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12 settembre 2007

Sfiorando il festival della letteratura di Mantova

Sono ancora poco fra queste pagine virtuali perché ho fatto del male a me stessa firmando una proroga al contratto. Quest'anno, più ancora dell'anno scorso, ormai a due, tre settimane dalla fine, mi prende maggiormente un enorme sconforto per quello che ho visto, per quello che sto vivendo. Ma questo discorso lo farò a tempo debito, per ora tengo duro e curo le mie tante ferite, fisiche e psicologiche, da lavoro a tempo determinato in fabbrica. Inoltre ho il cuore pieno di dolore e rabbia per l'11 Settembre: quello del 1973. Per quello del 2001, invece, ho visto tanta ipocrisia e disumanità nella faccia contrita di Bush, responsabile di quelle morti.
Nel cambio di stabilimento sono riuscita a ritagliarmi un paio di giorni insperati e a fare un salto a Mantova, al festival della letteratura.
Mantova ti colpisce appena la vedi oltre il ponte: il castello, la cupola della basilica, tutto il profilo della città vecchia abbracciata dai tre laghi in cui riflessi violacei fanno contrasto col verde brillante delle ninfee. Sul lungo-laghi qualche carrozzina, ragazzi che fanno footing, tante biciclette, un piccolo bar dove persone tranquille si godono bicchieri di vino freddo chiacchierando come fosse un giorno qualsiasi, quasi non ci fosse la tipica ressa da festival.
Poi il centro storico e un mare di gente fra il marrone mattone di Palazzo Ducale e il grigio dell'acciottolato su cui una donna con alti tacchi rossi non riusciva a camminare; magliette da turisti a sporcare di colore la bianca facciata della Basilica di Sant'Andrea. Le mie gambe stanche e la mia voglia di camminare, ascoltare.
L'ingresso ottenuto quasi per miracolo al piccolo teatro Bibiena: un teatro all'italiana con una strana pianta a campana, illuminato da fioche lampade che lasciavano il tutto semibuio; chiacchiere eccitate fra affreschi solo intravisti. Le persone che tendevano il collo oltre i palchetti all'ingresso di Luca Scarlini, alle sue spalle l'immagine bambina di Radclyffe Hall: il visino già contrito. Poi la vita della scrittrice inglese omosessuale come fosse uno spettacolo, fra parole, musica, teatro, storia, la storia della violenza subita dalle donne per ottenere i loro diritti, il duro braccio di ferro fra le suffragette e il governo inglese, gli scioperi della fame, il bisogno di libertà di Radclyffe e la sua messa all'indice da parte del suo stesso popolo. Uno spettacolo per la letteratura e contro l'ipocrisia, il moralismo borghese.
"E se foste voi l'unico uomo nel paese delle suffragette, allora sì che sarebbero cazzi!"
Il sole che si nasconde dietro il profilo cittadino e sfuma i colori dei laghi, accende piccoli fanali a dinamo, insinua nella nostra coscienza che è ormai ora di tornare.
Niente autostrada, quasi a illuderci che la giornata non sia ancora finita e il Bricco dell'Uccellone a bagnare una cena in un piccolo paesino sul Taro, quasi Po, vicino Colorno, con la campagna che ci strappa nuovamente alla città e il buio che ci ricorda che domani inizia un'altra settimana di lavoro, consigliandoci di respirare le ultime ore di vita di una domenica: aria fresca oltre il torrido caldo umido di una fabbrica di pomodori.

27 agosto 2007

I miei secondi di questi giorni

Quasi nessuna novità degna di essere raccontata. Ho scattato centinaia di foto al primo compleanno di Alice, la nostra nipotina, come se il tempo volesse cancellare per sempre, secondo dopo secondo, quel suo primo, grande traguardo e io tentassi un'impossibile lotta per impedirglielo.
Ho pensato che da troppo tempo sono lontana dalla strada. Quella macinata passo dopo passo in cerca di luoghi, visi e parole. Da troppo tempo non mi fermo a leggere e a scrivere perché non ne ho il tempo, però il Tosco, l'ultimo operaio comunista, mi porta al lavoro la cioccolata biologica, le mele del suo pranzo, le magliette che indossavo in manifestazione, che puzzavano di sudore e che invece ormai odorano solo di armadio, si arrabbia ancora e ancora crede in un'idea purissima, come me; Germano pulisce per me i rubinetti della passata dove prendo i campioni da analizzare; Alice adotterà Zorba, il mio gatto adulto abbandonato; tutti vogliono leggere il mio libro; Roberta mi ha preparato una torta e mi racconta delle sue preghiere buddiste e del suo forte papà partigiano malato di tumore che in questi giorni ascolta estasiato il mio cd di canzoni di lotta; Lidia si arrabbia perché, passando, le sporco in terra, ma poi mi offre caramelline alla ciliegia e larghi sorrisi. Trema al solo vedere passare il carrellista che, la scorsa settimana, non l'ha vista e l'ha travolta, ma si sta riprendendo, la gamba le fa ancora male, ma pensa a quanto è stata fortunata e va avanti, nonostante il dolore; all'asettico mi preparano il campione un pò prima dell'orario dovuto perché sanno che vado di fretta; quando ritardo Elena mi aspetta nello spogliatoio; Beppe mi nasconde il carrello, rubato al supermercato per non dover sopportare pesi davvero proibitivi, e a volte mi ci lascia sopra una multa; il capo si arrabbia se escono i capelli dal cappello, ma mi chiede come mai in questi giorni zoppico e l'operaio anziano, lui, controlla i progressi del mio piede giorno dopo giorno; Giusti mi saluta, felice di vedermi arrivare, segno che il suo turno di dodici ore sta finendo; i contadini parcheggiano il trattore carico e vengono a scambiare poche chiacchiere e tre sorrisi. Un bacio sincero a tutti voi, stanotte, lavorando, potrò pensarvi mentre dormite. Dopo metà settembre, forse, ricomincerò anche ad arrabbiarmi di politica e, soprattutto, a scrivere della vita che incontro. Anche se l'alba riflessa sull'alluminio delle vasche, la campagna addormentata che si risveglia in odore di caffé, come pure i rumori della fabbrica di notte posseggono anch'essi la loro poesia, ho voglia di raccontarvi di fuori.

