Chiedo scusa a chi aveva già commentato perché ho soppresso, insieme alle mie parole, anche la vostra libertà di espressione e a chi non l'aveva ancora letto perché, chissà, forse ci avrebbe trovato qualcosa. Qui c'era un post, anzi c'era un racconto. Ma è una cosa troppo intima che deve ancora crescere. Semplicemente non ce la facevo a vederlo lì, non era il suo posto. Senza considerare che sotto i vari strati di lettura (trasparenti) ero nuda, proprio io che odio anche il costume o i pantaloni corti.
Ho poche cose da dire di questi giorni: nonostante l'ennesima disgustosa conoscenza, l'umanità non riesce ancora a schifirmi del tutto, la amo, forse perché sono così poco capace di amare me stessa. Con la scrittura, carne di carta, ho riscoperto il treno e vi ho reincontrato un vecchio poeta, condannato all'indifferenza.
Domani voto e, dopo dieci anni di fiducia incondizionata, seppure turbata, credo che non voterò il mio partito.
Ne approfitto ancora una volta per salutarvi tutti dalla mia Ancona. Accettate questa lettera virtuale e collettiva. Qua piove e l'odore dell'erba è quasi una sensazione mistica; le spiagge si spopolano e il mare torna ad essere un ottimo compagno. Osservo curiosa le poche cose che conservo ancora in questa cameretta in cui ho vissuto troppo poco; vivo ancora una volta sensazioni troppo forti per dividerle fra due luoghi: il cuore un battito pulsa e un battito va a vuoto. La sera, prima di dormire, mi lascio deliziare dal femminismo (o la femminilità?) di Virginia Woolf, di giorno affronto pagine di semiotica del testo. Scopro e riscopro che è quello che vorrei fare della mia vita: studiare, crescere, osservare, cercare di capire e poi condividere.
26 maggio 2007
Chiedo scusa e racconto altro.
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22 maggio 2007
Filosofia del mattino in mercato
Fra peperoni, tendaggi, galline, abiti tarocchi al mio orecchio stamattina è giunta questa perla di saggezza, alla faccia del prete e del suo giro di benedizioni. Lo scrivo come si legge, perdonate la mia ignoranza linguistica parmigiana.
Trattasi di un cliente (direi abituale) del banco dei salumi che risponde alla moglie che lo rimprovera perché, nonostante il colesterolo, lo scova a comprarsi un bel pezzettone di lardo.
Dammi qua, dammi qua...
...El cosi bonni a ia magn d'ed chi, el cosi grami a ia les per d'ed là.
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18 maggio 2007
Le 25 canzoni
Bene, ormai ci sono stata tirata dentro da quel simpaticone di ed e, anche se credevo di esserne miracolosamente immune, l'epidemia delle catene bloggose ha infettato anche me...
Dunque... devo trovare le 25 canzoni della mia vita... della mia vita... avendo 24 anni potrei quasi arrischiarmi a trovarne una per anno e ci si infilerebbero inevitabilmente: "sei come la mia moto" cantata a squarciagola nel vecchio ducato bianco di famiglia nelle innumerevoli vacanze e trasferte europee, "i puffi", "dolce Lassie" (ve la ricordate? Sei tu, bau, bau, mia Lassie tenerissima) e naturalmente quelle che mi cantavano i nonni: "vecchio scarpone", "papaveri e papere", "Montagne verdi", "vola colomba".
Nelle manifestazioni mi hanno poi accompagnato "El pueblo unido jamas serà vencido", "Per i morti di Reggio Emilia", "Fischia il vento", Bella ciao", "I treni per Reggio Calabria".
E, anche se viene sempre voglia di censurarle, "Ti sento vivere", "Nobody Else", "La canzone del sole"... e, ovviamente, "Sara" (svegliati è primavera, odiosi, in quanti me l'avete cantata!)
Ma sarò seria, perlomeno ci proverò.
Adoro la musica ma non è il mio campo, sarebbe stato più facile col cinema o con la letteratura.
Inoltre devo riuscire a caratterizzarle come fondamentali per la mia vita, anche a rischio di tirare fuori dei titoli banali. Poi farmi scegliere fra i titoli di Guccini o De Andrè è da sadici ma va bhè, vediamo un pò...
Scirocco, Guccini
La città vecchia, De Andrè
Stranamore, Vecchioni
Prospettiva Nevski, Battiato
Africa, Toto
Venceremos, Inti-Illimani
Contessa, Pietrangeli
Alfama, Madredeus
Inno, Mia Martini
God save the queen, Sex pistols
Gadjo Dilo, Nora Luca
La banda del sogno interrotto, Modena city ramblers
Pablo, De Gregori
Comunista, Lucio Dalla
Sultans of Swing, Dire Straits
San Luisera, Compay Segundo
Kalashinkov, Bregovic
Goodbye Macedonia, Kočani Orkestar
Losing my religion, R.E.M.
Wish You Were Here, Pink Floyd
The fountain of salmacis, Genesis
Ballata del piccolo an, Ivan della Mea
Borghesia, Lolli
Giochi proibiti, Anonimo
A woman left lonely, Janis Joplin
Mamma quanto devo crescere musicalmente... capperi quante altre ne avrei messe volentieri... ma dai, su, in fondo sono abbastanza soddisfatta! Stavolta coinvolgo Gianfranco, gloutchov, kaiserfranz, Choppa, Marco.
Ma solo cinque ne posso coinvolgere? Io a dirla tutta vorrei sapere i titoli di tutti i miei amici blogghettari, vedete voi, a vostra pazienza ;)
Per esempio Radiant se ci sei che ne dici di farla anche tu? :P
E la bella Carlotta che si è rovinata con le sue mani ;)
Anche Spina ormai è coinvolto ufficialmente! Azzi suoi! :D
Si aggiunge un'altra bella: Feowyn
Fate un salto anche da Princeps, mi raccomando!
Che bello barare apertamente alle regole!
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La bella emiliana morbida.

