.
Un abbraccio. :*

F.

guccia ha detto...

Sì, gianfranco, mi hai convinta.
Okey, regaliamoci click a spese degli altri ;)

Un modo come un altro di convogliare pochi centesimi su cause giuste.

Franca ha detto...

Per quanto riguarda la prima parte, questa lettura è stata emozionante anche per me che in Ancona sono nata.
Il pugno nello stomaco della seconda parte, ogni tanto fa bene riceverlo per svegliare la coscienza perchè anche la più vigile qualche volta ha la tentazione di assopirsi

dharani ha detto...

leggendo la prima parte del post, mi è venuta voglia di vedere Ancona, una città di cui non so nulla...
Sulla seconda parte... silenzio... rifletto in silenzio...