21 agosto 2007

Buio orizzonte




Avevamo un compleanno da festeggiare, il compleanno dell'uomo con cui da sei anni condivido questa casa. Non c'è posto migliore del mare di notte, di un telo nero infinito fissato al suo sostegno di cartone dalle stelle.
La sabbia fredda sotto i piedi nudi e i granelli che si nascondevano fra le dita. Una luna sporca fra le nuvole e qualche imbarcazione in lontananza, lo sguardo fino ad immaginare le coste della Spagna. Un altro mare, non quello che accarezza la Croazia, ma un mare che corre senza ostacoli attraverso tutto il mar Ligure e si fa osservare dalle coste della Francia, dove i rom una volta all'anno portano la loro santa. I jeans bagnati da una calda onda dispettosa. Profumo e sapore di pesce, odore di sale, sapore sulla pelle. Musica. Le gambe che partono da sole al ritmo leggermente ritardato dalla sabbia. La timidezza che sparisce alla prima gioia di un mese troppo lungo. I fuochi d'artificio lontani, lungo il litorale. L'universo intero ad accarezzare l'acqua ai nostri piedi, a pochi metri l'orizzonte, quasi potessimo toccarlo. I sospiri delle sdraio chiuse, abbandonate dalla ressa di poche ore prima, da turisti frettolosi innamorati solo del sole.
Non servono le parole, certe cose non si dimenticano. Auguri amore!

Altre foto qui

10 agosto 2007

Da zero a cento in dieci... mesi.

Da zero a cento post credo di averne fatta di strada. Lo so che mi perdonerete questo post troppo personale, ma devo stemperare l'ansia da ricorrenza. Da zero a ventiquattro anni, anche, di cose ne sono successe. Ho vissuto tanti incubi e tante favole personali. Ho ricevuto un'educazione forse un pò rigida ma tanto preziosa, l'amore per la lettura, il pensiero sempre attento a quel che mi succede intorno. Traumi familiari che però, ora, mi hanno creato intorno uno stretto nucleo di ferro, una solida base su cui posso sempre contare e che posso usare da riferimento per una vita che spero sia il più movimentata possibile, alla faccia della mediocre sicurezza economica. Ho avuto una lunga esperienza politica, come la chiamo io di "politica di strada" con la sensazione di rendersi utile ma anche di sentirsi sempre minacciati, ma sempre comunque avanti a muso duro, con gli amici che resteranno gli amici di sempre. La mia relazione "fuori dai canoni" con Gabriele, tanto difficile quanto intensa e duratura. Gli studi artistici con i migliori professori che avessi potuto desiderare e che hanno aiutato a formarsi il mio modo anticonvenzionale di vedere, assaporare la vita, notare i piccoli dettagli che rendono davvero preziose le cose. I viaggi in treno con le persone che, spontaneamente, mi hanno regalato la loro fiducia, le loro storie e così il bisogno di scrivere per superare tanta malinconia, ma soprattutto per non dimenticare: tenerle tutte dentro era impossibile. L'incontro con Nicoletta, la scoperta di questa bella favola e di questa meravigliosa, seppure tremendamente sfortunata, libera etnia: le origini rom, il campo nomadi di Roma con Badya, i nostri viaggi sulla metropolitana, imparare sempre qualcosa di nuovo con loro. Il duro trasferimento a Parma reso meno traumatico dalle poche preziose amicizie spuntate intorno a questa piccola casa condivisa a tre con la piccola Pablita che è venuta a stare da noi un giorno prima di noi stessi. Gli amici virtuali, quelli per sms. Troppe malattie senza speranza, troppi traumi violenti, piccoli problemi fisici che recano grandi disturbi psicologici, ma mai da sola. Sono felice, a volte mi capita di pensare che non sto combinando niente, ma mi rendo poi conto di valutare la vita col solito metro, quello che ci vuole tutti produttivi e al loro posto. Ma se mi fermo un attimo e vedo le cose con maggiore profondità o sensibilità, non posso non essere felice.
Per una volta mi faccio gli auguri da sola! E altri cento di questi post? Chissà!

06 agosto 2007

Sergej Krylov, recital per violino solo.

Anche se non sono cose che si dimenticano con facilità voglio raccontarvi il mio incontro serale con la Musica.
Sabato sera mi chiamano mentre stavo facendo la danza della pioggia - sperando nel fango che blocca le macchine che raccolgono pomodori - dicendomi che la carenza di materia prima li ha obbligati a fermare lo stabilimento per un paio di giorni proprio in coincidenza con il week-end (che sfiga eh!). Non mi contengo e, dopo avergli urlato la mia felicità nella cornetta, corro in edicola e, con Gabriele, comincio a spulciare tutte le iniziative della provincia.
Sergej Krylov, uno dei maggiori violinisti del mondo, si esibisce nella splendida corte del castello di Torrechiara. Il programma: sonata n. 1 in Sol Minore di Bach; Sonata n. 3 "Ballade" in Re Minore di Ysaÿe; 12 Capricci per violino solo dall'Op. 1 di Paganini.

Arrivati nel borghetto sotto il castello, dopo esserci goduti un cucciolo vivacissimo che da solo è bastato a farmi provare un'immensa felicità, abbiamo mangiato sotto i portici della piazzetta centrale. Sulla parete erano ancora esposti i vecchi cartelli della drogheria chiusa da anni e una vite dai chicchi piccoli e gentili ricopriva completamente le mura. Dopo aver assaggiato deliziose tagliatelle spalla e carciofi e una punta che si scioglieva in bocca, ho rovesciato il limoncello sulla tovaglia. Un intenso profumo di limone si è levato riempiendomi le narici già inebriate da un paio di bicchieri di rosso fermo, dolce e fruttato.
Ci siamo arrampicati per il ripido borgo e ci siamo seduti al centro della corte. La luce illuminava le guglie della torre contro un cielo buio, quasi senza stelle. Le arcate delle finestre servivano da cornice a dei meravigliosi affreschi illuminati dall'interno. Tutto era volume, anche la solidità in acciaio della struttura del palco contro il muro grezzo.
Un pipistrello cercava di scappare dal cortile, dalla folla che si riversava composta sulle file di sedie in plastica, ma veniva confuso dal suo radar, che lo faceva credere bloccato dalle pareti, mentre sopra di lui c'era il cielo aperto.
L'artista russo è entrato e subito si è fatto silenzio. Lo vedevamo, raccolto, concentrarsi. Unico rumore quello di sporadici passaggi d'aerei. Io mi sono concentrata a mia volta sulla sua immagine e sul vento che accarezzava i miei piedi nudi, su un capello che mi solleticava la guancia e che non osavo spostare, per paura di turbare l'artista anche solo con un mio piccolo movimento. La sua figura era nera, il vento - che mi faceva sentire la consolazione della lana sulle mie spalle e il calore dei corpi vicini al mio - gli scuoteva i bordi inferiori della giacca. Il violino opaco e il suo braccio diventavano a poco a poco una cosa sola. L'archetto rifletteva, grazie alla luce, i suoi movimenti. L'incredibile colore opaco del legno faceva contrasto col rosa delicato delle sue mani.
Ha cominciato piano a suonare e io ho sentito la musica entrarmi nel corpo, fra mille vibrazioni, attraverso i fianchi. Alcune note le scuoteva via, nervoso, con una spallata, col gomito, prosecuzione del suo strumento, altre le accompagnava piano a morire di una morte lenta e momentanea, le soffocava e le riprendeva solo in seguito come fossero piccole fenici. Il tutto in un ballo frenetico e allo stesso tempo perfettamente melodioso. Non riuscivo a staccare gli occhi dalle sue dita veloci, il pensiero mi andava ad una donna al telaio, che tesseva fili spessi di materiale pesante. Mi scordavo e mi ricordavo di respirare.
Andante.
Veloce.
Agitato.
Uno scroscio di applausi e finalmente, appena accennato, il suo sorriso. Il suo sollievo e forse anche la gioia di ritrovarsi, per una volta, davanti ad una platea di persone qualunque che forse non hanno saputo apprezzare tutte le sfumature della sua incredibile arte, ma che si sono goduti appieno la sua musica, a riempire un posto tanto bello.
Di una serata incredibile come quella resta solo un tratto svolazzante d'inchiostro nero su un taccuino e la consapevolezza di aver vissuto quella giornata per qualcosa.