Bologna non è una città, Bologna è una donna. Bologna è una donna dai seni grandi, dai fianchi morbidi e perfettamente rotondi. Bologna è una campagnola inurbata, una nobile bottegaia. Guccini la canta con sapore di romagna. Bologna è romagnola nei gesti, nei sorrisi, nella vitalità, ma non nel vestire. Bologna non porta vestaglie a fiori per coprire il costume e non sta ore in spiaggia. Bologna non è senza colli e strade d'acciottolato. Non è senza i riflessi nella fontana del Nettuno, senza la sua ombra, con cui, chissà, si potrebbe scovarla a fare l'amore, magari nascosta nella penombra di un palchetto del comunale o fra i giardini di S.Luca, quella falsa romantica che ha bisogno di stelle per pronunciare rare parole d'amore.
Scoprire Bologna di notte, fra infinite coppie che ballano una musica immaginaria davanti palazzo D'Accursio, è sempre squisitamente intimo. Appoggiarsi al suono dell'acqua che si tuffa in altra acqua, l'acqua dei tanti canali nascosti.
Passare per piazza S.Stefano, ricordare i frati neri in veste bianca che si muovono silenziosi fra splendidi chiostri, sedersi un momento ad un tavolino, mentre comincia a farsi fresco.
Parlare soprattutto. Parlare piano di cose normali fra sensazioni che si vestono di poesia. Scoprire chiuso il pesante portone dell'università, chiuso sull'ultimo esame dato, tenere lontani gli impegni e le incertezze. Veder passare un vecchio professore che torna a casa pensieroso e le ultime serrande che, rumorosamente, si chiudono su un'altra giornata.
Trovare, seguendo i portici, l'osteria dé poeti e sedersi in una stanza dal profumo di cose vere, davanti ad un caminetto spento, ascoltare, oltre il muro, una musica.
Accompagnati da una candela, fra le righe di carta, scegliere insieme sapori e profumi, cordialità. Accarezzare piano il piatto per non finire mai.
Poi, improvvisa, ritrovare la fretta, la fretta di vivere, di vedere. Uscire quasi di corsa e tuffarsi di nuovo in una passeggiata morbida. Indossare sulla pelle d'oca la maglia appena comprata e stare vicini per non sentire uno strano freddo di Maggio. Emozionarsi persino alle luci dell'autostrada, una lunga via diritta e deserta di cui non si vede la fine e che viene sempre voglia di continuare a percorrere.
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16 maggio 2007
Unibo(h) 2
Ho la tremarella, vorrei che fosse già sera, guardo fuori dalla finestra sospirando e agognando libertà.
Ho distrutto tutte le penne a portata di mano.
Ho guardato Gabriele con occhi disperati e l'ho costretto a ripetermi: "Lo sai, stai tranquilla che lo sai"
Allora, per non decidermi ad andare a prendere il treno, ma avere ancora un momento prima di tuffarmi nell'incubo, sono andata a contarli recuperando la fotocopia del vecchio libretto della triennale: questo è il mio ventinovesimo esame.
Ma non ci si abitua mai?
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07 maggio 2007
Il cinema non è immune dal tempo né dalla malattia.
Mai pensato all'aspetto materiale del film, alla pellicola cinematografica?
Affascinante questo paragone del declino di una pellicola al nitrato con la peste. Del corpo-cinema col corpo umano. Del restauratore cinematografico come medico, o forse, ancora, come stregone.
Da studiosa di cinema ed ex-proiezionista riporto (perché difficilmente si pensa al cinema in toto, ma più spesso solo all'atto del film proiettato sullo schermo):
Michele Canosa, Per una teoria del restauro cinematografico in Gian Piero Brunetta, Storia del cinema mondiale, Torino, Einaudi, vol. V
[Le Théâtre et la peste di Antonin Artaud]
...il corpo si ricopre di macchie rosse di cui l'ammalato s'accorge improvvisamente solo quando incominciano ad annerire. (...) Al centro di ogni macchia si formano punti più infuocati, intorno ai quali la pelle si solleva in vesciche, come bolle d'aria sotto l'epidermide di una lava, e queste bolle sono attorniate da cerchi, l'ultimo dei quali, come l'anello di Saturno intorno all'astro incandescente, indica il limite estremo di un bubbone.
[Rapporto della Fiaf redatto nel 1965 da Herbert Volkmann]
L'immagine argentata si decolora, diventa brunastra e appassisce. Le spire della pellicola cominciano a diventare molli e danno luogo alla formazione di una sostanza gelatinosa. Appaiono delle bolle e si sviluppa un odore pungente. L'intera pellicola comincia a coagularsi in un'unica massa compatta. Il supporto si disintegra in una polvere bruna e l'odore si fa acre. Quando la pellicola tocca uno dei suoi ultimi stadi diventa esplosiva e assai pericolosa, dunque dev'essere bruciata.
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05 maggio 2007
Amsterdam e il compleanno della regina
Per cominciare alla grande il racconto di questi quattro giorni olandesi qui sotto potete vederci con le cuffiette del rijks museum in crisi nel tentativo di inviare a casa un video messaggio di saluti :)
Le 11 ore di automobile le abbiamo trascorse ripassando il mio libro di "Organizzazione di eventi culturali e audiovisivi". Gabry leggeva, io guidavo, studiavo, mangiavo... una ricerca scientifica ha stabilito che le donne riescono a fare più cose contemporaneamente, cosa la quale gli ometti non riescono a fare :P
Il paesaggio svizzero, come sempre, sulle prime stupisce, poi diventa ripetitivo. In Germania si può spingere un pochettino in più sull'acceleratore ma l'autostrada è circondata per tutto il tragitto da piante. Siamo riforniti per benino di dolcetti, stuzzichini, succhi di frutta.
Arriviamo in un parcheggio non troppo lontano dal centro, uno dei P+R che ci permette di lasciare la macchina coperta e custodita a 16 € circa per tre giorni, offerta incredibile perché i parcheggi di Amsterdam sono risaputamente costosi. Ci omaggiano persino di due biglietti del tram che non si spiega il perché ma dobbiamo riportare timbrati (dobbiamo dimostrare di averli usati?). Tram che usiamo poco nel solito tentativo di distruggerci i piedi mordendo metro per metro tutta la città con le sole nostre forze, ma che sono veramente comodi e frequentissimi.
L'approccio con l'albergo non è dei migliori. Anche i due stelle sono carissimi, per di più siamo capitati in coincidenza con l'evento nazionale: il compleanno della regina. Ci fanno pagare prima e poi ci chiedono una caparra, cosa che veramente non ci va giù nonostante gli zainettoni da viaggiatori pedestri e la carta di credito che fa le bizze. Unica nota degna di un sorriso di piacere il fatto che all'albergo sono i benvenuti gay e lesbiche.
Dopo la doccia si comincia e, distrutti dal viaggio, ci limitiamo ad un giretto per il centro. Primo impatto con coffee shops e vetrinette di signorine a cui gli olandesi sono talmente abituati da costringerle ad appendere cartelli appena sotto la luce rossa con su scritto: "vietato l'ingresso alle guide turistiche" (!!!)
La diversità etnica è davvero impressionante, noto tantissime coppie miste. L'integrazione con le diversità più estreme sembra davvero riuscita e arricchisce la città di varietà e curiosità. Gli stessi olandesi sono diversissimi fra loro in mille stili differenti e badano poco all'eleganza. Non ci si fa scrupoli ad uscire in ciabatte e tuta. Si respira freschezza e spontaneità. Il vento spira deciso e non ci abbandona mai, nonostante questo la città ha un unico odore: marijuana. Occorre prestare tantissima attenzione a dove si cammina perché le numerosissime piste ciclabili sono patria esclusiva di migliaia di ciclisti (pochissime macchine per le strade anche se ci troviamo in una metropoli) che ad Amsterdam hanno sempre ragione. Anche le biciclette spaziano fra mille usi, mille addobbi più che altro floreali e mille ritocchi utili al trasporto di bimbi, cani, fidanzate e oggetti dei più disparati, fra cui, ovviamente, i vasi per i tulipani che gli olandesi amano acquistare ogni fine settimana. Si trova da mangiare veramente di tutto anche se trionfano ristoranti italiani e argentini, più difficoltosa è la ricerca di cucina olandese. Per cercare qualcosa di tipico ci si può comunque sedere in uno dei tanti bar che offrono anche pranzo e cena.
Sprofondiamo in un letto morbidissimo e, il giorno dopo, ci tuffiamo nei festeggiamenti. La città il 30 Aprile si veste di arancione. Ci sono migliaia e migliaia di persone. Concerti, musica, birra. Nonostante l'incredibile folla e il desiderio di divertirsi nessun disordine. Poliziotti che placano piccole risse fra gang di quartiere senza usare il manganello e in gruppi di due, massimo tre agenti (tanto per fare un pò di sana polemica). La gente gira indossando la maschera che riproduce il viso della regina e con l'abbigliamento più strano (ovviamente arancione), centinaia di bandierine olandesi svolazzano quasi fosse la finale del campionato del mondo. La città si copre di rifiuti che tutti prendono a calci ma il giorno seguente, prontamente, schiere di operai comunali ripristinano la famosa precisione nordica. A seconda della zona della città gruppi etnici festeggiano con il loro cibo e la loro musica. Resta pulito solo il ricco quartiere ebraico.
Visitiamo il museo Van Gogh e il Rijks. Entrambi ci affascinano ma da entrambi ci aspettavamo di più. Di retrospettive vangogghiane ne abbiamo viste parecchie e forse migliori. Il Rijks non è enorme come dicono e non presenta le opere migliori dei maggiori artisti olandesi. Evitiamo la casa di Anna Frank.
Proviamo l'atmosfera fumosa di un coffee shop sotto la vecchia chiesa, in una piazzetta caratteristica, circondati da specchi e poster di Bob Marley. Ai turisti offrono canne già rullate, i locali si siedono e cominciano il rituale lento e preciso.
Mentre a Bologna, in piazza Verdi, la sovrintendenza non lascia montare un palco per le feste estive, troviamo piazza Dam, davanti al palazzo reale, piena di giostre, colori, casino. Nonostante la pessima esperienza pizzosa danese, assaggiamo la pizza più buona mai provata prima all'estero in concorrenza solo con la fettona ai wurstel di Trogir. Il mio pezzo "hawaii" con l'ananas che avevo scambiato per patate. I dolci tipici li paghiamo a peso d'oro ma la squisitezza rende al palato ciò che è stato rubato al portafoglio. Per il resto troviamo insalatone, fritto fino a schifirsi e strani pasticci di verdura.
Da bravi turisti non ci lasciamo scappare il mercatino dei fiori e compriamo bulbi di tulipani coloratissimi da portare a casa ai parenti!
Per i canali navigano imbarcazioni-discoteca, imbarcazioni-grigliata, imbarcazioni-appartamento-con-giardino, imbarcazioni-traina-ubriachi-in-canoa.
Amsterdam è bella di giorno e affascinante di notte.
Ultima immagine da conservare e portare via, anche se banale, la luna piena e le luci che si riflettono sui tanti canali, le persone che si godono i primi caldi sulle scale davanti casa e che è possibile osservare muoversi dentro gli appartamenti.
Una grandinata da paura ci ha accolto al nostro rientro in Italia e il primo pensiero è stato passare il confine per tuffarci su una bollente pastasciutta.
Passato un altro esame torno al solito tran tran con questa strana pioggia in sottofondo che dà sollievo al Po e alimenta la mia dolce nostalgia.
Foto pubblicate qui.
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26 aprile 2007
Racconti di Bosnia
Curiosare fra bancarelle di libri usati o invenduti da anni, nel profumo di fogli ingialliti, fra visi curiosi ed appassionati, molto spesso porta ad una crescita culturale e umana inaspettata. Ti può capitare di ritrovarti fra le mani un libro di Ivo Andrić, premio nobel 1961 per la letteratura.
A doverlo descrivere la prima parola che viene in mente, la prima facile definizione è che si tratta di un "libro vero". Amo profondamente il neorealismo e quelle espressioni artistiche che davvero hanno saputo indagare il reale (i tanti reali) cercando di mantenerne l'autenticità, senza pretesa di rendere accattivante il discorso con facili sfoggi eruditi. Andrić usa quasi parole dimesse, dure e spoglie come la terra che le ha ospitate e ispirate. Parla di una terra sofferente, sfruttata, conquistata, sporcata da innumerevoli padroni stranieri di violenza e sangue, di fame. Parla di un'umanità dolente, superstiziosa, assetata. Usa metafore tangibili, ponti bianchi e perfetti ma fuori contesto che uniscono confessioni in equilibrio precario sempre sull'orlo del baratro dell'intolleranza reciproca. Sono storie senza inizio e senza fine. Spesso, dopo il fatto particolare, tutto ritorna come era partito. Non ci si deve aspettare il finale a sorpresa a cercare il lettore.
Con questo libro, di cui mi aveva conquistato il titolo prima di ogni altra cosa, sono tornata per l'ennesima volta in Bosnia, a Sarajevo, una città che amo come fosse casa, una guerra, solo l'ultima di quella regione sfortunata, che vedevo oltre il mare, per cui ho iniziato a soffrire, che ha formato la mia coscienza. Ho rivisto i segni delle granate, la natura ostile, un mare che è una burla, i problemi in frontiera, i soldati che pattugliano strade, i fuoripista mortali, ma anche la voglia di rinascita, il senso dell'ospitalità, la musica, la meravigliosa e viva cultura dell'est, i sapori speziati, il mio primo contatto con l'oriente, la voce che dal minareto s'infila nei vicoli. Ma di questo ho già scritto nel blog e non vi annoio oltre. Se avete voglia di un libro sincero, di una realtà tremenda che si concede anche l'attimo di ironia, di un'umanità ponte fra mondi analizzata a fondo con strumenti perfetti, un non luogo di incredibile varietà, provate a leggerlo. Io in questa nottata di studio, di fusa e rincontro con la mia casa fornovese avevo voglia di consigliarvelo e di provare a passarvi la partecipazione con la quale ho affrontato quelle pagine così diverse dalla nostra comune sensibilità letteraria.
E domenica partiamo per Amsterdam; porto indietro fotografie, rubo scorci di realtà olandese. Ormai lo sapete che sono una vagabonda, non posso farne a meno!
E allora latcho drom guccia! E a rivederci al 5 Maggio cari amici.
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25 aprile 2007
25 Aprile 2007