03 agosto 2007

Tre fortissime emozioni

La fabbrica ti mangia le energie, il tempo libero, la possibilità di coltivare le amicizie. Seppure per soli due mesi, sento che il lavoro mi sta togliendo molto, invece di dare.
Ne sono successe di cose questi giorni e avrei voluto scriverle, condividerle con voi. Lo faccio adesso in queste 24 ore di libertà, unico nostro giorno settimanale di festa, a cui andrebbero sottratte le ore di sonno in cui ormai sogno solo catene di pomodori.
Innanzitutto le lacrime. Le lacrime in ricordo della strage del 2 Agosto a Bologna. D'inverno passo quasi tutti i giorni alla stazione e, ogni giorno, mi fermo un minuto davanti a quello squarcio. Un'occhiata d'insieme, seppure partecipe, che non regge all'emozione provata durante la lettura delle testimonianze dei superstiti.
Poi un altro tipo di lacrime. Quel tipo di pianto doloroso e riconoscente. Prima Bergman e poi Antonioni. Il cinema migliore, quello più umano. Le mie due passioni travolte dal lutto. Il cinema scandinavo, la mia tesi di laurea, e il miglior cinema italiano, mai ripetuto. Trovarsi davanti alla televisione attoniti e accorgersi che quel misto di sorpresa e paura si trasforma in un'immensa tristezza e un senso di perdita incolmabili. Rendersi conto, all'improvviso, di star piangendo per due persone mai incontrate, ma per niente sconosciute.
In particolare, oltre alle immagini più famose, mi sono rimasti nel cuore i paesaggi dell'anima, le panoramiche sull'isola di Farö a indagare i sentimenti dei personaggi poi riflessi sui visi tormentati da segni indelebili. L'uomo e la natura stretti in un'unica grande crisi esistenziale, un'unica grande domanda. Il primo piano come solo il cinema (e Dreyer con Bergman) può rivelarlo. Gli oggetti (metafisici) dell'infanzia del protagonista del posto delle fragole, interpretato da un altro grandissimo regista svedese: Sjöström. La predica alla chiesa vuota.
E poi di Antonioni la partita a tennis senza palla; il fiore nella crepa del muro; la panoramica ad accarezzare la facciata dell'albergo fino a scoprire il viso che emerge dall'ombra nell'ultimo episodio di Al di là delle nuvole. Immagini che mi hanno saputo far crescere più di qualsiasi parola, senza bisogno di dialogo.
Ho immaginato Bergman spegnersi nella sua terra e ho desiderato che Antonioni avesse vissuto i suoi ultimi anni in maniera diversa. Il sentimento di gratitudine che ho per questi due uomini immensi non si può scrivere.
Infine, ma non per ultimo, il riconoscimento che i miei paesani mi hanno assegnato. Una serata perfetta organizzata dall'associazione culturale La Guglia, associazione che ha saputo meritarsi persino la medaglia d'argento del presidente della repubblica. I miei compaesani, in occasione della premiazione della bellissima rassegna nazionale di teatro dialettale che organizzano ogni anno, con risultati altissimi, hanno ritenuto di assegnarmi il premio "un aguglianese per la cultura" per i premi conseguiti in vari concorsi letterari nazionali. Io non so come ringraziarli di tanta fiducia in potenza. Sono salita sul palco scossa dalla commozione e la mia voce ha tremato per tutto il tempo in cui ho cercato di tenere un piccolissimo discorso. Loro mi hanno sostenuta per tutta la sera, mi hanno fatto sentire il loro affetto oltre alla loro stima e non smetterò mai di ringraziarli (e di volergli bene). Forse non si rendono nemmeno conto del tutto di quanto è importante questo per me, di quanto mi aiuterà nei tentativi a venire. Ho già tirato fuori dal cassetto dei lavori pronti e mai spediti sull'onda di questa importantissima fiducia. Solo con una forte amicizia intorno si può credere ad un sogno tanto difficile.
Distrutta da tutte queste immense emozioni faccio un altro passo avanti, il più lungo che le mie gambe abbastanza lunghe riescono a fare.


La notizia sul web

Grazie.

27 luglio 2007

Giorno di riposo

Ho appena terminato di leggere Opinioni di un clown di Heinrich Böll. Si tratta della storia intima di un ottimo clown sull'orlo del fallimento a causa della perdita dell'unica donna della sua vita: Maria. Il tutto collocato nel periodo della Germania post-nazista di cui Hans ricorda con terribile esattezza soprattutto le "piccole" tragedie che - seppur inserito in una società di convertiti - non è disposto a perdonare. Una riflessione, ironica, circondata da un alone di malinconia che solo un clown possiede, sulla falsa morale della religione (si scopre più cattolico dei cattolici questo personaggio sempre contro le regole della fede), sui rapporti umani, sulla società, sull'arte e sugli artisti... Con un finale estremamente poetico.
Ve lo consiglio spassionatamente, ho già provveduto a inserirlo nella lista dei miei libri preferiti. Fra l'altro mi ha fatto vagare la mente (oltre a quel capolavoro che è Luci della città) fino ad uno spettacolo dolcissimo che ho visto un paio d'anni fa: lo Slava's snow show. Se tornano in Italia, andateci, credo che il biglietto di quello spettacolo sia stata la cosa più bella che io abbia mai regalato.
Vista la necessità di avere a portata di mano un'altra storia da godere, ieri sera, sapendo che oggi avrei avuto il mio giorno settimanale di riposo, ho deciso di andare in città visto che la libreria di fianco al duomo tiene aperto fino a mezzanotte. C'era il teatro all'aperto, un balletto, e le coppiette, in punta di piedi, si tenevano per mano e sbirciavano oltre la rete a protezione dello spettacolo a pagamento, altri più semplicemente sedevano sul monumento a Verdi ascoltando la musica che nessuna barriera fisica può impedire di godere; l'erba era appena stata annaffiata e, camminando, l'acqua accarezzava i piedi; sulla grande fontana migliaia di riflessi, le chiese illuminate, il partigiano trionfante impettito e quello morente ai suoi piedi, la piazza col duomo e il battistero. Nonostante il mio rapporto di amore ed odio con queste mura, con questa gente, con questo clima (nonostante il caldo), Parma non mi è mai sembrata così bella. Dopo una buona mezz'ora di estasi davanti al settore "letteratura russa e paesi dell'est" ho scelto Medea di Ljudmila Ulickaja. Poche righe e mi ha già conquistata questa saga di famiglia, proiettata in vari tempi e in vari spazi (Grecia, Uzbekistan, Lituania, Italia, Haiti, Corea, Mar Nero), questa storia di un'anziana donna, sempre in lutto, e della sua casa di quattro stanze in Crimea che si riempie di trenta nipoti e attorno alla quale ruota tutta la vicenda. Una scrittura asciutta che indaga l'animo umano.
Uno sguardo veloce al settore "letteratura italiana" ha fatto si che accompagnassi l'acquisto con Case, amori, universi di Fosco Maraini, una figura davvero stravagante e altrettanto interessante del nostro panorama culturale, una varietà che si può riassumere nei tanti titoli che si potrebbero attribuirgli: viaggiatore, ribelle, scrittore, etnologo, orientalista, alpinista, padre...
Per il resto un polipo che bolle in pentola, odore di pesce, riposo e il pensiero che domani si torna a lavorare, ma stavolta in laboratorio. Si corre ancora di più, se possibile, ma niente vapore, passata bollente e macchine infernali. Non ho neppure un minuto, ma organizzo il giro dei prelievi di campioni in modo da passare a controllare se la ragazza che si trova al posto mio ce la fa, se gli ho spiegato bene e lei mi ringrazia con un'amicizia che forse non andrà oltre la stagione, ma che rende tanto umano quell'ambiente atroce; ad ogni sorriso scambiato qualche energia in più per terminare la giornata.

23 luglio 2007

Decine, centinaia, migliaia, milioni di Tappi.

Come ogni estate comincia l'incubo dei pomodori. Comincia domani.
Immaginatemi - con la mia vestaglia a scacchi bianchi e rossi, pesante come non mai, che copre dalle mani alle ginocchia - correre su e giù per una scala cercando di essere più veloce della macchina a mettere tappi alle latte di passata bollente che ti schizza sulle braccia e sulle gambe. E, nel frattempo, immaginatemi pulire quintali di pomodoro che cadono a terra, prendere temperatura e peso di una scatoletta ogni quarto d'ora, stare attaccata ad una macchina che spruzza vapore, in un ambiente che fa minimo cinquanta gradi:

Degna del miglior Chaplin di Tempi moderni dovrò:

1) Correre su delle scalette di ferro a mettere una fila di tappi (strappare la plastichina con le unghie o con i denti).
2) Girare il rubinetto dell'acqua per pulire.
3) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
4) Prendere in mano la calza e dare una prima sciacquata velocissima.
5) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
6) Dare una seconda sciacquata in terra accompagnando il pomodoro verso la fogna.
7) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
8) Passare il sapone per terra.
9) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
10) Sciacquare.
11) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
12) Chiudere l'acqua.
13) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
14) Prendere una scatoletta bollente dal nastro.
15) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
15) Aprire la scatoletta bollente cercando di non ustionarsi con la passata e inserici il termometro.
16) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
17) Segnare peso e temperatura.
18) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
19) Versare il contenuto del barattolo bollente nel secchio e correre a svuotarlo.
20) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
21) Andare a raccogliere le scatolette bollenti che sono scappate dal nastro.
22) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
23) Rimettere le scatolette bollenti ad una ad una sul nastro.
24) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
25) Portare via plastica e carta in un posto improbabile.
26) Correre a mettere un'altra fila di tappi
27) Sostituire il bancale di tappi.
28) Correre a mettere un'altra fila di tappi.
27) Girare il rubinetto dell'acqua per pulire...

E i signori politici "fanno la mossa" e allungano l'età pensionabile di due anni, praticamente conservando lo scalone. Non si può morire di lavoro, non si può vivere per lavorare. (E io scema ho dato lo 0,85% del mio stipendio alla FLAI!!!)
Sopravviverò e cercherò di farmi viva ogni volta che mi sarà possibile. Per due mesi è quasi sopportabile (si perdono cinque o sei chili di peso, ci si ustiona, si lascia in fabbrica un pò di udito e infine si hanno ematomi un pò ovunque [l'anno scorso ci ho anche lasciato mezzo dente]), immaginate la condizione di salute di chi è costretto a farlo per tutta la vita.
La prossima volta che andate a comprare la passata al supermercato, fate un pensiero per quei poveri cristi che hanno sudato come i pazzi per permettere a quella comodissima scatola di arrivare fino alla scansia a portata delle vostre mani.

19 luglio 2007

Sei anni fa, per noi soltanto ieri.

Genova G8
19 Luglio 2001

Siamo partiti che il sole era alto nel cielo, caldo afoso di una giornata di piena estate. Gli anziani ci avevano avvertiti, ma noi avevamo dato poco peso ai loro consigli, limitandoci a mettere limoni nello zaino e a trascinarci dietro i pesanti caschi dei motorini. Il TG aveva riportato le raccapriccianti immagini di Napoli, quel giorno eravamo corsi tutti nella fumosa sede di partito e, tremanti di rabbia, eravamo rimasti tutti davanti al televisore, senza che una sola parola trovasse la forza di scalare la gola, appoggiarsi sulla lingua e uscire dalle labbra. Le canzoni, anch'esse, raccontavano di omicidi di Stato e polizia, ma noi avevamo 17 anni, di morte conoscevamo solo quella gelida di frigo dei nostri nonni. Il treno era rosso, il treno veniva dal mare, il treno era lungo da sembrare quasi infinito, stracarico di persone gioiose i cui occhi non avevano visto riposo durante la notte. A Bologna la stazione sembrava un piccolo accampamento. Io avevo comprato il vino e le bibite, qualcosa da mangiare e avevo trovato i compagni grazie a F. e A. che si sporgevano per metà dal finestrino, cercandomi.
Poi ore e ore fermi in campagna, sempre lo stesso panorama dal finestrino. Ore che passano e scorte d'acqua che finiscono. Finalmente la scogliera, affascinante e inquietante al tempo stesso, piccole immagini veloci fra una stretta galleria e l'altra, e infine l'arrivo a Genova, grossa metropoli per noi; la città e i suoi abitanti imprigionati da alti cancelli di ferro, lo stadio che ci accoglie. Una grossa tenda bianca a far da madre a sterminate tendine da campeggio, di tutti i colori. I ragazzi dell'organizzazione che fanno quello che possono per farci sistemare, riposare, ristorare dopo la deportazione. Dormire tutti insieme, come una piccola famiglia sognatrice.
La mattina e la prima gioiosa manifestazione, musica - visi sorridenti riflessi sui tromboni tirati a lucido per la festa - amicizie spontanee, numeri circensi, vecchie canzoni, tanta allegria e partecipazione, il sentire di far parte della storia.
Dopo un caldo pomeriggio, la notte, che stende un velo sullo stadio e sulla nostra fiducia. Siamo circondati. Delle ragazze che sono uscite per andare in bagno sono state portate via. Notizie di pestaggi fra le vie del centro.