Appena sveglia guardo il calendario per avere conferma dei sentimenti che provo: 25 Aprile 2007.
Orgoglio e sconforto.
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18 aprile 2007
S.Anna di Stazzema

A Sant'Anna siamo arrivati dal mare. Ci siamo inerpicati per strette stradine di montagna che ci hanno fatto rapidamente scalare 600 metri di dislivello. Ma il mare non lo abbiamo mai lasciato, continuava a guardarci dal fondovalle. Dopo gli ultimi tornanti un paesino di quattro, cinque case, una piazza dove non giocano più bambini, un tabacchi che ha ricavato 3.50 € con una decina di turisti, una legnaia e una chiesa. Posti belli da togliere il fiato. Poi si arriva. Appena scendi dalla macchina la prima cosa che ti colpisce è il silenzio. Non il silenzio dei posti tranquilli, immersi nella natura e isolati, ma un silenzio veramente assordante, il silenzio che lascia la guerra, la follia, l'odio. Li senti quegli scarponi di cuoio nero che rincorrono piedi scalzi, li senti gli spari, le grida in tedesco e quelle in italiano: non solo SS come vogliono farci credere, ma anche fascisti, italiani che torturavano e uccidevano altri italiani. Più volte si è cercato di nascondere in particolar modo questa verità, ma a Sant'Anna è scritta con parole di ferro che resteranno per le generazioni a venire.
Anche i fiori su questo monte faticano a sbocciare, si aggrappano alla terra che li risucchia come ha risucchiato 560 vite, ma poi sbocciano ancora con più forza ed escono al cielo di viola e di giallo intensi.
La vita dei superstiti rimasta bloccata al 1944.
Un sentiero ripido fino a 560 nomi iscritti nel marmo, tutto quello che rimane di quelle vite. Nessuna parola, commozione e (secondo noi) nessun possibile perdono. Memoria.


Come sempre, altre foto qui.
Per riuscire a leggere cliccarci sopra.
Come sempre sono tutti miei scatti, ma le foto di visi di anziani che si trovavano in esposizione nel museo fanno parte del lavoro di Oliviero Toscani "Sant'Anna di Stazzema 12 Agosto 1944. I bambini ricordano". Libro che vi consiglio.
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15 aprile 2007
Il nostro locale preferito: pequeño mundo, casa.
Su risa se fue en los ojos de un guitarrero andador
la guitarrera que toca tiene labios sin color:
El rojo se fue en la boca de un guitarrero cantor.
Sullo sfondo di una così dolce serata il nuovo album degli Inti-illimani, musica lieve e profonda, testo pura poesia. Nuova strada comunque testimone di un passato non pietrificato.
Poi...
Labbra spente; un lieve e deciso profumo di vino sul sughero; colore.
Una fiamma leggera; odore di cera bruciata; sottile filo di fumo.
Passi di danza; tonfo secco su tavole di legno perso nel ricordo.
Pallido riflesso di luna; morbidezza di pelle bianca al tatto leggero di una carezza.
Una promessa.
Fissare un momento a parole mentre già ti sfugge fra le dita.
Amarone della Valpolicella
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13 aprile 2007
Petizione pro ricerca e iniziativa pro cinema
Permettetevi di scocciarvi ancora con una petizione e una segnalazione.
1) La petizione: Mille euro ai ricercatori.
Riguarda lo stipendio dei dottori universitari. Si può vivere con 800 € al mese dopo aver studiato anni e anni? Anzi, si può vivere con 800 € al mese? Non sarebbe ora di cominciare a tenersi da parte questi famosi cervelli in fuga? Per loro e per lo sviluppo del nostro paese. Ho trovato la notizia sul blog di Radiant e vi rimando direttamente al sito che ospita l'iniziativa http://www.dottorato.it/milleeuro/ dove trovate tutto il necessario per regalare questa importante firma.
2) La segnalazione: Selfcinema.
Ieri sera, mentre cucinavo, ho sentito una voce conosciuta provenire dalla televisione, accesa sul TG regionale. Dalla bocca di Manzoli apprendo che si sta organizzando una splendida iniziativa: adottare film di qualità che non arrivano nelle nostre sale, sia perché sperimentali sia perché, pur essendo rivolti al pubblico, sono penalizzati dalle strettoie del sistema distributivo. In pratica si tratta di comprare il biglietto in anticipo per garantire l'incasso ad alcune sale che accettano di proiettarlo e poi, se il film merita, prosegue la sua strada da solo. I donatori sarebbero avvertiti sulla data della serata e, in caso la proiezione non si riuscisse ad organizzare, verrebbero restituiti i soldi. 6 € per aiutare un potenziale capolavoro. Trovate tutte le spiegazioni necessarie e le città coinvolte in questo sito: http://www.selfcinema.it/home.html
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11 aprile 2007
Pasqua al Museo Fratelli Cervi