20 Luglio 2001
Ci si alza presto, si lavora frenetici fra la polvere del campo da gioco nel preparare armature che, con arbitrario atto di forza, le tute bianche ci portano via. Ci si accontenta di giubbotti di salvataggio per parare le botte sussurrateci dai fatti della notte.
Negli autobus stracarichi la gente di Genova ci guarda incuriosita, senza diffidenza, forse sente nell'aria la paura che ci blocca il passo lungo la strada costeggiata dalla ferrovia. Qualcuno non se la sente e rimane indietro. I più bardati o coraggiosi vengono spinti avanti.
Il sogno, l'adolescenza e la fiducia muoiono al primo attacco, su zona concordata, senza che ci fosse stato il benché minimo disordine. Colpi e stavolta non solo di lacrimogeni. Gas che attacca la gola, barilotti che piovono dal cielo e lasciano segni pesanti sui caschi. B. si sente male. "Limoni, limoni, per favore dateci dei limoni!" La calca, la paura spinge. Il gas attacca la gola. Non si riesce più a respirare, la bocca tira aria che non scende ai polmoni e se scende li rende urticanti. Un ragazzo sviene, rischia di essere schiacciato, lo trascinano. Dal camion incitano a resistere, ma non si può, che significa? Perché? Una ragazza sanguina, colpita da un barilotto. Un'ambulanza! Una via laterale, come un'utopia, nella strettoia dove ci hanno teso l'agguato. Corriamo, ci siamo persi di vista. Mi fermo un attimo a riprendere quel fiato che non si decide a ricominciare a rifluire nella mia trachea. Vedo L. che urla. "Scappa, scappa!" Corro nonostante l'asma provocatami dal gas. Dietro di lui i celerini. Ci inseguono a manganelli spianati. Qualcuno fa in tempo a rovesciare dei cassonetti, pochi secondi guadagnati agli inseguitori che ci permettono di capire quello che sta succedendo, avere il tempo di costringere il corpo sfinito a fare un ultimo sforzo. Altri non ce la fanno. Li buttano a terra e li bastonano. A sangue. Tirano giù i feriti dalle ambulanze.
Solo alcuni di noi ce l'hanno fatta, non c'è nessuna consolazione in questo. Buttiamo i nostri giubbotti di salvataggio e, d'ora in poi, ci fidiamo solo delle nostre gambe. Sappiamo di dover evitare soccorsi, ambulanze, ospedali a qualsiasi costo. Correre il più veloce possibile senza impacci. Sappiamo che possiamo essere attaccati dovunque, in qualsiasi momento. Il fiato ancora non torna, gli occhi bruciano. All'improvviso non vedo più niente. Dopo la necessità della fuga la paura attacca le mie gambe. Cado. Mi soccorrono dei turisti tedeschi. Mi lavano gli occhi, mi aiutano a respirare.
Due di noi mancano.
Ci ritroviamo in gruppo con altri ragazzi. Compaiono dal nulla i famosi black block e si buttano in mezzo a noi, altri spaccano vetrine, incendiano macchine. Qualcuno cerca di impedirglielo ma arrivano i celerini. Si buttano anch'essi in mezzo a noi picchiando, insultando, facendo gesti osceni. Nessun black block viene disturbato in quello che sta facendo. Altri di noi restano sanguinanti sulla strada.
Si alzano colonne di fumo ed elicotteri, macchine vengono incendiate.
Riusciamo a tornare allo stadio, ci chiudono dentro senza più niente da mangiare.
Squilla il cellulare: è C.
C.: "chiamate l'avvocato, non mi fanno fare altra telefonata, mi stanno picchiando, ho paura, chiamate l'avvocato" e B gli dice: "ma dicci almeno dove sei, dove sei?" C.:" non posso dirlo, mi picchiano, per favore, aiutatemi".
Cala il silenzio, B. piange. Ci giunge voce che una ragazza è stata uccisa, no è un ragazzo, sembra sui vent'anni. A. non regge più. Esplode tutta la tensione. La rabbia e la paura si sono trasformati in odio, un sentimento che credevamo non avremmo mai conosciuto. Butta tutto all'aria e grida. Dobbiamo immobilizzarlo per evitare che si faccia male.
Ragazzi si lanciano contro la rete urlando: "Assassini!"
La notte non ci concede riposo. Un violento acquazzone ci costringe a scavare canali nel fango per salvare la poca roba che ci siamo portati dietro. Tutti gli oggetti, i saccapeli, gli abiti, si ammucchiano al centro della grande tenda collettiva, nessuno può dormire.
Torna G., D. lo insulta per lo spavento, altri lo abbracciano, tutti gli raccontiamo di C. Lui ci dice di esser stato salvato da alcuni genovesi che gli hanno aperto il portone. Altre case sono state devastate dai celerini che hanno fatto in tempo ad entrare.

21 Luglio 2001
Tutti i negozi sono chiusi, da ventiquattro ore non mangiamo. La gente, che il giorno prima colpita dalla furia della polizia ci aveva aperto i portoni per salvarci, ci getta acqua e merendine dalle finestre, il cuore si riempie di nuovo con tanta solidarietà, ricominciamo a credere che qualcuno si sia reso conto di cosa sia successo e sia dalla nostra parte. Ci sono tante famiglie, bambini e anziani: oggi non può succedere niente. Riesco a chiamare per un minuto a casa, per tranquillizzarli, la linea è stata momentaneamente riattivata. Mi dicono che non fanno vedere quello che sta succedendo. Io gli spiego che i giornalisti vengono massacrati più di tutti, i filmati e le foto vengono distrutte.
Poi dalla caserma e dalle camionette vediamo scendere poliziotti in borghese che si mischiano alla folla e spaccano qualsiasi cosa sia alla loro portata. Ora sappiamo chi erano in realtà i black block del giorno precedente. I celerini in divisa salgono in piedi sui tetti delle camionette urlandoci "figli di puttana, morirete tutti". Facciamo cordoni di sicurezza, chiunque sia armato di bastoni viene allontanato. Di nuovo subiamo attacchi coi lacrimogeni. Qualcuno comincia a rispondere tirando sassi o ritirando indietro i barilotti ancora fumanti, permettendo così di creare fra i manifestanti e i celerini un vuoto che fa sì che gli anziani, le famiglie, i bambini non si trovino direttamente sotto l'attacco. Negli occhi della gente si vede la rabbia per l'omicidio, per i colpi misteriosi sparati a decine e i bussolotti dei proiettili ritrovati per terra, per la gente che non si trova più, per la distruzione della città ad opera dei finti black block, le percosse e gli insulti. Ci copriamo la bocca con i passamontagna bagnati di acqua e succo di limone, chi ne è sprovvisto anche solo con dei fazzoletti. Un anziano sanguina alla testa e una donna gli sta facendo bere dell'acqua; un bambino non trova più i suoi genitori, qualcuno gli tende la mano e lo rassicura. Il corteo arriva alla fine del percorso, ma il palco per noi è troppo lontano. Decidiamo di andarcene. Un gruppo di circa cinquanta persone si stacca dalla massa e si allontana per una via laterale, cercando di tornare allo stadio. I celerini ci trovano, ci attaccano. I pacifisti si siedono con le mani bianche tese verso il cielo. Vengono picchiati e portati via. Noi riusciamo a scappare. Ci spingono sempre più su, sempre più su, finché l'intera città è sotto i nostri piedi. Siamo sfiniti, capiamo che dobbiamo organizzarci. Con l'ultima energia delle batterie scariche dei cellulari riusciamo a chiamare il comune di Genova, gli supplichiamo di salvarci. Arrivano prestissimo degli autobus di linea vuoti. I celerini se ne sono andati, riusciamo a tornare allo stadio. Dai finestrini uno scenario di guerra, pensiamo ad un colpo di stato.
Non pensiamo ad altro che a tornare a casa. Raduniamo le nostre poche cose e cerchiamo di raggiungere la stazione. I miei compagni riescono a prendere un treno per Ancona: l'ultimo. Ordini dall'alto bloccano la stazione. Celerini entrano e dall'altro binario minacciano di ucciderci. Siamo tanti tutti pigiati sul binario, io mi accorgo di star piangendo. Le gambe mi vengono meno, qualcuno che non conosco mi sorregge. Arriva la voce dei pestaggi alla Diaz, vogliamo tornare indietro, ma non ci è possibile. Un muro di cani affamati di sangue spinge. Insultiamo il capotreno, lo intimiamo di partire. Ci dicono che l'unico treno va solo a Rimini e che a Rimini ci avrebbero scortato in questura. Pur di scappare ai cani rabbiosi saliamo. Non ci stiamo, ma la gente si mette persino al posto dei bagagli pur di andarsene. A La spezia tiriamo il freno di emergenza e scappiamo dai finestrini nella campagna, nella notte.
Sul piccolo treno diretto a Parma il controllore ci guarda e non ha la forza di chiederci i biglietti, che non avevamo, ci permette di arrivare a casa senza altri traumi.
Le prime parole che mi sono sentita dire, finalmente arrivata a casa all'alba, da un DS sono state: "fosse per me avrei sparato sulla folla ammazzandone il più possibile".

Dopo troppi giorni
Il padre di C. , un rettore di un'università, ritrova suo figlio, volontario in croce rossa, solo perché un parlamentare in visita ad un carcere di una città del Nord ne ha fatto una descrizione su un giornale. Quando lo vede è talmente pieno di escoriazioni che non lo riconosce. La mandibola è stata spostata dal suo asse e dovrà essere operato. E' traumatizzato.
Non riesce a raccontare per tanto tempo la notte intera a braccia alte, i corridoi di persone in cui eri obbligato a passare e in cui ti picchiavano, gli insulti, i baci obbligati alle foto di Mussolini. E' stato preso perché aveva dato il suo casco ad una ragazza che ne era sprovvista e un lacrimogeno, colpendolo in testa, l'aveva fatto svenire. Lo avevano picchiato mentre era in terra svenuto con quel colpo alla mandibola e avevano continuato il pestaggio, le minacce in caserma.

Nessuno si azzardi a dire: "ma anche fra di voi c'erano delle teste calde", non lo tollero, mi limiterò a cancellare qualsiasi commento del genere.
Scusate gli errori, non riesco a rileggerlo.

http://www.youtube.com/watch?v=bpfLMvLYFgg

16 luglio 2007

Piccola cronaca di un piccolo viaggio.


Avrei potuto scrivere un post lunghissimo ma vi riporto una vacanza di dettagli, le stesse foto hanno cercato di essere tetti, visi, particolari, semplicemente, il più semplicemente possibile.
L'itinerario si è modificato per una serie inaspettata di guai... che fanno parte del viaggio.

A Praga un uomo sporco che disegna con un carboncino pesante su fogli spessi e macchiati, mentre turisti frettolosi gli passano intorno senza accorgersene.
Il castello, la cui proiezione ha tormentato l'immaginazione di Kafka, di notte, oltre il ponte, sopra la città.
Le vie strette della città vecchia e i negozietti dove piccole matrioske libere da matrioske più grandi si contendono l'attenzione dei passanti.
Il quartiere ebraico con la sua luce soffusa, raggi rapiti dalle tante nuvole di passaggio, che filtra appena a far risplendere l'oro della sinagoga spagnola, a trovare uno spiraglio fra le foglie per appoggiarsi su un sasso a fermare un pensiero, sulle lapidi disordinate del cimitero ebraico.
A Český Krumlov, la Moldova che abbraccia le case, costringendo gli uomini a costruire ponti. Il sapore di una trota e la pioggia incessante a rendere il cielo bianco e il castello, patrimonio dell'UNESCO, ancora più sfarzoso e colorato. Una soffitta con le sue travi di legno dove raccogliere pensieri e sensazioni, progettare un viaggio che continua, riposarsi e lasciarsi coccolare da una colazione "a conduzione familiare".
A Lubiana il mercatino della frutta, nonne e nipoti, piccoli banchi con poca frutta appena colta da mani callose e nere in minuscoli orti. Passeggiate tranquille a seguire il fiume, bancarelle di libri usati, il sole che torna a splendere.

E per finire due consigli: A Lubiana Gostilna Vodnikov Hram, a Český Krumlov pensione Rosa.

Qui ho pubblicato le foto, divise nelle tre principali località che abbiamo visitato.

01 luglio 2007

Siempre, presidente!

Ascoltando vecchi LP degli Inti-Illimani, fra copertine sgualcite da tante mani che le hanno accarezzate con tenerezza, cuori che ci si sono appoggiati con passione, fra il fruscio della testina del vecchio giradischi comprato con grandi sacrifici, ho ritrovato questa frase che mi ha tramortita, riportando subito la memoria a quei fatti vissuti solo nel grande schermo e alla bandiera del Cile cucita da me che non so cucire, punto per punto, e che riposa nel cassetto del mio studio fino al prossimo 11 settembre, quando, di nuovo, verrà esposta oltre la finestra, oltre la casa, oltre una corta memoria revisionista.

"...Sono pronto a resistere con ogni mezzo, anche a costo della vita, in modo che ciò possa costituire una lezione nella storia ignominiosa di coloro che hanno la forza ma non la ragione".