C'eravamo già stati, ma il museo fratelli Cervi, visitato una volta, diventa casa. Immerso nei campi rossi, a Gattatico, ci si arriva dopo chilometri di vera pianura padana. Stradine strette con gli incroci a novanta gradi, canali che le costeggiano, grano verde fin dove arriva l'occhio, cielo azzurro macchiato di nuvole, mare di vento. Poi vecchie sedi del P.C.I. fra paesini abitati da gente semplice e cordiale. E' Pasqua, ma non abbiamo dubbi, siamo sicuri di trovarlo aperto. Arrivati, infatti, ci accoglie Cin, che conserva fra calli, rughe, sapienza di cose agricole e di battaglia, il nome della sua brigata partigiana. Cin che ci dedica il libro appena comperato e che ci chiede di scrivere sul libro degli ospiti se la guida, lui stesso, meritava. Sempre Cin, che appoggia le sue mani stanche su attrezzi agricoli dimenticati dal tempo, sorride nel vedere che può ancora insegnare qualcosa, prende confidenza e agogna domande che, ben presto, arrivano a fiumi. Ci conquista subito la dolce guida, ci lasciamo trascinare da lui, quasi senza sosta, come se fosse ansioso di farci vedere, in tutte le stanze del museo. Riscopriamo che i Cervi, decisi di cambiare il loro stato di vita e forti di tante braccia, abbandonano la vita da mezzadri e affittano un podere dove, fra i primi, portano un trattore: il famoso trattore con il mappamondo, regalo della ditta scelto da loro in quanto curiosi di vedere altri luoghi. Leggono i Cervi; leggono di storia, letteratura, economia. Ci immergiamo con strumenti d'epoca o all'avanguardia tecnologica nella storia e nella loro vita, fra le loro cose, nelle loro stanze. L'impegno politico diventa sempre più forte, sempre più scoperto, troppo scoperto. Molte persone si nascondono nella casa dei Cervi, vi si organizza la resistenza. Si festeggia la presunta fine della guerra regalando pastasciutta a tutto il paese (cosa che si ripete ogni anno a Luglio). Ma la vendetta non tarda a venire, i Cervi cadono fra i primi. La furia fascista arriva in quella casa felice, in quella famiglia unita dove non c'è ricordo neppure di un litigio e, dopo aver appiccato fuoco, gli uomini vengono portati via, strappati al calore delle mogli, ai piccoli figli. A Reggio li dividono, Alcide chiede di rimanere coi figli ma i sette ragazzi, insieme a Quarto Camurri, che nascondevano, vengono fucilati al poligono di tiro. Il vecchio Alcide riesce a scappare a seguito di alcuni bombardamenti e, una volta saputo il fatto, è costretto a resistere al dolore. Unico uomo rimasto deve portare avanti la famiglia, il lavoro. I figli sono morti, ma hanno lasciato vedove e orfani. Dopo un raccolto ne viene subito un altro. Alla casa verrà dato fuoco altre due volte, la madre non reggerà e si lascerà morire di dolore un mese dopo l'ultimo incendio.
Ma al museo non c'è solo Cin, ci sono molti volontari, tra cui un giovane uomo che ha parlato con molti sopravvissuti alle torture fasciste e naziste ma non riesce ancora a raccontarle. In anni di lavoro avrà di certo parlato con tanti gruppi di visitatori ma, davanti a noi, di nuovo, gli scendono le lacrime, la voce si spezza e non è più in grado di dirci oltre. Subiamo un duro colpo anche noi, convinti di aver letto a sufficienza, presuntuosi di conoscere, seppure solo attraverso i libri, quell'inferno. Non è così, in quelle parole interrotte riusciamo ad intravedere un dolore che si spinge oltre l'umana immaginazione. Quell'uomo s'indigna del revisionismo di questi anni, ci passa la verità per amore del ricordo, è orgoglioso delle tante splendide iniziative di questo museo vivo, dell'enorme biblioteca.
Non riusciamo a deciderci ad andarcene. Sentiamo il bisogno di ringraziare ancora, stringere mani, ascoltare il suono dell'acqua della fonte che abbeverava gli animali in quel cortile dove finalmente regna la pace, in quei luoghi che hanno contribuito a costruire quello che siamo. Vorremmo fare qualcosa. Ci giriamo per l'ultima volta ad osservare il viso profondo di Alcide, solcato da sette rughe come sette cicatrici, a guardare le medaglie che non gli hanno restituito i suoi figli, a immaginare i passi di danza di quei ragazzi prima che la bestia dell'uomo gli piovesse addosso, la loro sete di giustizia e libertà.
A Campegine guardiamo il marmo rosso delle loro tombe (Il revisionismo si commenta da solo: Vespa nel suo orribile libro Vincitori e Vinti ha scritto che è bianco) e poi saliamo in macchina, con la Gang in sottofondo, non riuscendo ancora a parlare.



Link museo Fratelli Cervi
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02 aprile 2007
Giornata di fine inverno alle cinque terre

Sabato sera eravamo fermi su una piazzola di sosta, dopo aver visto un brutto film al cinema (La masseria delle allodole) e stavamo ascoltando il rumore della pioggia sulla lamiera della mia pandina grigia. Io guardavo le luci che si riflettevano sulla strada bagnata fra le goccioline che scivolavano, impotenti alla forza di gravità, lungo il finestrino. Dopo qualche minuto la vista ha cambiato fuoco, smettendo di perdersi lontano fin dove i palazzi le permettevano di spaziare, e mi sono ritrovata a vedere il vetro. A sentirlo freddo con gli occhi e poi con le dita, che avevano preso a disegnare piccole onde tutte uguali, fino a riempire tutto lo spazio appannato. Così ho capito che avevo bisogno di mare e ho dormito un sonno impaziente fino a svegliarmi presto, accanto a Gabriele, la mattina di domenica. La pioggia ci ha accompagnato fino alla Cisa, confine fra mondi, poi ha cominciato a fare caldo, a smettere di piovere. Superavo e mi rimettevo in prima corsia, mentre l'autostrada, dopo aver valicato, tornava ad essere rettilinea, osservavo un mondo ancora non troppo convinto del cambio di stagione, una luce metallica fra nubi che andavano diradandosi lentamente. Scorrevano nell'indifferenza paesini abbracciati dalle Alpi Apuane. Sulle cime l'ultima neve cercava di tenersi aggrappata, nonostante la pendenza, nonostante quelle coste risaputamente insidiose. Sapevo di dover tenere quella strada fino alla fine, fino al golfo e alle ciminiere. La città, La Spezia, si lasciava attraversare senza eccessivo traffico, l'ultimo weekend prima di Pasqua. Finiti i palazzi affrontavamo la strada che scavalca la montagna e, quasi troppo in fretta, eravamo fra montagne scoscese e aride, terrazzate e adornate di pini, ulivi e viti, cariche all'inverosimile di limoni, una stagione incredibile per questi frutti invernali, che trovano ricovero in questa isola climatica del Nord. Il pensiero, scusate la banalità, a Montale, ossi di seppia fra le onde gentili di un mare vicino e inaccessibile. Nostra destinazione era il Groppo, un mucchietto di case colorate che si tengono l'una all'altra per non scivolare, casette attraversate da vie scavate e strette. L'insegna che seguivamo, non prima di aver dato un'occhiata dall'alto, seguendo un sentiero usato dai contadini, quella del ristorante "Cappun Magru", specialità Manarolese. Un isola di pace e di sensi, due piccole stanzette, sei, sette tavolini, una donna gentile, delicata, sensibile, leggera. Il sapore del mare, per la prima volta, sui nostri palati estasiati e inizialmente timorosi. Poi miele e delicatissimo formaggio. L'immancabile De André nel cuore di quella donna, tedesca ma con dodici anni di Groppo nella vita, un amo a cui appendere un bocciolo di conversazione. Poi, per la seconda volta nella mia vita, Manarola che ci apriva la via al mare. Prima la piazza dove bambini giocavano a palla e liberavano bolle colorate, con scalette e borghi, panni stesi, odore di pini e di bucato, di mare e di erba, poi anatre d'acqua salata, pochi turisti, alcune foto svogliate. Sonno fra storie da bambini di anziani pescatori. Sogni di case sferzate da onde, dalla tempesta. Il caldo sole ligure sulla pelle insieme all'aria salata. Dolce sonnolenza fra ricordi di altri e sciabordio di una nave vuota che si allontanava, pigra, dal piccolo molo.

Altre foto le trovate qui.
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27 marzo 2007
26 marzo 2007
Un ormai vecchio, doloroso gioco di Segni (aspettando di scrivere ancora).

Ti dissi una volta che la scrittura è terra, uomo, carne. Solco. Segni. Come sai un libro conosce giovinezza e vecchiaia. L’ultima pagina è per lui una morte e una speranza. Sale che rimane appiccicato alle dita in forma di macchie d’inchiostro. Finitezza di un universo le cui stelle hanno le grazie.
Il nero inchiostro luminoso, simile ad una strada notturna ai primi raggi dell’alba, si asciuga e muore di una morte opaca, di cui rimane il segno.
Il segno aveva forma di “S”: una strada sinuosa lastricata di ciottoli che si muovevano a contatto dei miei passi, come un lamento. Due curve e poi la vista era interrotta dalla casa di tuo padre, un uomo dalla testa rotonda, basso, la schiena diritta, una specie di “i” minuscola. Un “Sì”, il sì che avevi recitato unendo la tua vita alla mia, spostandomi dal mio ricovero d’erba brillante e portando i miei passi a suonare questo lamento. Il lamento sordo della mia penna stilografica secca, il tuo battere martellante sui tasti di una ormai vecchia macchina da scrivere a cui è venuta a mancare proprio la “i”. Un vuoto che riempivi con la “I” maiuscola del tuo Io. Un lamento sordo che si univa alla mia cecità dolorosa.
Con lo sbattere della tua porta si è chiusa la mia parentesi. Dentro una dolcezza come una scia d’inchiostro che la realtà sbiadisce a poco a poco. Cancello la tua strada, tuo padre, cammino sul letto del ruscello, abbandono la vergogna per una stitica maturità. La tua schiena era una “S”, il filo d’erba che stringevo fra le dita una “i” da cui prendeva il volo una coccinella. Hanno abbattuto gli alberi secolari che dirigevano la strada come vigili. Le curve sinuose hanno lasciato il posto a spigoli pungenti, tuo padre è ingrassato. Vedo la strada da un’altra prospettiva adesso, ho sostituito alla morbidezza del fruscio della matita sul foglio gli acuti della tua voce decisa che mi giungono da un’altra angolazione. No, non avresti più diviso la tua vita con la mia. Mutava la facciata delle cose, tutto tranne i vecchi muri in sasso che, come prima, rimarranno a coprire il mio orizzonte.
Come hai sempre fatto, mi dirai che non capisci le mie parole, che il tuo lavoro era il pane della nostra vita, la mia scrittura lettere che si perdevano nel vento. Il tuo amore ha preteso da me il sacrificio più grande: il silenzio. Coi pochi vocaboli che mi hai lasciato, per le piccole cose di ogni giorno, costruirò di nuovo la tua immagine per imparare a vivere senza il tuo pane.
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Dopo anni di convivenza fatta ormai di niente, lei gli disse che non aveva mai osato lasciarlo perché avevano troppi libri in comune. Poteva rimproverarsi solo di non averne comprate due copie di ognuno.
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17 marzo 2007
La conclusione perfetta (ovvero 4 amici al bar)