SALVADOR ALLENDE, 11 Settembre 1973 (giorno del golpe e della sua morte)

28 giugno 2007

Un giorno qualunque in un posto speciale

E' proprio bello tornare nel paesino, anche se salire in collina non aiuta la bassa padana che è la mia pressione in questi giorni: 50 - 90 e il fiatone anche solo ad alzarsi dal letto. Un grazie grande alla meglio gioventù di Agugliano, ridente località in tipica edilizia del periodo della peggiore democrazia cristiana, ma incastonata in una zona che è una perla. Bella serata con loro e bella serata a Cingoli (o meglio Cinguli in provincia de Majerata) dove toccava quasi indossare il golfino, sul balcone delle Marche, mentre la pancia ringraziava per l'ottima grigliata (con la crescia) e le chiacchiere ad accompagnare un rosso tranquillo. Grazie anche allo scacciaspiriti che mia mamma ha deciso di attaccare all'albero in giardino, ogni folata di vento è un piccolo concerto simpatico e allegro. Tanti gufetti di terracotta e foglioline musicali. Poi quintali di prugne del nostro piccolo orticello, che è stato la felicità di tanti golosi anconetani (nonna in prima fila che si è tenuta anche la borsa di violacei frutti preparata per la sua gentile vicina!). Peccato solo che l'estate ci ha rubato il mare.
Giovedì, se tutto va bene, si parte ancora, non smetto di ringraziare il periodo propizio che ha fatto di ogni nuova stagione una meta diversa. Stavolta siamo certi di raggiungere, facendo il bis, Praga e poi Budapest e poi chissà. Proprio come una piccola carovana riempiamo i sedili posteriori di attrezzatura da campeggio e, piccola chiocchiolina infaticabile, maciniamo strada.
Non vedo l'ora di portarvi un cesto di parole disordinate e sensazioni impresse sulla carta stampata. Quest'anno niente mare tranne quello di casa, abbiamo scelto di inoltrarci nella terra finché potremo ricavare tempo, seguiremo l'odore del gulash e poi, a ritroso, torneremo a casa come se anche noi stessimo migrando spinti da quell'infausto destino che costringe le popolazioni nomadi a scappare sempre più a ovest.

22 giugno 2007

Se magna alla guccia's house


La torta merita un dettaglio! Grazie a voi!

18 giugno 2007

Mondo piccolo

Oggi ho qualcosa da raccontare.
Ieri ho attraversato la pianura padana, una pianura senza orizzonte, un orizzonte nascosto dalle distese di granturco, un granturco che dalle sponde dell'America ci è venuto a togliere l'orizzonte. Tutto è più grande in America, il grano, invece, non ruba agli occhi un pezzo di cielo. Ho comprato orecchini che suonano ai miei passi, e che forse hanno suonato ai passi di chissà chi altro, in un mercatino di cose vecchie intorno ad un castello con un fossato di acqua scura, mentre donne contrattavano sul prezzo. Mi sono lasciata catturare dalla strada inseguendo alcune note svanite di blues. Sono arrivata in un parco e alcuni anziani stavano giocando ad un vecchio gioco quasi del tutto dimenticato: alla morra. Tre! Cinque! Sette! Quattro! Battevano i pugni sul tavolo con mani forti di calli, si complimentavano e insultavano a vicenda. Vicino al monumento ai caduti della prima guerra mondiale (con aggiunta della seconda) c'era un piccolo ristorante giallo, ravioli in riduzione di Fortana, la vecchia, le crostate, il Rosso Conero: pallido riflesso di casa. Le due donne che lo gestivano erano scappate dalla città e si godevano quella campagna disturbata solo dal ronzio delle zanzare. Ci siamo arrampicati sull'argine del fiume, dove il Taro si getta nel Po, abbiamo visto appese le reti dei pescatori, vicino alla porta i loro stivali infangati di fatica.

E Maria è riuscita a comprarsi una cantina dove vivere, ci darà le chiavi, nel caso le succeda qualcosa. Nel fresco della sera, davanti a quella porta finalmente sua, ci ha regalato un pezzo della sua vita:
Dovevano andare dalla partoriente ma li avevano avvertiti che c'erano i fascisti nel paese attraversato dalla via che stavano percorrendo. I fascisti chiedevano i documenti. Si erano inerpicati per le colline ed erano riusciti a girarci intorno senza che nessuno se ne accorgesse, tranne qualche pastore. Erano arrivati alla casa al tramonto e Maria aveva visto le ombre allungarsi, la notte abbracciare le mura tremanti di freddo. Non c'era luna e, vicino alla donna, era appoggiato l'unico lume. Il padre aspettava nella stanza accanto, senza poter leggere né bestemmiare. Hanno bussato i militari. L'uomo, con l'unico lume, è andato ad aprire ai bersaglieri. Il bambino nel frattempo nasceva. Mentre i militari entravano nella luce, il bambino nasceva al buio.

Infine abbiamo scoperto una lapide a testimonianza, prima che la memoria cancelli il ricordo, della strage ad opera dei bombardamenti americani. Quel ronzio e quegli scoppi raramente distruggevano ponti, più spesso vite e case. E mai hanno distrutto binari a senso unico.

A presto, torno a vendere libri e giornali sotto un cielo nuvoloso mentre rondini cacciano nel vento appena sopra la pieve.

12 giugno 2007

Maria Cervi

Ieri, a Gattatico, è mancata all'affetto dei suoi cari e di noi tutti Maria Cervi, figlia di Antenore, bambina di nove anni che ha assistito all'orrore che ha stroncato il cuore di sua nonna e che le ha portato via per sempre il papà e i suoi sei zii.
Stiamo preparando un telegramma da inviare al museo Cervi, ente per il quale era attivissima, sempre pronta a tener viva la memoria e la battaglia. Fate altrettanto anche voi e facciamo sentire a chi faceva a tutti gli effetti parte della sua famiglia che la memoria resterà viva e che l'enorme lavoro di Maria, soprattutto coi giovani, nel museo e per la costituzione, non è stato inutile.
Vorrei poter esprimere a parole la gratitudine per questa donna coraggiosa e forte, ma anche dolce e potervi far sentire quanto sono sinceramente, profondamente commossa. Anche se sono ancora fiduciosa nel futuro, con lei ci è venuto a mancare qualcosa di immenso che ci sta scivolando silenziosamente fra le dita senza che quasi ce ne accorgiamo. Un triste evento che dovrebbe ricordarci il tesoro di cui generosamente ci fanno partecipi i nostri anziani, il doloroso ricordo che decidono di condividere con noi, la preziosa saggezza di cui sono portatori.

La notizia. Oggi la camera ardente, domani i funerali.

Museo fratelli Cervi
Via Fratelli Cervi 9, 42043 Gattatico (Reggio Emilia)
Tel 0522 678356
Fax 0522 477491

11 giugno 2007

A pieni polmoni.