Ho voglia di scrivere di ieri sera perché ho passato una stupenda serata con Choppa, Giorgia e Passero.
Ho abbandonato i libri, su cui stavo veramente esagerando, e mi sono goduta un pò il mio tempo. Presa a prestito la fida golf di Gabriele ho ben presto ingranato la sesta marcia (che macchina da capannoni) e mi sono tuffata nel traffico autostradale di rientro dei pendolari. Una simpatica vocina radiofonica mi ricordava che era l'orario peggiore per mettersi alla guida e pure di prestare attenzione perché sull'A1 (sì, ma dove? l'A1 è lunga) gironzolava un cane. Ero eccitata, felice e un pochetto spaventata in quanto non mi fidavo della mia solita iniziale timidezza. Il benzinaio, nonostante le solite scarpine (bhè veramente ho un 40 di piede) da tennis e i soliti jeans ha "sgamato" subito che andavo a cena fuori, probabilmente dalla mia contentezza, e mi ha augurato di passare una bella serata pulendomi, nel frattempo, il vetro dietro al quale più che vedere la strada, si intravvedeva qualcosa di grigio, lungo e diritto. In quel momento sentivo che con lui amavo tutti i benzinai del mondo! Uscita a Casalecchio ho sbagliato strada ritrovandomi dentro il parcheggio dell'Esselunga. Così ho chiamato Gabriele:
-Gabry mi sono persa, sono nel parcheggio dell'esselunga, come faccio a tornare sulla porrettana?-
-... Sara, l'esselunga sulla cartina non c'è!! Devi guardarmi una via!-
-Ma nel parcheggio del supermercato non ci sono i cartelli delle vie!-
Mi sentivo come una che avesse appena perso l'aiuto della telefonata a casa a Chi vuol essere milionario. Gerry Scotti mi guardava torvo ricordandomi che adesso me la sarei dovuta cavare da sola...
Ebbene sì, faccio la brillante ma alla fine resto comunque una gran pasticciona! :P
La serata è stata deliziosa e ci hanno accompagnato vassoi di crescentine e salume, spazzolati velocissimamente. Il ristorante, fra l'altro, era dotato di un avveniristico mobile dei dolci che resterà negli annali. Passero e Choppa, maniaci tecnologici, hanno riempito di foto noi vittime senza tecnologia, foto buffissime e gloriosi autoscatti prossimamente su questi schermi. Si è parlato di cose serie in stupenda sintonia e si è riso da far male alle mandibole. Per concludere degnamente una bellissima Bologna by Night, una piazza maggiore piena di gente, una fontanella per togliere la sete data dal salume e una panchina. Poche cose che bastano quando si sta bene insieme.
Che dire? Trovare un amico è stupendo, trovarne tre indescrivibile. Con una conclusione di giornata come quella mi sento felice e ricaricata, per me tutto bene, poveri loro che da ora in avanti saranno costretti a sopportarmi, con loro sto talmente bene che mi attacco come una cozza allo scoglio! Non mi staccate più!
Vi voglio bene ragassuoli :*
P.S.: come ho detto alla Choppa, per finire, il caffè gratuito scroccato in autostrada, e quindi al sig.Benetton in persona, aveva un sapore veramente speciale, quello che solo le cose scroccate hanno ;)
Guccini canta: "...che sapore ha il sapore dell'uva rubato a un filare..."
Ed ecco le FOTO! (grazie Passero!!!)
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16 marzo 2007
Altri stralci di lettere
Oggi mi ha colta una stanchezza spossante. Non è stata improvvisa, da repentini mutamenti del mio umore ballerino mi ero resa conto che era prossima a venire. Osservavo le scorze della mela che avevo gustato in cerca di un piccolo refrigerio dall’aria torrida di questo Giugno opprimente e ne annusavo l’odore senza la minima intenzione di muovermi. Non che io non pensassi a rimuoverle prima dell’arrivo di mia madre, che ne avrebbe provato fastidio, ma al pensiero non era connessa una reale intenzione. Ho deciso di scriverti in questo stato d’animo che non mi appartiene, ma che invece tanto spesso mi ritrovo per compagno in questo ultimo periodo. Godevo del disordine lasciato nell’altra stanza, non smettevo di riportarlo alla mente in una precisa immagine che oltrepassava la parete. Mia madre è tornata, ma stranamente non ha detto nulla, si è limitata a rimuovere i miei rifiuti, cosa che mi ha punto più che ogni probabile parola. La amo profondamente, ma è una scoperta recente e dolorosa: ho scoperto di non aver amato per tutta l’adolescenza una donna che ritenevo precisa, severa, non incline ai sentimenti. Davanti alla delusione del suo matrimonio fallito e alla breccia aperta nella sua corazza fino ad allora inviolabile, sono stata costretta a riconsiderare ogni suo inflessibile gesto passato, ogni sua parola pungente e dura che si sono così vestiti di una verità colpevole. E ho capito in un frangente eterno che tutto quello che sono, lei lo era già molto prima di me. Forse per questo amo e curo così teneramente ogni viso sconosciuto e mi sento impossibilitata ad amare a carte scoperte chi mi ha cresciuto con tale forza e intelligenza.
La mia mezza ala ha subito un duro colpo oggi ed è caduta l’ennesima piuma, angelo nudo. Dall’alto dei grattacieli di Berlino osservo un’umanità dolente? Astiosa? Annoiata? Ma rifuggo attentamente dall’osservarmi, almeno finché mi sarà possibile.
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11 marzo 2007
La linea del desiderio
Ho sempre creduto che la linea retta fosse in qualche modo l'essenza della nostra umanità opposta alla pura natura e ho provato a descriverlo tramite racconti, aforismi, disegni.
Ho trovato qualcuno che lo ha fatto molto meglio di me, anche se mi sono dovuta accontentare di un esempio fra i tanti, interessantissimi, che il libro riporta.
Avrei dovuto scrivere anche del tronco di Ulivo, l'albero più storto che esista in natura, fatto raddrizzare da Ulisse per poterlo conficcare nell'occhio di Polifemo (che rappresenta il mondo pre-politico), ma l'idea di una linea tracciata lungo tutta la Francia mi sembrava ancora più affascinante.
[...] Come la prospettiva, l'immagine cartografica, che è il prodotto della proiezione, funziona soltanto perché immobilizza il soggetto della conoscenza. [...] Se il piede segue l'occhio e s'avvicina alla costa, la tangente non è più tale. Questo accade perché basta un solo passo e la costa, nel punto per cui passava l'immaginaria tangente, a differenza di prima non appare più diritta, perché in natura non esistono linee rette. [...] Però le linee diritte esistono sulla faccia della Terra, e sono proprio esse la prova che quest'ultima è la copia della carta. [...] L'anno stesso in cui Stenone scrive la sua dissertazione, in Francia l'abate Picard inizia la costruzione del meridiano di Parigi, per volere di Luigi XIV e su comando del ministro Colbert: da Dunquerke a Perpignano, dunque per tutta la lunghezza della Francia, viene tracciata sul terreno una gigantesca retta, per poter calcolare con precisione il raggio della sfera terrestre. L'opera, portata a termine nel 1720 da Giacomo Cassini, sarebbe bastata da sola, secondo Voltaire, a rendere eterno il secolo del Re Sole. Per la prima volta una linea dell'astratto reticolo geografico diventava materiale, la Terra veniva modellata secondo la forma del suo disegno, diveniva la copia della propria copia. E tale copia diventa il modello concreto della rettilinea organizzazione del territorio moderno.
Tratto da: Farinelli F. Geografia: un'introduzione ai modelli del mondo, Torino, Einaudi, 2003
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09 marzo 2007
Un'ora felice: ingredienti.
Chiudete l'edicola per la pausa pranzo e, invece di mettervi ai fornelli, prendete una vespa 200 scassata annata '82. 
Controllate che la vostra macchina fotografica digitale abbia la batteria carica dopodichè infilatela in uno zainetto tecnico ottenuto con i punti del supermercato. Aspettate che torni dall'università una ragazza annata '83 che ha appena passato un altro esame a pieni voti. 
Mettete alla guida (solo perchè la ragazza non ha ancora preso la patente delle moto) un "ragazzo" annata... (fidatevi, un'annata buona). Nello zainetto vi sarete premurati di mettere anche due panini al cotto, due bottigliette d'estathè, 1 mela e mezzo, pocket coffee, Ferrero Opera e una kefiah.
Lasciate scaldare il tutto per alcuni minuti sotto un caldo sole primaverile e servite ancora tiepido. 



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26 febbraio 2007
Semplicemente Ancona, casa mia.

Non ho avuto il coraggio di scrivere un post sulla caduta del governo ma ho sofferto e sto soffrendo molto. Per fortuna mi trovo in quel di Agugliano, non esageratamente ridente località del molto ridente entroterra anconetano. Ho la fortuna di vivere questi giorni in una casa che si affaccia sulle colline marchigiane... a sinistra il monte Conero, al centro il castello di Offagna, a destra i Sibillini, dall'altra parte il mare... non so se mi spiego. Ho lasciato alle mie spalle per pochi giorni la nebbia, lo snobismo, la frenesia, i doveri di lavoro, dell'università, di casa. La mattina mi alzo (non troppo presto) e la mia prima occupazione è andare a comprare il pane, rigorosamente a piedi. Le persone che incontro sono quelle che mi hanno vista crescere, sfrecciare sulla biciclettina a cui ho tolto presto le rotelle, sfrecciare a fianco dell'amichetta inseparabile di allora. Con tutti scambio due parole. La seconda occupazione andare a comprare il giornale e far tornare a casa il gatto che vorrebbe seguirmi in paese ma che preferisco vedere passeggiare indisturbato per la nostra via che è già campagna. Prima di pranzo vado a prendere mio fratello che torna con la corriera e per il resto libri e qualche visita alla nonna che vive in riva al mare, mare a cui non si possono rifiutare lunghe chiacchierate fra lo stridio dei gabbiani, rari corridori, un aquilone timido, qualche cane in passeggiata.
Ho ascoltato, come fossero una musica dolce e dimenticata, i suoni del nostro dialetto e mi sono lasciata andare a riadottare, a poco a poco, l'intonazione e le tante cesure anconetane. Ognuno dovrebbe avere la possibilità di tornare al proprio paesuncolo per qualche giorno, credo che non ci sia niente di più dolce e rilassante.
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19 febbraio 2007
Museo del cinema di Torino e parentesi su "Le luci della sera" di Kaurismaki

Ebbene sì, domenica abbiamo scelto ancora di avere un tetto sulla testa invece di una rilassante passeggiata all'aria aperta (di cui avrei avuto più bisogno) ma il tetto non era un tetto qualsiasi bensì la cupola della mole antonelliana di Torino che ospita l'ormai altrettanto famoso museo nazionale del cinema. Cominciando dalla sezione dedicata al "pre-cinema" e al cinema delle origini sono passata direttamente alla pacchiana sala che comprende tutto il cinema seguente, una specie di luna park di grande effetto visto il posto in cui è ospitato e le dimensioni incredibili della sala. Dal prassinoscopio di Reynaud si passa direttamente ad un chroma key che ti permette di vederti dentro guerre stellari per buona gioia di chi si era portato la macchina fotografica per finire davanti un video del tipo che conduce Gaia (sì, quello col martelletto da geologo che però per l'occasione indossava un mantello da superman) che ti spiega come si fa un film. Tutto condito da scenografie a tema... potete vedere un film western immersi in un saloon o seguire un film seduti su un water o ancora vedere un film sdraiati in comunità su un comodo lettone rosso. Il colpo d'occhio è senz'altro impressionante e per un pomeriggio diverso dal solito vale forse la pena di passare in mezzo alla gente in fila davanti ad un ascensore che, grazie ad un buco nella cupola, sale fino ad una (credo) splendida vista panoramica della città. Insomma siamo usciti pensando che la visita non valeva il viaggio ma ci siamo rifatti con una Torino leggermente piovigginosa e la sua umanità di imitatori di Agnelli e tifosi di serie B in passeggiata lungo la via "in" del centro. Via "in" che ospita anche una storica pasticceria che fa un ottimo caffè con panna e ancora migliori mignon. Porticati che conducono davanti palazzo madama e poco distante dal duomo (che ospita la sacra sindone) dove uomini provenienti dall'est ci hanno deliziato con una musica allegra di cui conoscevamo solo per grugniti il testo.
Sabato sera ho visto "Le Luci della sera" di Kaurismaki. Continua il gioco di rarefazioni dei dialoghi quasi come se i personaggi di un'umanità afflitta portati in scena dal regista finlandese non avessero più nulla da dire, come anche il cinema che non può far altro che indagare questa realtà senza speranza narrando solo la storia a cui la tecnica lo obbliga. Un film puramente europeo nelle inquadrature inutili allo sviluppo narrativo che, semplicemente, svelano spazi e producono una poesia autonoma; un cinema che vive e racconta anche e soprattutto campi vuoti deleuziani.
Nella foto lo storyboard di guerre stellari, ingrandire per credere :P
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17 febbraio 2007
06 febbraio 2007
05 febbraio 2007
Stralci di lettere.
Mi sono operato. Il mio occhio ora mi obbedisce. Non è capace di rispettare i miei ordini e allora segue il suo compagno, lo imita. Mi diverto a guardarlo allo specchio, così arrossato, che fa le corse per non rimanere indietro e lo immagino, a momenti, perdersi e ritornare inevitabilmente a seguire la sua strada. Ma non lo fa più. Non sai ora come mi fa pena, gli ho tolto la libertà. L’ho castrato, ma lui continua a lavorare per me, non mi fa dispetto. Per qualche momento, appena mi hanno tolto la benda, ho avuto idea che appena si fosse visto sarebbe morto. Se l’operazione fosse stata sbagliata io non avrei creduto all’errore del professore, ma ad un suicidio del mio occhio.
Ti confido che ora non riesco più a capire fino in fondo questo tuo martirio, o forse non capisco fino a che punto sia simile al mio. Come io ho rinnegato le mie particolarità per confondermi in mezzo ad una folla che mi spaventa e in cui non voglio sentirmi isolato, o meglio sottolineato, tu ti cancelli per gli altri. Accantoni il tuo dolore del quale mi parli come un compagno scomodo, e pretendi di farti portatrice di quello degli altri. In lettere su lettere ho intravisto la vita formarsi sulle tue gote sane anche attraverso il morto pallore della carta e ora mi sfuggi. Pretendi di essere protagonista invisibile. Io cerco l’invisibilità ma non il protagonismo, le due cose sono inconciliabili. A cosa serve un martire sconosciuto?
Non so se ho più paura dei tuoi movimenti, della tua giovinezza o dell’eventualità che tu mi costringa a scoprirmi. L’ho capito subito che eri amica del mio occhio, che simpatizzavi per lui perché credevi che il mio difetto fisico mi avrebbe impedito di nascondermi, ma ora lui non c’è più, sei davvero sicura di poter vincere la tua battaglia con tutti? Con te stessa mi pare di vedere che stai perdendo. Posso anche farti angelo ma a che serve un angelo che non sa occuparsi di se stesso? Che si strappa le piume ad una ad una fino a cadere sfinito?
4.2
Non posso rispondere alle tue domande perché non voglio pormele. Credimi pure irrisolta, ma non condannarmi in questo lungo silenzio. Parlami ancora delle tue giornate, non posso evitare di dirti che le mie hanno cominciato a fiorire d’incontri momentanei. All’improvviso mi ha circondata il dolore, ma ho conquistato la consapevolezza. Non è mia, l’ho avuta in prestito e va restituita. Tu credi che io non abbia momenti di serenità, ti sbagli. Proprio oggi toglievo le spighe secche alla lavanda. Una per una. Pregustavo il momento in cui grassi bombi ronzanti sarebbero venuti a banchettare golosi e affamati dal lungo letargo. L’erba si asciugava dopo il leggero temporale che mi aveva colta lungo i saliscendi delle dolci colline della mia terra in piccole goccioline ormai scomparse dal vetro. A quel punto ne avrei potuto solo osservare la macchia, il fantasma. Si sentiva un dolce odore di bagnato e le cesoie, regolari, inventavano la colonna sonora del tempo. Ma il tempo non aveva importanza. Lo avevo in pugno mentre gettavo a terra con una calma irreale quegli stecchi morti che lasciavano spazio alla nuova vita, la nuova fioritura attesa con la primavera. Sentivo per la prima volta come malata la dolce nostalgia che solitamente mi prende per i mesi più freddi in questo periodo di risveglio di piante a animali. Desideravo il ronzio degli insetti e godevo dell’attesa. Sono un essere sociale per quanto timido e ho dimesso in tempo la livrea invernale, ora mi posso avvicinare alle persone per dare. Non m’importa di ricevere, ma poi, se mi fermo a pensare, sono io quella che guadagna di più. Ma non vorrei ora, per convincerti, iscrivere il mio cuore in un contratto di profitto e non voglio neppure che la semplicità finisca per cedere alla retorica.
Ieri mio padre ha deciso di portarmi ad incontrare i suoi malati contadini. Sei mai stato in una di quelle case grandi e vuote? Salotti arredati solo dalla televisione, da un pasto già pronto che incrosta la pentola in attesa di essere scaldato, spighe di lavanda già secche che attendono di cadere, ma non si arrendono alle cesoie. Un mondo inviolabile di frutti maturati col sudore e raccolti in forma di scorte di salami e di vini in cantina. I soldi non sono ricchezza, i soldi non si possono mangiare. La ricchezza sono gli occhi, il cibo e le fotografie. Le carezze dopo il litigio che ha fatto alzare la pressione alla moglie. Il piccolo cane nero che abbaia dubbioso ma poi scodinzola. Galline che razzolano in cortile becchettando mais e sassi. La ricchezza è il garage lasciato ai nipoti da cui potranno trarre ogni mese un piccolo affitto. La ricchezza è essere vivi insieme ancora per due giorni. Una serenità che può essere turbata solo da un letto ormai troppo grande e usato solo a metà. Una stanza perennemente buia dove una donna si è rinchiusa per sempre ad osservare il muro in cui era appesa una foto scolorita che è stata prudentemente rimossa dai figli. Ma sul muro c’è ancora il segno della cornice. Ne sono uscita non solo con un carico di uova, vi ho portato una breccia.
...
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31 gennaio 2007
Un olmo dai sette rami
Gelindo,
Antenore,
Aldo,
Ovidio,
Ferdinando,
Agostino,
Ettore.
La pianura dei sette fratelli
La pianura dei sette fratelli
Gang.
Sette fratelli
Sette fratelli
Mercanti di liquore.
Tratta dal poema di Gianni Rodari Compagni fratelli Cervi
A Gattatico continuano ad offrire una pastasciutta a tutto il paese, anno dopo anno.
Dopo un raccolto ne viene un altro
Alcide Cervi
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29 gennaio 2007
Il grande capo. Pasolini prossimo nostro.