Bene, dell'esame è rimasto solo il maldipancia. Scrittotuttoattaccato perché davvero stamattina il male e la mia pancia erano una cosa sola.
Respiro e faccio progetti. Mi aspettano un'intervista-statistica, due settimane in edicola, cene con amici, un altro esame, compiti delle vacanze delle elementari e delle superiori, un viaggio e poi la fabbrica, come tutte le stagioni del pomodoro (preoccupata comincio a veder passare camion targati Rodolfi Mansueto). Per affrontare, infine, l'ultimo anno da studentessa. Già mi sento il fiato sul collo dell'attimo limite, quello del peggior trapasso, ovvero il momento in cui (almeno si spera) inizierò a lavorare in modo serio. Senza nulla togliere alle ustioni da passata, i malefici tappi delle scatolette di metallo, la cernita dei pomodori marci come pure la cultura, o meglio l'amore per la cultura, che cerco di trasmettere ai miei bimbi o meno bimbi allievi. Incredibile sentirsi chiamare maestra in un attimo di confusione. Maestra io che ho tutto ancora davanti da imparare.
Unica impressione degna di questi giorni il ricordo delle note del concerto omaggio ai Pink Floyd (Segno sul taccuino: Non snobbare i Bermuda acoustic trio, perchè sono veramente ottimi interpreti), la prima sagra della stagione, quell'incredibile corista che ci ha avvolti (meravigliati, eccitati) con la sua voce, musica che vorrei mi avesse raggiunto adesso, mentre mi raccolgo in un attimo di pura intimità interiore.
Ho aperto il blog per gioco eppure ero dispiaciuta di non aver tempo per scrivere.
Volevo passare a salutarvi prima di buttarmi nel vento e andare a giocare una partita a carte immaginaria con gli anziani del bar, che spio dai vetri dell'edicola e saluto sempre volentieri. Magari mi verrà a trovare ancora la piccolissima nipotina del barista, Sara, come me, che mi ha tolto il primato di più bella ragazza del borgo, come mi ripete suo nonno ;)
Un bacio a tutti, vado a godermi il paese, con tutte le sue interessanti contraddizioni.

07 giugno 2007

X

Esamone in arrivo.

Né viva, né morta... decisamente X.

02 giugno 2007

Misticanza

Pioggia dolce e temperatura che è scesa ai 10 gradi. Cerco di consolarmi in questo nuovo ottobre che mi mette addosso voglia di coccole (vi faccio notare che ho scritto che ho voglia di coccole) e poesia. Entro nella nebbia in montagna, con due nuovi amici, vedo la luna oltre il grigio che illumina il cielo. Piccole goccioline scivolano sul tettuccio trasparente e le osservo aspettando di essere abbastanza in quota da far sì che la nuvola in cui siamo finiti si diradi e mi lasci intravedere le cime delle montagne che diventano appena una linea. Su queste montagne straniere c'è un posto che ti fa sentire a casa: un vecchio fienile riscaldato da una grande stufa di ghiaia. Mi riscopro carnivora e addento una fiorentina da 1kg e 600g, solo dopo aver assaggiato gli ultimi prugnoli di una stagione fungaiola infelice. Al vino si mischiano parole e musica a volume di cortesia. Un limoncello fatto in casa talmente buono da non crederlo possibile in questa terra dove i limoni sono solo una parvenza di agrumi. Una lepre coi suoi piccoli. Non piove più ma si sente che è solo un'attesa di nuovi acquazzoni come la mia attesa di un altro viaggio che comincia a tracciare una linea immaginaria su un atlante che ritrovo aperto al mio ritorno a casa. Ho riempito il cuore di umanità ancora per qualche giorno e le occhiaie sono sparite nonostante le poche ore di sogni.
Come si fa a non amare la pioggia?

Ho ricevuto dal mio dolce bibliofilo "Il mangialibri" di Klaas Huizing e un cofanetto straordinario con le poesie d'amore di Apollinaire. Mi ci tuffo abbandonando per un attimo i libri che viaggiano ogni giorno dal mio comodino alla mia borsa.

Avete tempo fino a Domenica per correre a Pennabilli, nelle Marche, da me!
Piove, è vero, ma io ve lo consiglio lo stesso e insieme ci metto l'"Adele H." di Truffaut che ho scoperto solo in questi giorni e di cui mi dispiace di non avere, ora, il tempo di parlare.

Ma google con quella bandierina d'Italia? E lo pagano il grafico? Comunque se a Roma è come da noi... oggi sfilano solo i lagunari!

Approfitto di questa bordata di nazionalismo per proseguire sui tortelli della suocera... Verdi di erbetta, bianchi di patate, rossi di zucca!
Un bacio e buon appetito!

26 maggio 2007

Chiedo scusa e racconto altro.

Chiedo scusa a chi aveva già commentato perché ho soppresso, insieme alle mie parole, anche la vostra libertà di espressione e a chi non l'aveva ancora letto perché, chissà, forse ci avrebbe trovato qualcosa. Qui c'era un post, anzi c'era un racconto. Ma è una cosa troppo intima che deve ancora crescere. Semplicemente non ce la facevo a vederlo lì, non era il suo posto. Senza considerare che sotto i vari strati di lettura (trasparenti) ero nuda, proprio io che odio anche il costume o i pantaloni corti.
Ho poche cose da dire di questi giorni: nonostante l'ennesima disgustosa conoscenza, l'umanità non riesce ancora a schifirmi del tutto, la amo, forse perché sono così poco capace di amare me stessa. Con la scrittura, carne di carta, ho riscoperto il treno e vi ho reincontrato un vecchio poeta, condannato all'indifferenza.
Domani voto e, dopo dieci anni di fiducia incondizionata, seppure turbata, credo che non voterò il mio partito.
Ne approfitto ancora una volta per salutarvi tutti dalla mia Ancona. Accettate questa lettera virtuale e collettiva. Qua piove e l'odore dell'erba è quasi una sensazione mistica; le spiagge si spopolano e il mare torna ad essere un ottimo compagno. Osservo curiosa le poche cose che conservo ancora in questa cameretta in cui ho vissuto troppo poco; vivo ancora una volta sensazioni troppo forti per dividerle fra due luoghi: il cuore un battito pulsa e un battito va a vuoto. La sera, prima di dormire, mi lascio deliziare dal femminismo (o la femminilità?) di Virginia Woolf, di giorno affronto pagine di semiotica del testo. Scopro e riscopro che è quello che vorrei fare della mia vita: studiare, crescere, osservare, cercare di capire e poi condividere.

22 maggio 2007

Filosofia del mattino in mercato

Fra peperoni, tendaggi, galline, abiti tarocchi al mio orecchio stamattina è giunta questa perla di saggezza, alla faccia del prete e del suo giro di benedizioni. Lo scrivo come si legge, perdonate la mia ignoranza linguistica parmigiana.
Trattasi di un cliente (direi abituale) del banco dei salumi che risponde alla moglie che lo rimprovera perché, nonostante il colesterolo, lo scova a comprarsi un bel pezzettone di lardo.
Dammi qua, dammi qua...

...El cosi bonni a ia magn d'ed chi, el cosi grami a ia les per d'ed là.