Mezzanotte è un buon orario per parlare di cinema
Per nulla al mondo mi sarei persa un film di Lars Von Trier. Custodisco Dogville (ma anche altri Suoi) nella mente come uno dei più bei film che io abbia mai visto e allo stesso modo conservo gelosamente la mia inaccettabile interpretazione personale sul Film. Se lo odiate dopo questo lo odierete anche di più (l’ha fatto anche per fare incazzare voi), se lo amate (non ci sono mezze misure col Von) lo dovete andare a vedere per forza.
Certo mi aveva sconcertato quel “una commedia di Lars Von Trier” almeno quanto i titoli di testa in tipico “font Almodovariano”. Mi sono immediatamente chiesta: possibile che abbia così bisogno di soldi? E anche: va bene la politique des auteurs ma non può essere solo questo.
A sostegno di questo legittimo dubbio la sala strapiena di gente… coi pop corn… che nelle sale d’essai sono introvabili e forse persino vietati! Poi il concorso da 4.000€ collegato al film... insomma, avevo paura.
Sarà la solita provocazione, sarà la solita provocazione, sarà la solita provocazione.
Ma ormai sono seduta sulla poltroncina rossa. Resto estasiata dalla Sua immagine riflessa (prima inquadratura) sui vetri del palazzo-location mostrato con una panoramica verticale che con la mente mi fa andare immediatamente al Cinema di Wenders-Antonioni dell’ultimo Divino Episodio di “Al di là delle nuvole”.
Sono sempre più confusa: una commedia? E d’improvviso il Regista comincia pure a parlare, a spiegare come si fa una perfetta commedia (aggiungerei americana stile anni ’50... Lars mica sei Hitchcock per dio). Comincio a farmi la mia analisi mentale e sono costretta ad infilarci la dimensione metacinematografica rafforzata dallo straniamento imposto allo spettatore dalla tecnica dell’Automavision (e sì Lars, non sei neanche Kubrick, per fortuna) che annulla la trasparenza del mezzo. Penso a quel montaggio assolutamente contro il linguaggio del cinema (per forza con una sola camera!), contro quello “classico”, penso addirittura a Benjamin! Una commedia? Poi iniziano le situazioni buffe e le battute a cui la gente ride persino… e io vado con la mente a Dancer in the dark, Onde del destino, Idioti… MEDEA! Ridere? Non ci riesco, sono tesissima, cerco di consolare la mia mania intellettualoide con la critica sociale persino troppo facile che traspare in sottofondo. Un personaggio serissimo che mi sta seduto a fianco se ne va a metà film! Oddio, forse desidero farlo anch’io! Il film finisce e mi sento completamente a disagio in mezzo alla folla di persone serie col viso troppo serio… dove sono quelli che ridevano nel buio? Almeno posso aggrapparmi a loro per dire: ti è piaciuto è? Bello è? Poi comincio a riflettere sull’ultima frase detta dal regista ma soprattutto sul finale. Comincio a camminare più leggera, quasi impettita. Arrivo alla macchina che ormai ogni impressione negativa è svanita e resta solo entusiasmo. E’ uno stupendo finale perfettamente trieriano. Niente buonismo. L’attore, l’arte si prendono sulla vita una bella rivincita. Mi sento sollevata, non è un film popolare (nel senso stupidamente generico e quindi negativo s’intende) e se ha richiamato pubblico è perché Lars sa il fatto suo. Si prende gioco delle regole cinematografiche e sociali ma allo stesso tempo fa un grande Film. Fregatevene di Dogma, non l’avete ancora capito? L’IDEA è la cosa più importante.
Niente da fare denigratori, è Stupendo anche questo.
Il grande capo ha anche un grande pene? … finalmente rido e mi godo persino il monologo dello spazzacamino nel paese senza camini. A qualcuno basta una tenda per fare un sipario.
(...e così ho schivato(?) la bacchettata Trieriana)
Ho visto anche "Pasolini prossimo nostro", fra l'altro "presentato" da quella splendida animazione che è "Essere morti o essere vivi è la stessa cosa" di Toccafondo.
Mi sono persa in quel viso scavato, gli occhiali all'Allende, e l'ho ascoltato parlare con emozione. Rabbrividivo davanti lo slow motion che ritardava quelle occhiate.
Sono rimasta sconvolta dall'odio che lo ha circondato, non che non lo sapessi, ma trovarsi in mezzo a tanti velenosissimi articoli di giornale (la proiezione era accompagnata da una mostra) tutti in una volta è stato un grosso pugno. Sono rimasta sconvolta anche dalla Sua rassegnazione. Un mondo talmente bello da commuovere e un mondo marcio che coesistono.
L'artista che si chiede perché dipingere se l'arte è già così bello sognarla soltanto nel Decameron e poi Salò.
L'anarchia del potere.
Sento un debito inestinguibile, un'immensa riconoscenza per uno dei "nostri" (se ne voleva andare ma non lo avrebbe mai potuto fare) più grandi in assoluto. Mi ha positivamente sconvolto il modo in cui parla del cinema in quell'intervista e sconvolgerebbe chiunque, come me, contende l'amore a 1/24 al secondo con quello letterario.
Yaaaawwwnn...Non si è mai vista una cinefila che va a letto presto...Buonanotte!
E sono di nuovo fregata, di nuovo perdono il cinema e mi ci perdo.
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L'interiorità è politica
L'interiorità è [...] politica.
L'obiezione che (la fantasia) sia uno pseudopotere, che vanifichi la spinta a impadronirsi di un potere politico o economico 'reale', sottovaluta le dimensioni politiche della costruzione della soggettività. [...]
La nostra esperienza è il significato che le attribuiamo. [...] La resistenza sociale o collettiva non può esistere indipendentemente da quella 'interiore'.
La fantasia [...] è una risposta diretta all'ideologia dominante e alle sue espressioni nelle relazioni sociali.
John Fiske
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27 gennaio 2007
Creazioni a tempo perso 1
Il mondo al contrario?
Il risultato finale, però, alla fin dei conti è sempre lo stesso...
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Stamattina in edicola
Intanto, con la presente, avverto il Sig. caporedattore Meocci che stamattina ho rischiato la vita fra lastre di ghiaccio e pinguini per andare a pagare l'abbonamento RAI.
Poi mi sono recata in edicola e un signore mi ha spiegato come si può passare dall'estrema euforia alla più cupa depressione, ovvero: aveva giocato un bell'ambo secco che gli aveva fruttato qualche soldino e, in pieno festeggiamento, aveva altresì deciso di godersi la serata in poltrona, davanti la partita, fumandosi una bella sigaretta. Ad una tirata, tuttavia, si era reso conto che il fumo non arrivava ai suoi malconci polmoni... suspance... la sigaretta si era (in gergo volgare) scappellata ed era piombata sul divano nuovo della mamma! (Da cui ne è derivato un buco di 5 centimentri di diametro circa). Ma la partita è la partita così ha preso la rivista di sky, l'ha debitamente aperta e tirata per far si che occupasse più superficie possibile e poi l'ha appoggiata sul cratere.
La mattina seguente ha aperto la porta di casa per andare a lavorare e poi ha detto: "Mamma ieri sera ho fatto una cazzata, guarda il divano" e prima di poter sentire gli anatemi della povera vecchina: "devo andare, faccio tardi al lavoro".
Sig. Prodi non faccia sparire le edicole perché poi la gente a chi le racconta più storie come queste? E se potesse trovare un minuto mi lasci pure un commento sul blog perché sto cercando di capire dove guadagnano i consumatori da tutta questa faccenda. I prezzi non li fanno quelli che lei chiama "giornalai" e la maggiore resa che ne deriverebbe, oltre ad inquinare, aumenterebbe a dismisura i prezzi di distribuzione. Naturalmente ne sarebbero avvantaggiate le grandissssime case produttrici e svantaggiate quelle piccole. Intanto che c'è se mi spiega anche perché regaliamo terra agli USA e cosa ci stiamo a fare in Afghanistan... e i barbieri, anche loro, si chiedono come mai si vuol fare i capelli proprio di Lunedì. Il suo barbiere personale, sono convinta, per lei farebbe anche uno strappo alla regola, non c'è davvero bisogno di disturbarli tutti.
Buona giornata mister president.
Una di quei coglioni che si è tappata il naso.
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23 gennaio 2007
Ancona - Milano - Sarajevo.

Alla fine sono andata a Milano. Autostrada e metropolitana per arrivare alla Triennale e vedere Basquiat. Mi sono immersa in un mondo di colore del tutto inquietante. Ho letto che su molti forum consigliano di portate i bambini a vedere la mostra magari, potendo, anche il cane. Io, personalmente, non credo che i bambini si divertirebbero e, se pure la spontaneità dell'artista ricorda lo scarabocchio infantile, è l'incubo, la rabbia della vita e la paura della morte che trasudano da quelle pennellate accecanti. Più dei dipinti, stravisti, mi sono lasciata prendere dai video, dalle confidenze con Wharol. Il vecchio artista di cui non conoscevo la modestia cura con dolcezza il ragazzino irriverente, lo spinge alla riflessione ma ne ama la spontaneità. Non s'indispettisce del fatto che il giovane Basquiat acclama una superiorità artistica nei confronti del mondo. Lo guarda con gli occhi di un sopravvissuto e lo ama profondamente. Gli occhi consapevoli di un uomo comprato e consumato come le merci che aveva innalzato al grado di arte.
Siamo usciti senza sapere di preciso cosa pensare e abbiamo camminato attraverso il castello fino al duomo dove c'era tantissima gente in piazza. Domenica a Milano si mangiava, si passeggiava sfoggiando borse di grandi firme, si vendevano palloncini rumorosi. Ho fotografato gli improbabili accostamenti architettonici milanesi come pure Il cielo imprigionato dai cavi del tram quasi fossimo a Lisbona, ma senza quella luce e senza la voce incredibile di Teresa Salgueiro.
Ho visto anche "Il segreto di Esma" e mi sento quasi di parte a commentarlo. Ho sempre amato la cultura, la musica dei popoli dell'est, adoro Sarajevo e ho sofferto della guerra nell'ex-Jugoslavia con una partecipazione che non conoscevo prima. Il mio grande impegno politico, ora dormiente, è partito da lì. Credo di aver condiviso con gli amici di poi quella grande sfilata, accompagnati da Pietrangeli, ancora sconosciuto anche lui. Di sera vedevo i bombardamenti oltre l'Adriatico e andare in quelle terre devastate è stato il mio vero viaggio. Dunque ho vissuto il film con profonda partecipazione e speranza e lo consiglierei almeno perché è semplice e onesto, mai retorico.
La co-protagonista del film è Sara, la città che ho imparato ad amare è Sarajevo, la santa degli zingari è Sara anche lei.
Per il resto ho visitato una serie infinita di ambulatori medici in questo periodo e tutti quei neon mi sono rimasti negli occhi, quel bianco non è riuscito a cacciarlo neanche Basquiat. Niente di serio ma è spossante lo stesso. Persino il dentista è come se mi avesse tolto via un pò di quella mia fragile e sottilissima dignità che ancora si aggrappa chissà a che cosa.
Una stanca Guccia e la sua stanca lotta... per la prima volta personale.
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20 gennaio 2007
Voglia di vivere è stato un giorno in cui tutto sembrava essere un'altra cosa.
Oggi è uno di quei giorni in cui il cielo impallidisce guardando il mare, ma il mare è troppo lontano. Il faro sulla collina, quello che mi ricorda le contrazioni di un polmone, stasera non può che essere spento. L'ultimo fiocco di vita mi si è sciolto fra le mani ancora calde. Disegno un tratto di matita per ingannarmi e credere che esista un altro orizzonte, poi un omino stilizzato, immagino che per lui la vita non possa che essere facile. Mi verso piano un caffè nella tazzina e guardo i bianchi granelli di zucchero scomparire a uno a uno. Come quando era cucciola Trilli ha toccato la lampadina sulla scrivania e si è scottata, ha toccato il sole. Per costringermi a non pensare esco di casa, ma è come avere le vertigini e fare un altro passo sul ponte.
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09 gennaio 2007
Apocalypto

Prima mi sono sorbita un noiosissimo film splatter con cuori strappati con le unghie da casse toraciche di burro e che pulsano per ore tutti belli interi mentre gli uomini dal cui corpo sono stati estratti li osservano inebetiti (vivi e inebetiti). Gente che corre per un'ora e venti almeno. Gente trafitta da trappole per tapiri, tapiri sbudellati e di cui vengono ingenuamente mangiati i connotati, donne che partoriscono in 1 minuto e mezzo e col parto in acqua perché adesso va di moda. Magari nelle cliniche private americane lo faranno vedere alle future mamme. Una trama tra le più banali che ricordi di aver mai visto (c'è persino il salto nella cascata e l'eroe che salva in extremis la bella famigliola allargata in extremis proprio dal parto in acqua!) Poi trovo affermazioni come queste [mymovies.it]:
"La tesi del film è annunciata da una frase dello storico-scrittore Will Durant: una grande civiltà non viene conquistata fino a quando non si distrugge da sola dal di dentro. Così, quando nel 1518, gli spagnoli "conquistadores" sbarcarono per la prima volta su una spiaggia dello Yucatàn, per portare la nuova civiltà, i Maya avevano già compiuto buona parte del lavoro ed erano, diciamo così, predisposti".
Immagino che questa sia la gioia degli antropologi, degli storici e degli intelligenti. Ma i linguisti non si preoccupino, anche loro hanno modo di gioire [Da Primissima]:
"nonostante sia parlato in una lingua scomparsa e sconosciuta".
Passata la noia mi monta la rabbia.
A Mel proprio gli scappava un film, certi istinti non si possono trattenere, trattenere fa male. E i critici raccattano il film dal marciapiede, non sia mai che qualcuno ci si sporchi le scarpe.
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08 gennaio 2007
Lago di Garda ovest
Domenica abbiamo dato buca a Basquiat (rimedieremo) e abbiamo scoperto che la zona di Gargnano - Limoni - Arco è la più bella del lago di Garda. Appena si sale un pò a Nord ci si lasciano alle spalle le ville chic e le ferrari e si cominciano ad incontrare borghetti in sasso e colonne e colonne di pietra sotto le quali una volta c'erano centinaia di piante di limoni. D'inverno non c'è nessuno, tranne qualche tenace turista tedesco e una vecchietta che urla sotto il balcone della vicina di casa per chiederle un consiglio in cucina. Le lunghe gallerie scavate nelle altissime montagne che si buttano nel lago lasciano intravvedere una scogliera da mare del sud. Sono stati divorati da bocche fameliche buonissimi gnocchi con zucca e gorgonzola e una deliziosa trota salmonata alla griglia. Lasciatemi consigliare il ristorante "La Lega" di Arco come ce l'hanno consigliato due simpaticissimi Trentini che non ci hanno mollato finché non ci hanno visto entrare lì dentro, tutti soddisfatti. Eravamo un pò indecisi visto il nome e la zona... ma il locale esiste da tempi non sospetti (1956)... così... Sfuggita per un soffio una carissima amica gardesana diretta verso Lugano (chi nasce sul Lago vive solo vicino a laghi!) e scoperto il paese Natale di un altro carissimo amico che evidentemente è nato col bello già dentro gli occhi e la pace nell'aria tiepida scaldata dal lago, protetta dai monti.
Se si considera la zona le foto sono una miseria ma ero tutta presa a respirare. Oggi bucato e soprattutto un trattamento che non si decide a nascere. Si ricomincia ma "a casa".
P.S.: ho fatto in tempo a vedere "Mille miglia lontano" di Yimou. Commovente, sincero.
Ho ricevuto un regalo prezioso, autentico e commovente da persone altrettanto sincere e che spero la vita non mi porterà di nuovo lontane. Devo scrivere una lettera importante, mangio un biscotto ripieno di cioccolata e intanto corro a svegliare Gabriele :)


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